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La guarigione di un lebbroso e la collera di Gesù che lo rende umano

In alcuni manoscritti sono presenti elementi che rendono la carica umana di Cristo, come la sua passione e la sua collera, e che scandalizzano la Chiesa. Guarito il lebbroso, affetto dal più impuro di tutti i mali, Gesù si adira e lo caccia, intimandogli di non raccontare nulla
DAL BLOG
Di Alessandro Anderle - 10 febbraio 2018

Laureato in Filosofia e laureando in Scienze Religiose. Insegno Pluralismo e dialogo fra le religioni,

Prosegue la lettura del vangelo secondo Marco con il racconto di una guarigione, quella di un lebbroso. Gesù, dopo l'arresto di Giovanni (Battista), si recò in Galilea, dove chiamò i primi discepoli, passò uno shabbat a Cafarnao commentando la Torah e i Profeti in sinagoga. L'evangelista narra poi il cammino di Gesù in Galilea, legato alla sua predicazione. In questo contesto, Marco colloca la “guarigione di un lebbroso”:

 

Mc 1,40-45 [In quel tempo] venne da Gesù un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: «Se vuoi, puoi purificarmi!». Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, sii purificato!». E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato. E, ammonendolo severamente, lo cacciò via subito e gli disse: «Guarda di non dire niente a nessuno; va', invece, a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, come testimonianza per loro». Ma quello si allontanò e si mise a proclamare e a divulgare il fatto, tanto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti; e venivano a lui da ogni parte.

 

Nella tradizione giudaica, le malattie venivano collegate direttamente al castigo divino e, in quest'ottica, la lebbra rappresentava “il” castigo divino. Nella Torah (Lv 13,45-46) viene descritto come il lebbroso dovesse essere estromesso dalla società, cioè “scomunicato”, - a causa del carattere contagioso della lebbra. Ogni qual volta un lebbroso avesse visto avvicinarglisi qualcuno, egli avrebbe dovuto gridare «Impuro! Impuro!» per avvertire della propria presenza. Ogni forma di contatto umano, ogni rito di comunione, gli veniva preclusa. Di fatto, un lebbroso era ritenuto già un corpo morto.

 

Il lebbroso si avvicinò a Gesù senza avvertirlo della propria venuta e della sua condizione, gli chiese, solamente, di guarirlo, purificarlo. E Gesù così fece, lasciando che il Padre lo guarisse: «Lo voglio, sii purificato!», non «lo voglio, ti purifico!».

 

Il fatto che Gesù «ebbe compassione» del lebbroso sottolinea, certamente, la sua umanità. Tuttavia, in alcuni manoscritti, si trova una versione leggermente diversa: «Adiratosi, tese la mano, lo toccò e gli disse: ”Lo voglio, sii purificato!”». Il fatto che Gesù si adiri – non è ancora chiaro se a causa della trasgressione alla Torah del lebbroso, oppure a causa della sua stessa condizione – aumenta in modo molto efficace la “carica umana” di Cristo. «L’evangelista non sapeva però che, usando alcune espressioni che testimoniano l’umanità vera e concreta di Gesù, poteva destare stupore, opposizione e giudizio su Gesù stesso. Sempre, infatti, soprattutto tra gli uomini religiosi, ci sono anime mefitiche, talmente tese a una santità formale che si scandalizzano della passione di Gesù e della sua collera. Questi religiosi sono sempre in scena. Per loro Gesù avrebbe dovuto prima pensare a cosa prevede la Legge, poi mostrare il suo sentimento conformemente a ciò che la Legge comanda» (E. Bianchi).

 

Gesù, in osservanza della Torah, dice al lebbroso mondato di recarsi da un sacerdote (Lv 14) – unica figura che poteva riconoscere ufficialmente la guarigione e riammettere lo “scomunicato”. In modo fortemente autoritario intima il silenzio a colui che era stato sanato: «ecco ancora un Gesù che non piace alle persone “religiose” che si nutrono solo di miele. Il testo dice che Gesù, “sdegnandosi con lui, lo cacciò via subito”. Avvenuta la liberazione, Gesù non sta lì a prendere complimenti, a chiedere che si guardi e si constati la sua azione: non è infatti mai tentato dal narcisismo che attende il riconoscimento per il bene fatto e, a costo di sembrare burbero e scortese, si sdegna e scaccia quell’uomo da lui guarito, ammonendolo di non dire niente a nessuno. Gesù non vuole essere riconosciuto per uno che fa miracoli» (E. Bianchi)

 

L'evangelista descrive il grande successo che attornia Gesù e i suoi discepoli, nonostante il suo essere scostante, la sua necessità di fare e di dire senza fraintendimenti, in verità. Tutti cercavano Gesù – come nella lettura della scorsa settimana (Mc 1, 35-39) – ma lui non c'era, era «fuori, in luoghi deserti». Era solo, «e venivano da lui da ogni parte».

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