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In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio

In preparazione alla celebrazione dell'Epifania (=manifestazione del Signore), la chiesa cattolica legge in questa domenica uno dei brani più belli e profondi dell'intera letteratura evangelica: l'incipit del vangelo secondo Giovanni, il cosiddetto “prologo giovanneo”. Questa pericope, nell'originale greco, andrebbe letta come un inno, come fosse un testo poetico e, come tale, è ricca di simboli che richiedono una lettura attenta, sempre “come fosse la prima volta”
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Di Alessandro Anderle - 04 gennaio 2020

Laureato in Filosofia e laureando in Scienze Religiose. Insegno Pluralismo e dialogo fra le religioni,

Gv 1,1-18 In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Egli era, in principio, presso Dio: tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui nulla è stato fatto di ciò che esiste. In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l'hanno vinta. Venne un uomo mandato da Dio: il suo nome era Giovanni. Egli venne come testimone per dare testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui. Non era lui la luce, ma doveva dare testimonianza alla luce. Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. Era nel mondo e il mondo è stato fatto per mezzo di lui; eppure il mondo non lo ha riconosciuto. Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto. A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali, non da sangue né da volere di carne né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati. E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità. Giovanni gli dà testimonianza e proclama: «Era di lui che io dissi: Colui che viene dopo di me è avanti a me, perché era prima di me». Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto: grazia su grazia. Perché la Legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo. Dio, nessuno lo ha mai visto: il Figlio unigenito, che è Dio ed è nel seno del Padre, è lui che lo ha rivelato.

 

In preparazione alla celebrazione dell'Epifania (=manifestazione del Signore), la chiesa cattolica legge in questa domenica uno dei brani più belli e profondi dell'intera letteratura evangelica: l'incipit del vangelo secondo Giovanni, il cosiddetto “prologo giovanneo”. Questa pericope, nell'originale greco, andrebbe letta come un inno, come fosse un testo poetico e, come tale, è ricca di simboli che richiedono una lettura attenta, sempre “come fosse la prima volta”.

 

«In principio era il Verbo». Il richiamo all'inizio del libro di Genesi è chiaro: «In principio Dio creò il cielo (lett. i cieli) e la terra» (Gn 1,1), ma il “principio” qui è da intendersi in modo radicalmente differente: se, infatti, nel libro di Genesi possiamo leggere l'inizio della creazione, in questo “principio”, quello di Giovanni, siamo in un tempo anteriore alla creazione, siamo in un tempo fuori dal tempo. Non va dimenticato, inoltre, che il termine “principio” è la traduzione del greco arché, il principio di tutte le cose attorno a cui nasce la speculazione filosofica greca, qualche secolo prima.

 

Ebbene, Giovanni afferma che in principio era il Verbo, il Logos affermatore della Verità del Signore, cioè l'Amore. In greco Logos deriva dalla radice legein, che significa “tenere assieme, legare”, oppure, in altre parole, significa relazione. Il Verbo/Logos è relazione – Amore si è detto – e ciò significa che, in un modo imperscrutabile, Dio stesso è relazione. Ciò si discosta non poco dall'immagine che ha dominato la teologia per tanti secoli: quella di un Dio sovrano, tanto lontano dal mondo e dagli uomini, quanto vicino solamente a sé stesso. Se volgiamo seguire la parola giovannea quest'immagine va radicalmente rivista.

 

Tutto venne creato per mezzo del Logos, ed il Logos è vita, che è luce. La vita non è esistenza, si può esistere una vita intera senza mai venire alla luce, senza mai nascere veramente. La vita è luce perché vive solamente chi accetta di entrare in questa luce, chi insegue sempre e comunque la Verità, che è appunto la relazione d'Amore che il Padre vorrebbe instaurare con il Creato. “Vorrebbe” perché una relazione autentica può essere basata solamente sulla libertà, la libertà che ha permesso agli uomini di non riconoscere, di rifiutare questa rinascita nella luce della Verità. Chi l'ha riconosciuta, però, è venuto alla luce come figlio di Dio.

 

L'Alleanza che Dio stipulò con il popolo d'Israele attraverso il dono dei suoi insegnamenti, della sua Legge/Torah, viene – se così si può dire – ampliata. Nei vangeli è Gesù stesso a dire di non essere venuto per cancellare la Torah, ma per portarla a compimento. Quale compimento? Il compimento della verità e della grazia. La Verità del Signore, narrata e mostrata da Gesù, la luce appunto, trova il suo centro nella grazia. Grazia è gratuità: gratuità della salvezza. La rivelazione di Gesù, del Logos che si è fatto carne, che ha vissuto – ed è morto – autenticamente da uomo (il Dio che si fa uomo e che dagli uomini viene ucciso è forse una delle rivoluzioni – se così si può dire – più grande del cristianesimo) è proprio questa: non ci si salva (solamente) seguendo alla lettera dei precetti. Ci si salva seguendo sempre e a qualsiasi costo la Verità, ci si salva “gratuitamente”.

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