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Il Vangelo di Matteo racconta oggi della condanna a morte e della crocifissione di Gesù. Ma prima Giuda lo tradisce e Pietro lo rinnega

La morte di Gesù è il vertice di questo racconto. Subito dopo l'esalazione dell'ultimo respiro, infatti, l'evangelista racconta diversi accadimenti prodigiosi. E un centurione esclama: «Davvero costui era Figlio di Dio!»
DAL BLOG
Di Alessandro Anderle - 08 aprile 2017

Laureato in Filosofia e laureando in Scienze Religiose. Insegno Pluralismo e dialogo fra le religioni,

Mt 26,14-27,66

La lettura della domenica delle palme è tratta dal Vangelo secondo Matteo, e narra la condanna a morte e la crocifissione di Gesù. Come è noto, la Pasqua di Gesù avvenne nel periodo della Pesach/Pasqua ebraica, la quale viene festeggiata ogni anno il 15 del mese ebraico di Nisan (quest'anno cade domani, lunedì 10 aprile). La Pasqua ebraica è festa di liberazione dalla schiavitù, è memoriale dell'uscita del popolo, sotto la guida del Signore e di Mosè, dalla terra d'Egitto.

 

La parola Pésach deriva dal verbo pasàch ("passò oltre") e ricorda quando l'angelo del Signore, mandato a colpire i primogeniti degli egizi, "passò oltre" le case degli ebrei, le cui porte erano state segnate con il sangue di un agnello. Infatti, per ordine del Signore, gli ebrei avevano dovuto sacrificare un agnello che poi avrebbero mangiato prima della partenza, con matzà (pane non lievitato) ed erbe amare.

 

Durante Pesach la Torah prescrive l'astensione da ogni cibo lievitato e composto di frumento, orzo, avena, spelta (un cereale). Le prime due sere, durante il seder (la cena), si legge il racconto della liberazione dalla schiavitù d'Egitto. La cerimonia prevede canzoni, storia, momenti seri, di gioia, di lode al Signore. Prima della cerimonia si prepara il piatto del séder in cui si pongono: 1. tre matzòt (azzime) sovrapposte; 2. una zampa d'agnello arrostita (secondo il rito italiano); 3. un uovo sodo; 4. erbe amare; 5. lattuga; 6. charòseth, una specie di marmellata che ricorda la malta con cui gli ebrei schiavi preparavano i mattoni per le costruzioni del faraone.

 

Durante il tempo di Gesù, i giudei dovevano recarsi presso il Tempio di Gerusalemme per le celebrazioni pasquali. Poiché la lettura in questione è particolarmente lunga (Mt 26,14-27,66), non verrà riportata per intero, ma verrà commentata nella sua suddivisione.

 

Il racconto dell'evangelista Matteo comincia con il tradimento da parte di Giuda (Mt 26,14-16). I discepoli, intanto, si preoccupano dei preparativi per la cena pasquale, l'ultima cena (Mt 26,17-19). Gesù, cominciata la cena, annuncia ai discepoli il tradimento di Giuda (Mt 26,20-25).

 

«Segue il racconto della cena (Mt 26,17-35), che secondo l’evangelista è una cena pasquale, e proprio in essa la denuncia del peccato del traditore: uno dei Dodici consegna Gesù, gli altri fuggiranno tutti e Pietro, la roccia, tremando come un fuscello dirà di non conoscere Gesù. Questa è la comunità di Gesù, alla quale egli dona il suo corpo e il suo sangue, la sua stessa vita. Sì, i convitati di quella cena sono dei peccatori, degli infedeli, un’assemblea che noi giudichiamo indegna di ricevere in dono la vita stessa del Signore. Ma quel dono è per la remissione dei peccati, il calice è sangue dell’alleanza versato per la remissione dei peccati, a cominciare da quelli dei Dodici» (E. Bianchi).

 

Gesù si reca poi con la sua comunità al Getsemani, dove prega intensamente il Padre. Gesù, come descritto da Matteo, nella sua umanità prova «tristezza ed angoscia», è la sua stessa anima a «provare tristezza». Gesù è angosciato perché sa che l'ora sta giungendo e che di lì a poco sarebbero venuti per arrestarlo e condannarlo a morte. «Padre mio, se è possibile, passi via da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu!». Gesù non si piega alla resistenza, a vincere il male con il male (cosa, per altro, impossibile). Ma assume la sua condizione fino in fondo, fino in fondo all'amore infinito e incondizionato che prova per la creatura.

