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''Questi è il Figlio mio, l'amato: ascoltatelo''

Nella seconda domenica di Quaresima incontriamo nella lettura uno dei brani più celebri del vangelo secondo Marco: la cosiddetta “trasfigurazione”
DAL BLOG
Di Alessandro Anderle - 27 febbraio 2021

Laureato in Filosofia e in Scienze Religiose. Insegno Pluralismo e dialogo fra le religioni,

Mc 9,2-10 [In quel tempo], Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni e li condusse su un alto monte, in disparte, loro soli. Fu trasfigurato davanti a loro e le sue vesti divennero splendenti, bianchissime: nessun lavandaio sulla terra potrebbe renderle così bianche. E apparve loro Elia con Mosè e conversavano con Gesù. Prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia». Non sapeva infatti che cosa dire, perché erano spaventati. Venne una nube che li coprì con la sua ombra e dalla nube uscì una voce: «Questi è il Figlio mio, l'amato: ascoltatelo!». E improvvisamente, guardandosi attorno, non videro più nessuno, se non Gesù solo, con loro. Mentre scendevano dal monte, ordinò loro di non raccontare ad alcuno ciò che avevano visto, se non dopo che il Figlio dell'uomo fosse risorto dai morti. Ed essi tennero fra loro la cosa, chiedendosi che cosa volesse dire risorgere dai morti.

 

Nella seconda domenica di Quaresima incontriamo nella lettura uno dei brani più celebri del vangelo secondo Marco: la cosiddetta “trasfigurazione”. Pochi versetti prima (8,29 ss.) si è raggiunto uno degli apici del vangelo secondo Marco: il riconoscimento di Gesù come il Cristo da parte di Pietro. Nonostante questo riconoscimento fosse già avvenuto, l'episodio della trasfigurazione mostra che i discepoli ancora non comprendevano fino in fondo – l'incomprensione dei discepoli è un tratto caratteristico di questa narrazione evangelica - che cosa significasse “essere il Messia, il Cristo”.

 

Pietro, Giacomo e Giovanni sono i tre discepoli che seguono Gesù nelle fasi più importanti della sua vita, fino alla sua agonia nel Getsemani (14,33). La montagna rappresenta, in tutta la narrazione biblica, un luogo privilegiato per l'incontro fra l'uomo e Dio, basti pensare alle vicende mosaiche. E lì venne “trasfigurato” - si noti il verbo al passivo, non è Gesù che “si trasfigura”! -, ma che cosa significa? Che cos'è accaduto su quel monte? Resta indicibile, il bianco è il colore della luce, è il colore del mondo celeste (cf. Dn 7,9), sono le creature del cielo a essere luminose, e solo Mosè ha avuto un volto luminoso che rifletteva la luce. Gesù non è luce riflessa di Dio, ma è luce divina, è la luce del Figlio amato. Anche il ragazzo che annuncerà la risurrezione sarà vestito di bianco candido, splendente (16,5).

 

Le due figure che apparirono ai discepoli e che conversarono con Gesù ci dicono qualcosa sul suo essere Messia. Del profeta Elia, infatti, era atteso il ritorno – come racconta la profezia di Malachia (Ml 3,23-24) – prima dell'avvento del Messia vero e proprio; mentre la presenza di Mosè «indica il ruolo di Gesù quale profeta escatologico, preannunziato in Dt 18,15» (A. Poppi).

 

Fra i tre discepoli che assistettero alla trasfigurazione, Marco riporta solamente la reazione (scomposta) di Pietro, il quale «domandò a Gesù di erigere tre tende, probabilmente rifacendosi alla prassi gioiosa delle Capanne, festa associata alle speranze messianiche» (A. Poppi). Pietro, se così si può dire, fraintende ciò che stava accadendo, pensando che la glorificazione di Gesù quale messia era lì da venire. La teofania non lascia spazio alla risposta a questa domanda.

 

Come avvenne durante il battesimo nel Giordano, la voce di Dio torna a farsi sentire. Se, però, la prima volta Dio si rivolge solamente a Gesù, qui parla direttamente ai discepoli: «Ascoltatelo!». La presenza di Dio, come per il popolo d'Israele nel deserto, si manifesta attraverso «una nube che li coprì con l'ombra».

 

La narrazione accelera e, in un attimo, sembra tutto scomparso: Elia, Mosè, la nube e le vesti lucenti di Gesù. Marco non racconta esattamente lo stato d'animo dei discepoli, ma si possono immaginare lo stupore e, probabilmente, il timore che li circondava. Il grande interrogativo che si manifestò certamente nei discepoli, che pure assistettero di persona a quelli eventi, è il grande interrogativo che si fa spazio nel lettore.

 

Gesù, con poche parole, chiarisce che il momento per il suo totale riconoscimento, per la sua “glorificazione”, non è ancora giunto. Solamente quando «il Figlio dell'uomo fosse risorto dai morti», si sarebbe anche dipanato il mistero: il segreto messianico si rivelerà allora. Ma ciò spalanca la porta di un altro mistero indicibile, quello della risurrezione: «e (man)tennero la parola, chiedendosi tra di loro che cosa fosse questo risorgere dai morti».

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