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| 20 aprile | 11:38

L'Ana consegna a 180 volontari olimpici i cappelli alpini e scoppia una polemica infuocata: "Vergognoso, dov'è il rispetto per il nostro simbolo?"

A Verona 180 volontari di Olimpiadi e Paralimpiadi invernali hanno ricevuto il cappello alpino: "Così si perde il vero significato del nostro simbolo. Distribuire il cappello come un premio olimpico, stringendo mani a politici che portano fondi pubblici, rinviando le questioni statutarie scomode a un momento in cui nessuno guarda, non è modernizzazione. È svuotamento"

di Redazione

TRENTO. Nel 2026 ci sono ancora simboli, tradizioni e valori profondi non negoziabili: di questo sono convinti i tanti Alpini che in queste ultime ore stanno facendo sentire la propria voce e il proprio sdegno, in particolare sui social. 

 

Casus belli, un post della pagina ufficiale dell'Associazione nazionale Alpini che annunciava quella che, a un occhio non consapevole, sembrerebbe una lodevole iniziativa: a Verona infatti 180 volontari di Olimpiadi e Paralimpiadi invernali impegnati nella buona riuscita dei Giochi italiani hanno ricevuto il cappello alpino

 

Ebbene, sotto quel post in poco più di 24 ore si trovano qualcosa come 800 commenti che sprizzano indignazione, delusione e perfino rabbia: "L’Ana parla di dono dell’Esercito, ma tutti abbiamo visto: a metterlo in testa sono stati Alpini dell’associazione". "Vergognoso". "Non rinnoverò la tessera, è un grande autogol". Il rischio identificato da chi ha mesi di Naja sulle spalle, ma anche capigruppo, consiglieri e associati è molto chiaro: così si perde il vero significato del cappello alpino

 

Il cappello alpino infatti non è un semplice elemento di abbigliamento: è il fulcro stesso di tutto quello che rappresenta il lungo percorso di tappe e sacrifici che porta a diventare alpini, oltre che un elemento che ricorda chi in passato lo ha portato in guerra nelle notti in trincea. 

 

"Una cosa è essere alpini, un'altra è essere vestiti da alpini", diceva il capitano Arturo Andreoletti, fondatore dell'Ana, nel lontano 1919

"Quel cappello - scrive l'alpinista bellunese Michele Sacchet in una lunga e durissima analisi che offre uno spaccato delle turbolenze interne all'associazione degli alpini - è stato sporcato dalla polvere delle strade africane, bagnato dal fango delle trincee, insanguinato sulla neve del fronte russo. Lo hanno messo sulle croci dei caduti. Lo hanno baciato i moribondi come si bacia un’immagine sacra. Per un alpino, il cappello non è suo: è di tutti quelli che lo hanno portato prima di lui, compreso chi non è tornato a toglierselo".

 

"La sensazione sempre più diffusa nella base - prosegue Sacchet - è che si stia lavorando a un cambio di natura dell’associazione. Da associazione d’arma, con tutto il peso identitario e memoriale che questo comporta, verso qualcosa di più simile a un’organizzazione di volontariato generico con una forte vocazione alla comunicazione istituzionale e al posizionamento mediatico. Un soggetto che vuole essere visto, applaudito, fotografato. Che conta le tessere. Che si preoccupa del numero, non del senso. Diluire quella specificità, distribuendo il cappello come un premio olimpico, stringendo mani a politici che portano fondi pubblici, rinviando le questioni statutarie scomode a un momento in cui nessuno guarda, non è modernizzazione. È svuotamento". 

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