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Io sono la vite vera e il Padre mio è l'agricoltore

Nella quinta domenica di Pasqua, la liturgia cattolica legge un altro brano tratto dal vangelo secondo Giovanni. Come è noto, l'interpretazione della fede giovannea si discosta dalle narrazioni sinottiche per la sua forte impronta teologica di carattere cristologico. In questa pericope, in particolare, Gesù accosta la propria figura a quella della vite
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Di Alessandro Anderle - 28 aprile 2018

Laureato in Filosofia e laureando in Scienze Religiose. Insegno Pluralismo e dialogo fra le religioni,

Gv 15,1-8 In quel tempo Gesù disse ai suoi discepoli: «Io sono la vite vera e il Padre mio è l'agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato. Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano. Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli».

 

Nella quinta domenica di Pasqua, la liturgia cattolica legge un altro brano tratto dal vangelo secondo Giovanni. Come è noto, l'interpretazione della fede giovannea si discosta dalle narrazioni sinottiche per la sua forte impronta teologica di carattere cristologico. In questa pericope, in particolare, Gesù accosta la propria figura a quella della vite.

 

Nella cultura ebraico-biblica l'immagine della vigna è molto presente, soprattutto nella letteratura profetica e sapienziale. Ad essa viene associato solitamente il popolo d'Israele. Gesù compie una rilettura di questa immagine, attribuendo a se stesso l'essere “la vera vite”, ed ai propri discepoli quella dei tralci che, rimanendo nel solco tracciato dalla parola di Gesù, porteranno molto frutto.

 

«L'agricoltore palestinese durante l'inverno pota i tralci infruttuosi, in primavera toglie (“monda”, spampina) i germogli inutili. Parimenti il Padre elimina chi non è unito vitalmente a Gesù, e monda, cioè purifica dal peccato, chi accoglie la sua parola» (A. Poppi).

 

Interiorizzazione della parola ed il suo profondo accoglimento sono i passi che il credente deve compiere per rimanere unito alla vigna vera, al Figlio nel Padre. E, secondo Giovanni, questa parola altro non è che l'amore che il Figlio ha donato al mondo, un amore integrale, altro nel suo essere totalizzate. Rimanere in Gesù accogliendo la sua parola, quindi, per il credente significa rimanere nell'amore mostrato e donato dal Figlio, praticando e perlustrandone la sua misteriosa infinitezza.

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