 

Gesù viene arrestato e condotto dinanzi al sinedrio, dove viene interrogato dal Sommo Sacerdote. La bestemmia di cui viene accusato Gesù, a causa della quale il Sommo Sacerdote si straccia persino le vesti, non consisteva tanto nel fatto che egli si proclamasse Messia, quanto nel rivendicare la dignità della condizione divina. Persino Pietro, la “roccia” della comunità di Gesù, lo rinnegherà tre volte, come profetizzato durante la cena da Gesù stesso (Mt 26,69-75).

 

Essendosi Roma riservata, come in tutte le province dell'impero, il diritto alla pena capitale, i Giudei dovevano ricorrere al governatore per ottenere la conferma e l'esecuzione della loro sentenza. Gesù quindi venne condotto davanti all'autorità politica, Pilato.

 

«Pilato tenta poi uno scambio tra Gesù e un prigioniero famoso, un sedizioso, Barabba, ma la gente, sobillata dai capi religiosi, preferisce la morte di Gesù, e giunge a gridare: “Sia crocifisso!” (Mt 27,22). Qui il potere totalitario mostra il suo volto: vedendo che il tumulto cresce, avendo compreso che Gesù non conta nulla e non è difeso da nessuno, Pilato preferisce acconsentire alla volontà della massa, alla maggioranza in preda alla vertigine della rabbia, del rancore e della violenza (cf. Mt 27,20-26). Ma prima dell’esecuzione della condanna, la violenza trova la possibilità di sfogarsi contro un giusto inerme, fino al disprezzo e alla tortura» (E. Bianchi).

 

Gesù venne condotto sul Gòlgota, il luogo designato per la crocifissione. Sulla croce, agonizzante, Gesù viene deriso ed oltraggiato dagli astanti. Fino ad arrivare a confondere l'invocazione «Elì, Elì, lemà sabactàni» tratta dal Salmo 22: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato», con una disperata invocazione del profeta Elia, che secondo la tradizione giudaica doveva precedere l'avvento del Messia. Gesù, poco dopo, «gridò a gran voce ed emise lo spirito».

 

La morte di Gesù è il vertice di questo racconto. Subito dopo l'esalazione dell'ultimo respiro, infatti, l'evangelista racconta diversi accadimenti prodigiosi, tra cui lo squarcio del velo del Tempio. Il velo era, infatti, ciò che separava il Santo dei Santi, dove era custodita l'arca dell'alleanza, dal resto del Tempio, e solo il Sommo Sacerdote era autorizzato ad entrarvi una volta all'anno. Questo squarcio sta ad indicare l'accesso aperto da Cristo al Padre, per tutti gli uomini.

 

Dio “esce”, se così ci si può esprimere, dal Santo dei Santi e il suo Spirito raggiunge tutti gli uomini, nel mistero della loro salvezza. In questo punto avverrà anche la confessione del centurione, un pagano – quindi una persona esterna ai giudei e alla tradizione giudaica – che, avendo visto quanto successo, è portato ad esclamare: «Davvero costui era Figlio di Dio!»Il corpo di Gesù, calata la sera, viene deposto nel sepolcro, davanti al quale i giudei pongono le loro guardie.

 

Il senso di questo momento, di questa assenza in questo momento, nel nostro momento storico in cui, ancora, degli innocenti muoiono soffocati dal gas nervino, o in un assurdo attentato, è reso molto bene dall'allora giovane teologo Joseph Ratzinger:

 

«Il Venerdì santo, il nostro sguardo rimane sempre puntato sul Crocifisso; il Sabato santo, invece, è il giorno della 'morte di Dio', il giorno che esprime e anticipa l'inaudita esperienza del nostro tempo: la sensazione che Dio è semplicemente assente, che la tomba lo ricopre, che egli non è più desto, non parla più, sicché non c'è più nemmeno bisogno di contestarne l'esistenza, ma si può tranquillamente farne a meno. “Dio è morto e noi l'abbiamo ucciso”. Questa lapidaria affermazione di Nietzsche appartiene, quanto linguaggio, alla tradizione della pietà cristiana centrata sulla Passione ed esprime il senso del Sabato santo, la 'discesa agli inferi'» (J. Ratzinger, Introduzione al cristianesimo).

 

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