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Papa Francesco: "Nei passi di Giuseppe e Maria vediamo le orme di intere famiglie che oggi fuggono dai vari Erode"

L'analisi dell'omelia di Natale del Pontefice che ha parlato dei milioni di persone che non scelgono di andarsene ma che sono obbligate a separarsi dai loro cari, sono espulsi dalla loro terra. In molti casi questa partenza è carica di speranza, carica di futuro; in molti altri, questa partenza ha un nome solo: sopravvivenza
Dal blog di Alessandro Anderle - 25 dicembre 2017 - 13:00

Nella calendario cattolico il giorno di Natale rappresenta sicuramente una delle solennità più importanti e, dal punto di vista liturgico, nella notte del Signore gli occhi e le orecchie dei fedeli sono certamente puntati sulla celebrazione della Santa Messa nella Basilica di San Pietro.

 

L'omelia che ha pronunciato Papa Francesco è stata apprezzata – uno dei segni distintivi del suo pontificato – soprattutto per il suo radicamento esistenziale: per i fedeli, ai fedeli. Prima di addentrarci nelle parole del Papa, come sempre, è meglio partire dalla lettura, tratta dal vangelo secondo Luca:

 

Lc 2,1-14    In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando Quirinio era governatore della Siria. Tutti andavano a farsi censire, ciascuno nella propria città. Anche Giuseppe, dalla Galilea, dalla città di Nàzaret, salì in Giudea alla città di Davide chiamata Betlemme: egli apparteneva infatti alla casa e alla famiglia di Davide. Doveva farsi censire insieme a Maria, sua sposa, che era incinta. Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c'era posto nell'alloggio.

 

C'erano in quella regione alcuni pastori che, pernottando all'aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande timore, ma l'angelo disse loro: «Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia». E subito apparve con l'angelo una moltitudine dell'esercito celeste, che lodava Dio e diceva:

 

«Gloria a Dio nel più alto dei cieli

e sulla terra pace agli uomini, che egli ama».

 

Per i cristiani, in questa notte, si celebra prima di tutto l'incarnazione, il Verbo, la Salvezza, si è fatta carne. Ciò non basta ad esaurire, però, la narrazione evangelica, perché se è vero che il Figlio di Dio, Dio stesso, si è incarnato, è altrettanto vero che lo ha fatto in condizioni specifiche.

 

«La nascita di Gesù a Betlemme è narrata da Luca come una storia di resilienza. […] Gli eventi avversi non li incattiviscono, non li conducono a maledire o a ribellarsi alla sorte, ma a fare il possibile a partire dalla loro povertà, dalla loro invisibilità sociale, dal loro non aver alcun potere di cambiare le cose. E lì si forgia la loro forza mite, la forza che nasce dalla debolezza, dall’aver subito eventi di contraddizione senza lasciarsene piegare, ma abitandoli e imparando a contare su di sé, sulle proprie risorse interiori, una forza che riesce a scalfire e spezzare, dolcemente, ma inesorabilmente, anche le più resistenti corazze» (L. Manicardi, priore comunità di Bose)

 

Maria e Giuseppe non si lasciano trascinare nella cattiveria dagli eventi vissuti, ma cercano di volgere in bene ciò che si presenta come male. Cercano un luogo dove poter portare la vita nuova.

 

«A Betlemme si è creata una piccola apertura per quelli che hanno perso la terra, la patria, i sogni; persino per quelli che hanno ceduto all’asfissia prodotta da una vita rinchiusa. Nei passi di Giuseppe e Maria si nascondono tanti passi. Vediamo le orme di intere famiglie che oggi si vedono obbligate a partire. Vediamo le orme di milioni di persone che non scelgono di andarsene ma che sono obbligate a separarsi dai loro cari, sono espulsi dalla loro terra. In molti casi questa partenza è carica di speranza, carica di futuro; in molti altri, questa partenza ha un nome solo: sopravvivenza. Sopravvivere agli Erode di turno che per imporre il loro potere e accrescere le loro ricchezze non hanno alcun problema a versare sangue innocente» (Papa Francesco).

 

Anche oggi si cerca di sopravvivere agli «Erode di turno», a chi tende al potere per il potere, sostituendo la divinità – la “sola” divinità – con molti idoli. L'esistere cristiano trova le sue coordinate, però, in altre narrazioni, trova la sua concretezza nella storia di Gesù, che culmina sulla Croce.

 

Il Salvatore che ha improntato la sua esistenza all'altro, fino a dare la vita per lui. In questa narrazione, risulta importante anche indagare a chi fosse effettivamente rivolto questo evento, vedere chi è stato presentato questa lieta notizia: «In quella notte, Colui che non aveva un posto per nascere viene annunciato a quelli che non avevano posto alle tavole e nelle vie della città. I pastori sono i primi destinatari di questa Buona Notizia. Per il loro lavoro, erano uomini e donne che dovevano vivere ai margini della società. Le loro condizioni di vita, i luoghi in cui erano obbligati a stare, impedivano loro di osservare tutte le prescrizioni rituali di purificazione religiosa e, perciò, erano considerati impuri. La loro pelle, i loro vestiti, l’odore, il modo di parlare, l’origine li tradiva. Tutto in loro generava diffidenza. Uomini e donne da cui bisognava stare lontani, avere timore; li si considerava pagani tra i credenti, peccatori tra i giusti, stranieri tra i cittadini. A loro – pagani, peccatori e stranieri – l’angelo dice: «Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore» (Lc 2,10-11).

 

«Ecco la gioia che in questa notte siamo invitati a condividere, a celebrare e ad annunciare. La gioia con cui Dio, nella sua infinita misericordia, ha abbracciato noi pagani, peccatori e stranieri, e ci spinge a fare lo stesso» (Papa Francesco).

 

Ecco come dovrebbe parlare anche a noi oggi questo annuncio, ecco come deve cercare – poiché la fede è ricerca di qualcuno in cui si esprime la Verità – di vivere chi voglia definirsi cristiano. «La fede di questa notte ci porta a riconoscere Dio presente in tutte le situazioni in cui lo crediamo assente. Egli sta nel visitatore indiscreto, tante volte irriconoscibile, che cammina per le nostre città, nei nostri quartieri, viaggiando sui nostri autobus, bussando alle nostre porte.

 

E questa stessa fede ci spinge a dare spazio a una nuova immaginazione sociale, a non avere paura di sperimentare nuove forme di relazione in cui nessuno debba sentire che in questa terra non ha un posto. Natale è tempo per trasformare la forza della paura in forza della carità, in forza per una nuova immaginazione della carità» (Papa Francesco).

 

In questo Santo Natale, come in tutti gli altri giorni dell'anno, Dio è in mezzo a noi, l'Emmanuele-Dio con noi è una presenza discreta perché vive negli occhi di chi spesso non ha voce. Di coloro che sono già condannati all'indifferenza: «Perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato».

 

Anch'essi allora risponderanno: «Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?». Allora egli risponderà loro: «In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l'avete fatto a me» (Mt 25, 43-45).

 

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