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Gesù disse ai suoi discepoli: "Non si possono servire due padroni". Una frase attuale tutta da capire

Nelle letture della domenica si prosegue nella perlustrazione del Vangelo secondo Matteo, con uno dei brani più intensi e significativi per l'atteggiamento esistenziale del credente. Lo spunto, tuttavia, sembra particolarmente interessante anche per un abbozzo di analisi della società contemporanea
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Di Alessandro Anderle - 25 febbraio 2017

Laureato in Filosofia e in Scienze Religiose. Insegno Pluralismo e dialogo fra le religioni,

Non preoccupatevi dunque del domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso”.

 

Mt 6,24-34 

 

In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: «24 Nessuno può servire due padroni, perché o odierà l'uno e amerà l'altro, oppure si affezionerà all'uno e disprezzerà l'altro. Non potete servire Dio e la ricchezza. 25 Perciò io vi dico: non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito? 26 Guardate gli uccelli del cielo: non séminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non valete forse più di loro? 27 E chi di voi, per quanto si preoccupi, può allungare anche di poco la propria vita? 28 E per il vestito, perché vi preoccupate? Osservate come crescono i gigli del campo: non faticano e non filano. 29 Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. 30 Ora, se Dio veste così l'erba del campo, che oggi c'è e domani si getta nel forno, non farà molto di più per voi, gente di poca fede? 31 Non preoccupatevi dunque dicendo: «Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?». 32 Di tutte queste cose vanno in cerca i pagani. Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno. 33 Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. 34 Non preoccupatevi dunque del domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. A ciascun giorno basta la sua pena».

 

Nelle letture della domenica si prosegue nella perlustrazione del Vangelo secondo Matteo, con uno dei brani più intensi e significativi per l'atteggiamento esistenziale del credente. Lo spunto, tuttavia, sembra particolarmente interessante anche per un abbozzo di analisi della società contemporanea.

 

L'inciso iniziale è particolarmente chiaro: non si possono servire due signori (kýrioi). Certo, dal punto di vista prettamente teologico, esso potrebbe essere liquidato come un rafforzativo del comandamento monoteista, come recita il primo versetto del credo d'Israele: «Ascolta, Israele, YHWH è il nostro Dio, YHWH è uno» (Dt 6,4). Eppure l'incipit del vangelo conclude con: «Non potete servire Dio e la ricchezza», discostandosi dal brano parallelo del Vangelo secondo Luca (Lc 12,22-31). Se, infatti, la storia della rivelazione dice chiaramente che Dio è uno, è altrettanto vero che l'essere umano non smette – bisogno antropologico di prossimità percepita, percepibile? - di fabbricarsi degli idoli in cui riporre la propria fiducia. In questo senso è molto bello il termine ebraico con cui comincia la storia biblica di Abramo, colui che nel monoteismo credette per primo, dalla quale prende il nome la Parashah (suddivisione ebraica della Torah, finalizzata alla lettura settimanale della stessa): Lech-Lecha (Gn 12,1-17,27).

 

La traduzione italiana suona come “vai, vattene!”, ma da che cosa? Abramo, per la tradizione ebraica, è il primo ebreo proprio perché abbandona la casa paterna (Ur dei Caldei, attuale Iraq) e con essa il culto a degli idoli che altro non erano/sono che statue fabbricate dagli uomini, quindi inerti. L'idolo di cui parla Gesù viene chiamato con «un termine aramaico, Mamòn, presente anche negli scritti di Qumran nell’espressioneMammona d’iniquità” (che ricorre significativamente, in greco, anche in Lc 16,9), quasi a personificare questa potenza che aliena gli uomini e le donne, li rende suoi schiavi, chiedendo loro di porre in lei la loro fiducia (non a caso il termine è legato alla radice semitica ’aman, che indica l’aderire con fede).

 

Sì, le ricchezze e il denaro, mezzo decisivo del rapporto tra gli uomini e i beni materiali, mezzo al quale non è possibile sottrarsi, possono diventare dei signori, dei padroni, capovolgendo la logica del rapporto: da strumento, da mezzo di servizio, a padroni che chiedono di essere serviti. La ricchezza diventa allora facilmente un idolo e “l’idolo è un falso antropologico, prima di essere un falso teologico” (Adolphe Gesché)» (E. Bianchi). Nell'affidarsi al Padre di Gesù, in verità, non sembra esserci nessuna ingenuità, nessun invito ad attendere “che le cose capitino”. Gesù sapeva bene quale mestiere complesso sia la vita, ed è proprio in questa complessità che emerge la centralità della visione esistenziale che si assume. In altre parole: tutto ciò che dovrebbe preoccupare la nostra esistenza è che cosa mangiare o bere? come vestirsi? Oppure dovremmo riservare degli spazi di cura alla nostra trascendenza, alla nostra anima?

 

Oggi il denaro è divenuto un idolo a tutti gli effetti, la finanza è riuscita a mutarlo in un'entità autorigenerante a cui si potrebbero associare gli attributi divini. E il problema, forse, non sta nemmeno in senso stretto nel consumismo, poiché oggi più che prodotti si è sempre più convinti di acquistare emozioni (forti e assolute, altrimenti non valgono!). La società liquida, se per certi versi è riuscita a superare la categorizzazione, la rigida distinzione in categorie e un concetto “lineare” di verità; dall'altra ha frantumato gli orizzonti di senso, e di prossimità per l'uomo (occidentale?).

 

La fiducia che dovremmo ritrovare si lascia intravedere nella maternità, attraverso una luce diafana. Il profeta Isaia, nella lettura dell'Antico Testamento di questa settimana, contempla Dio come Madre: “Sion ha detto: «Il Signore mi ha abbandonato, il Signore mi ha dimenticato». Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se costoro si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai(Is 49,14-15). Le viscere della donna, l'utero, in ebraico porta la stessa radice della parola misericordia, attributo femminile di Dio.

 

La fiducia in questa misericordia che ci trascende può essere assunta esistenzialmente, smettendo l'ansia di un falso progresso creatore e tornando a guardare l'uomo nella sua dimensione di prossimità, soprattutto per le generazioni future. Rabbi Hillel, un rabbino del primo secolo avanti Cristo molto importante per la tradizione giudaica, era solito dire: «Se io non sono per me, chi è per me? E se io sono solo per me stesso, cosa sono? E se non ora, quando?» (Pirkei Avot 1,14).

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