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''Io e il Padre siamo una cosa sola''

Gesù in questa lettura si pone come unico, autentico mediatore fra il Padre e l'umanità. Che senso ha parlare ancora oggi di “unico” mediatore? Nell'epoca in cui, grazie alla tecnologia, l'umanità tende sempre più a rifiutare qualsiasi forma di mediazione, privilegiando un modo diretto di rapportarsi alle realtà, può ancora avere senso la figura di Gesù come mediatore di salvezza?
DAL BLOG
Di Alessandro Anderle - 11 maggio 2019

Laureato in Filosofia e laureando in Scienze Religiose. Insegno Pluralismo e dialogo fra le religioni,

Gv 10,27-30 [In quel tempo], Gesù disse: «Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano. Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre. Io e il Padre siamo una cosa sola».

 

Il brano evangelico di questa domenica è tratto dal vangelo secondo Giovanni, e la matrice è squisitamente teologica. Tutto il decimo capitolo del vangelo giovanneo è incentrato sulla discussione fra Gesù e i capi dei giudei, discussione riguardante l'identità messianica di Gesù stesso. Il culmine della narrazione è il nostro ultimo versetto: «Io e il Padre siamo una cosa sola», dove Gesù dichiara la sua identità divina, la sua unità comunionale con il Padre. Di qui molte speculazioni teologiche sulla Trinità.

 

L'immagine che viene utilizzata da Gesù per descrivere se stesso è quella del “buon pastore”, che dà la vita per le proprie pecore. Le pecore, a loro volta, ricevono la nuova vita dal loro buon pastore che, stando al linguaggio – non facile – giovanneo, è anche la porta autentica attraverso cui le pecore potranno entrare in comunione con Dio. «Io sono la porta; se uno entra attraverso di me, sarà salvato, ed entrerà, e uscirà, e troverà pascolo» (Gv 10,9). Il pascolo è il cibo autentico, quello che serve allo spirito.

 

Chi riesce ad ascoltare la voce del pastore è anche conosciuto da Lui, e si mette volontariamente alla sua sequela. Gesù qui si pone come unico, autentico mediatore fra il Padre e l'umanità. Che senso ha parlare ancora oggi di “unico” mediatore? Nell'epoca in cui, grazie alla tecnologia, l'umanità tende sempre più a rifiutare qualsiasi forma di mediazione, privilegiando un modo diretto di rapportarsi alle realtà, può ancora avere senso la figura di Gesù come mediatore di salvezza?

 

Forse una delle motivazioni per cui la riflessione cristiana appare in crisi nel mondo occidentale è proprio questa. Eppure questa mediazione ultima, totale, assoluta, può ancora dire qualcosa di centrale per la vita dell'uomo: il fatto che la realtà, in sé, giunge a noi sempre in forma mediata (la cultura, ad esempio, è uno di questi mediatori). Il poter far senza mediatori è, fondamentalmente, un'illusione – e a guardare bene, con una deriva abbastanza pericolosa. Tornare ad accettare la mediazione, pur mantenendo l'occhio esigente verità verso i mediatori. Forse non è proprio lo stesso Gesù, qui, a dire che in fondo anche l'approccio al tema della verità è frutto di una mediazione che sta al di là della verità stessa, che ne è in qualche modo la causa? Giovanni sintetizza questo concetto nella celebre affermazione di Gesù: «Io sono la via, la verità, la vita» (Gv 14,6).

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