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E venne una voce dal cielo: ''Tu sei il Figlio mio, l'amato: in te ho posto il mio compiacimento''. Il battesimo di Gesù

Il breve racconto di Marco che viene proposto alla nostra lettura e alla nostra riflessione tratta di uno dei momenti più importanti della vita di Gesù: il battesimo. Com'è noto, a battezzare Gesù fu Giovanni, la voce del quale - «voce di uno che grida nel deserto» - apre la nostra narrazione, proclamandosi non degno di chinarsi per slegare i lacci dei sandali di colui che, di lì a poco, battezzerà
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Di Alessandro Anderle - 09 gennaio 2021

Laureato in Filosofia e laureando in Scienze Religiose. Insegno Pluralismo e dialogo fra le religioni,

Mc 1,7-11 [In quel tempo], Giovanni proclamava: «Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo». Ed ecco, in quei giorni, Gesù venne da Nàzaret di Galilea e fu battezzato nel Giordano da Giovanni. E subito, uscendo dall'acqua, vide squarciarsi i cieli e lo Spirito discendere verso di lui come una colomba. E venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l'amato: in te ho posto il mio compiacimento».

 

Il breve racconto di Marco che viene proposto alla nostra lettura e alla nostra riflessione tratta di uno dei momenti più importanti della vita di Gesù: il battesimo. Com'è noto, a battezzare Gesù fu Giovanni, la voce del quale - «voce di uno che grida nel deserto» - apre la nostra narrazione, proclamandosi non degno di chinarsi per slegare i lacci dei sandali di colui che, di lì a poco, battezzerà. Si noti, di passaggio, che era compito degli schiavi, in Israele, accogliere il padrone levandogli mantello e sandali, salvo che lo schiavo non fosse anche lui ebreo: era, infatti, ritenuto un compito troppo umile. Si potrebbe dire che Giovanni si proclama inferiore ad un servo, nei confronti di Gesù. Perché? Perché «egli vi battezzerà in Spirito Santo»: Giovanni qui si riferisce allo Spirito che avrebbe accompagnato la venuta del Messia.

 

Ed ecco che il Messia – non propriamente come se lo immaginava Giovanni, il quale prefigurava una sorta di, ci si passi il termine, “giudizio universale” - venne a farsi battezzare. E da dove venne? Per il narratore sembra particolarmente importante sottolineare: «venne da Nàzaret di Galilea». Non importava molto a “Marco” se Nàzaret fosse esistita o meno al tempo della nascita di Gesù, ciò che gli importava era mostrare, con un'immagine immediatamente comprensibile e “forte” per i conoscitori della terra palestinese, che il Messia proveniva da un minuscolo, umilissimo ed “oscuro” paesino. Paesino che, però, si trovava in Galilea: la vera terra della predicazione di Gesù, secondo i primi tre vangeli, terra non pura, perché “mista”, di frontiera, liminale. In Galilea, in questo limes, convivevano molti popoli, non era terra di soli giudei.

 

L'ultima parte del brano che narra il battesimo di Gesù ci presenta una teofania: «E subito, uscendo dall'acqua, vide squarciarsi i cieli e lo Spirito discendere verso di lui come una colomba. E venne una voce dal cielo: “Tu sei il Figlio mio, l'amato: in te ho posto il mio compiacimento”». Chiaramente, dal punto di vista prettamente storico non vi sono prove che questo fatto sia accaduto realmente, e che lo abbia fatto in questi termini. È non di meno chiaro, però, che l'esperienza del battesimo fu particolarmente importante per Gesù, poiché essa fu in buona parte il “motore” per l'inizio della sua predicazione pubblica.

 

Il vangelo secondo Marco ci riferisce che lo Spirito discese su Gesù «come una colomba». A discapito di tante interpretazioni artistiche – una su tutte la Trinità di Masaccio – va detto che qui il narratore non intendeva indicarne la forma “fisica”, bensì quella “spirituale”. Ciò significa che Marco ha utilizzato l'immagine della colomba per indicare che lo Spirito prese dimora in Gesù, non lo avrebbe mai più abbandonato (proprio come fa la colomba con il nido, per amore dei propri piccoli). Secondo il dogma Gesù nacque già perfettamente Santo”, qui in qualche modo ricevette un carisma particolare che lo portò a predicare, e che lo supportò durante la predicazione stessa.

 

«Tu sei il Figlio mio, l'amato: in te ho posto il mio compiacimento». Tanto vi sarebbe da dire su queste parole del Padre, che provengono da tre parti distinte della Bibbia: «Tu sei il Figlio mio» (Sal 2,7) «l'amato» (Gn 22,2) «in te ho posto il mio compiacimento» (Is 42,1). Ci soffermeremo sulla parola più dolce: l'amato. Il termine ricorda il racconto del cosiddetto “sacrificio di Isacco”: «Prendi tuo figlio, il tuo unico figlio che ami, Isacco, va' nel territorio di Moria e offrilo in olocausto su di un monte che io ti indicherò» (Gn 22,2). Il riferimento al sacrificio che dovrà compiere Gesù sulla croce è ben chiaro, la differenza sta “solamente” nel finale: Dio chiede ad Abramo di sacrificare suo figlio Isacco, che però non verrà mai sacrificato, mentre «il Figlio amato» del Padre sì.

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