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Il racconto del signor scarpa lucida e pochette a pois che evade le tasse ma le cure per il coronavirus le paghiamo tutti noi

Un racconto inventato. Il signor scarpa lucida si è fatto da solo. La sua aziendina? Avrà si è no dieci anni. Dura all’inizio? Dura solo all’inizio, prima della conoscenza di un signor consulente al quale fu posta una sola domanda. Anzi, una sola proposta: “Se mi arricchisco io, si arricchisce anche lei”. Detto fatto, seppur con la dovuta ma costante gradualità
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Di Carmine Ragozzino - 18 marzo 2020

Giornalista, ha lavorato per Alto Adige, Gazzettino e Trentino

Tre mesi fa. Il signor scarpa lucida con pochette a pois. Si sente un genio. Il lessico è arido ma furbetto. Gesticolante. La sua punteggiatura? Risatine intermittenti. Più prossime ad un tic. Curioso intercalare: “io qui, io là”. L’amico? Lo invidia un po’. Sa che è irraggiungibile nella sua sicumera. Ma per lui resta un esempio.

 

Il signor scarpa lucida e pochette ha appena cambiato l’auto. Forse non è nemmeno tanto corretto chiamarla auto: quel Suv nero di marca tedesca è un camion. Occupa due posti di parcheggio. La Nasa nel tecno cruscotto.

 

“Ma scusa, ti ho visto pochi mesi fa con quello spiderino che costa due anni del mio stipendio. Ti eri già stufato?”. “Ma no – risponde il signor scarpa lucida – dovevo semplicemente scaricare. Per sistemare un po’ di conti dell’azienda”.

 

L’amico si sente stupido e quasi si vergogna della domanda impertinente. È conscio che - da sempre - il signor scarpa lucida sa il fatto suo. Lui è un eroe dell’auto – finanza. Da lui c’è sempre qualcosa da imparare.

 

Il signor scarpa lucida si è fatto da solo. La sua aziendina? Avrà si è no dieci anni. Dura all’inizio? Dura solo all’inizio, prima della conoscenza di un signor consulente al quale fu posta una sola domanda. Anzi, una sola proposta: “Se mi arricchisco io, si arricchisce anche lei”. Detto fatto, seppur con la dovuta ma costante gradualità.

 

Primo passo: la domiciliazione societaria. I signor scarpa lucida colloca la sua azienda in un indirizzo fittizio. Lo cercano quelli del fisco? Che provino. Sarà come giocare a nascondino. Si vincerà facile.

 

Secondo passo: il prestanome. La società del signor scarpa lucida è intestata ad un nullatenente: l’ultimo dei cugini della moglie. Se il fisco dovesse mai incappare nella “testa di legno”, sbatterebbe la testa. Cosa potrà mai farsi risarcire?

 

Terzo passo. I movimenti di denaro – a nome del prestanome – sono piccoli. Ma sono una montagna. Tutti su carta prepagata, ricaricabile. Chi volesse seguire le “tracce” dei soldi si troverebbe nella condizione imbarazzante del segugio senza naso.

 

Quarto passo. Mica solo fatture false, che è scontato e ti fa passare per un dilettante. Qui tocca affidarsi al una “società cartiere”, roba molto più sofisticata. È una società che non produce un tubo ma sforna fatture. Carta che alla dichiarazione dei redditi non canta.

 

Il signor scarpa lucida le onora le fatture, ci mancherebbe. Solo che sono fatture farlocche: fatte all’uopo. La società cartiera si trattiene un quantum e rende indietro contanti. Va tutto a bilancio, l’imponibile si abbassa. Il signor scarpa lucida conta i guadagni.

 

Quinto passo. È sempre l’ora del nero. Il signor scarpa lucida si sente un benefattore. L’amico invidioso lo ha sentito imbrodarsi più e più volte. E si è sentito sempre più piccolo e sempre più scemo per la sua paura di imitarlo da quel suo negozietto che arranca. Eppure il signor scarpa lucida lo ha indottrinato con paziente commiserazione: “Prendi un pensionato, lo fai lavorare in nero. Gli fai un regalo, così arrotonda. E se invece vuoi dare spazio ai giovani, prendili con partita Iva e fai loro emettere fattura a fine mese. Contributi, ferie, permessi, tfr: lasciali ai cretini che vogliono fare gli imprenditori onesti”.

 

Il sesto, settimo, ottavo passo. E così via. Il signor scarpa lucida è un maratoneta. Qualcuno deve avergli detto che l’evasione fa bene allo spirito oltre che al portafoglio. E lui evade: felice. S’allena, instancabile, tra conti cifrati, sovra utilizzo delle schede carburanti, acquisti di beni per la “ditta” con Iva a forte scarico, Ditta che non c’è, ma chissenefrega.

 

Mentre il signor scarpa lucida e l’amico stanno per salutarsi, strombazza un’altra automobile. A comprarla gli zeri abbondano. “Ciao Franca” – salutano entrambi. E Franca, la moglie tutto trucco e chirurgia del signor scarpa lucida, fa solo un cenno. E sfreccia verso la parrocchia dove dirige l’associazione delle pie donne solidali.

 

Tre mesi dopo. Oggi. Il virus. Interno ospedale. Interno corsia. Il girone infernale degli infermieri e dei medici sfatti. I respiri delle macchine: ogni rantolo è un rombo. La Formula Uno dell’orrore. Il signor scarpa lucida arriva che è più al di là che al di qua. Per salvarlo, dovrebbero intubarlo. E poi sperare. Ma non è il solo. Non è l’unico. Non si sa se, non si sa come. Scarseggia tutto in quel girone d’inferno che rende tutti uguali. Scarseggia la possibilità di dare una possibilità alla vita. Curare costa. Lo prendono in carico il signor scarpa lucida.

 

Lo attaccano al respiratore. Almeno dall’incubo non riuscirà ad evadere. Il signor scarpa lucida usava dire “Lo Stato siamo io”. Era il suo mantra. Ghignava. Ora digrigna i denti in un’ultima smorfia prima del tubo in gola. Auguri signor scarpa lucida. Lo Stato siamo noi. Nonostante lei.

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