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"Pace a voi". Gesù risorto si presenta agli Apostoli che lo credevano morto. Tommaso vince la sua incredulità e dice: "Mio Signore e mio Dio!"

Gesù conferisce il mandato missionario ai discepoli: il mandato di  far conoscere la misericordia, la bontà salvifica del Padre così come mostrata dall'azione, dalla vita fino alla morte in croce del Figlio. Per fare questo Gesù “soffiò” lo Spirito agli Apostoli.
Dal blog di Alessandro Anderle - 23 aprile 2017 - 09:07

Gv 20,19-31

19 La sera del primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». 20 Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. 21 Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». 22 Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. 23 A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati». 24 Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. 25 Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo».

 

26 Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c'era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». 27 Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». 28 Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». 29 Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!». 30 Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. 31 Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.

 

La prima domenica dopo la Pasqua del Signore, la liturgia cattolica per quest'anno prosegue nella lettura del Vangelo secondo Giovanni fino alla sua conclusione (il capitolo 21 è con ogni probabilità un'aggiunta posteriore). È il primo giorno della settimana ebraica, la domenica, quello che per i cristiani diverrà il “giorno del Signore”.

 

Maria di Magdala, il discepolo amato dal Signore e Pietro, alla mattina avevano trovato il sepolcro vuoto, ma non avevano ancora compreso cosa stesse accadendo. Gesù poi appare, per la prima volta in Giovanni, a Maria Maddalena, la quale in principio non lo riconosce e lo scambia per l'ortolano, accusandolo di aver trafugato il corpo. Fino a quando Gesù non la chiamerà per nome: «Le dice Gesù: “Maria!”. Essa voltatasi gli dice in ebraico: “Rabbunì!” che significa “Maestro”» (Gv 20,16).

 

La sera dello stesso giorno i discepoli sono riuniti, chiusi in una casa sprangata dall'interno, ed evidentemente non avevano creduto al racconto di Maria. I dodici – nome che diverrà identificativo per gli Apostoli, anche se in quel momento erano rimasti solamente in undici dopo la morte di Giuda – sono completamente smarriti: Gesù è morto, quello che era stato il loro Maestro, il loro Signore, era stato crocifisso come il peggiore dei criminali. Tutto, ormai, poteva sembrare loro perso.

 

Gesù si presenta con un saluto tipicamente ebraico, che verrà ripetuto due volte: «pace a voi!». Il significato qui è fortemente messianico, esprime il conferimento del dono del Messia per eccellenza: la pace. Prima che avvenga il riconoscimento, però, Gesù dovrà mostrare agli Apostoli le mani e il fianco: i segni della passione. Gesù aveva abbandonato la propria caducità, e i discepoli “gioiscono” nel vedere, nel riconoscere attraverso lo sguardo della fede, l'aspetto trascendente del Signore.

 

«Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi», Gesù conferisce il mandato missionario ai discepoli: il mandato di  far conoscere la misericordia, la bontà salvifica del Padre così come mostrata dall'azione, dalla vita fino alla morte in croce del Figlio. Per fare questo Gesù “soffiò” lo Spirito agli Apostoli.

 

Il parallelismo, unico nella letteratura neotestamentaria, dell'uso di questo verbo particolare, “soffiò”, è da individuare nel racconto di Genesi, quando il Signore diede la vita attraverso un “soffio”, mediante lo Spirito. Ed il dono di questo Spirito, che è lo Spirito di verità – da non confondersi con il racconto di Pentecoste presente negli Atti degli Apostoli – è particolarmente importante: le apparizioni del Risorto presto avranno termine, ma la fede in Cristo dovrà permanere, pura!, sulla terra. «Il dono dello Spirito non si riferisce soltanto al potere di rimettere i peccati, ma in primo luogo alla fede degli apostoli, presupposta per la loro testimonianza postpasquale» (A. Poppi).

 

La remissione dei peccati da parte degli apostoli suppone una risposta, suppone la fiducia nella “buona notizia” del Figlio. Ma come venne esercitato poi questo potere dalla tradizione? «Secondo la definizione del concilio di Trento, Gesù con queste parole ha istituito il sacramento della penitenza e ha accordato soltanto ai  discepoli il potere di rimettere i peccati. In effetti, il perdono dei peccati commessi dopo il battesimo si ottiene mediante il sacramento della riconciliazione; l'evangelista però si riferisce alla remissione dei peccati in maniera globale, senza indicarne le diverse modalità, che trascendono il sacramento» (A. Poppi).

 

Il brano successivo, reso celebre anche dall'estremo realismo con cui Caravaggio lo rappresentò, e riportato solamente da Giovanni, è noto come l' “incredulità di Tommaso”. Questo discepolo, dopo aver assistito alla rivivificazione del corpo di Lazzaro, avrebbe dovuto credere alla risurrezione di Cristo.

 

Ma non fu così, anche a causa della radicale diversità fra quanto successo a Lazzaro –  che riacquistò, se così si può dire, le proprie spoglie mortali – e la “spiritualizzazione” del Signore. Tommaso è presentato come una persona estremamente concreta, che non crede sulla scorta del racconto di altri, ma che vuole sperimentare, toccare con mano, fino ad introdurre la mano nel costato del Signore.

 

L'incredulità di Tommaso servirà per tutti i fedeli che verranno dopo di lui, affinché la fede sia possibile anche senza aver “visto ed udito”. Comunque, nonostante Tommaso abbia avuto bisogno di prove tangibili per credere, Giovanni metterà proprio in bocca a lui la confessione di fede più pregnante di tutto il suo vangelo: «Mio Signore e mio Dio!».

 

L'ultima beatitudine pronunciata da Gesù doveva essere, probabilmente, la conclusione perfetta del vangelo. «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!». L'esperienza degli apostoli sarebbe stata irripetibile nel futuro, ma era essenziale che essi si convincessero fino in fondo della verità della risurrezione. Saranno altrettanto beati, però, coloro che crederanno senza il privilegio di aver visto e aver toccato Gesù. «Gv non intende contrapporre due situazioni, quella della presenza storica di Gesù a quella spirituale nella Chiesa, dichiarando superiore quest'ultima» (A. Poppi).

Nel discorso della pianura, per l'evangelista Luca, beati sono proclamati i «poveri», «coloro che adesso hanno fame», «coloro che adesso piangono» e chi verrà perseguitato a causa della sua fede in Cristo. Giovanni, con l'ultima beatitudine del suo vangelo, ci dice che beati potranno essere anche coloro che in quella pianura, a discutere della fede, a discutere della propria fede con Gesù, non sono mai potuti scendere.

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