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Primarie Pd no alle facili etichettature, mettersi in gioco per ritrovare umiltà e il contatto con la società

I toni mi hanno aiutato a scegliere. I toni valgono quanto e forse più delle considerazioni. Il tono di Dal Rì è diverso dal tono della Maestri. Il primo “dubita” molto di più. Più che spiegare, si interroga. La seconda spiega di più. Si interroga di meno. Al futuro segretario o alla futura segretaria del Pd posso solo affidare alcune mie speranze, (o illusioni?) che a dirla tutta non sono rivolte solo al Pd ma all’intera sinistra: antica e sedicente futuribile
Dal blog di Carmine Ragozzino - 03 marzo 2019 - 10:23

Primarie Pd. Quelle locali – si vota – sono un po’ secondarie rispetto a quelle nazionali. In Trentino l’eccesso di sintesi e di superficialità nelle cronache ha accreditato la tesi di una sfida tra “vecchio/a” e nuovo. Da una parte Lucia Maestri. Dall’altra Alessandro Dal Rì.

 

La prima – non ci piove- è in campo da un’eternità. Il secondo no. La prima è sostenuta da molti sempiterni ma anche da “giovini”. Il secondo è sostenuto da una schiera più nutrita di “giovini”. Ma anche da alcuni sempiterni.

 

Entrambi predicano unità. I distinguo verranno – certo che verranno – da lunedì in poi. A consultazione fatta. Entrambi promettono la riorganizzazione del partito batostato di brutto alle elezioni provinciali. Promettono di usare il disincrostante contro i personalismi, le cordate discordanti, le fisime.  L’anagrafe degli aspiranti alla guida del Pd trentino è dunque un problema? Forse no. Forse sì. Pare tuttavia ingeneroso, ingiusto e fuorviante marcare la diversità tra Maestri e Dal Rì mettendo sulla bilancia l’eventuale esperienza e l’eventuale inesperienza, la longevità militante e le prime – seppur non primissime – armi.

 

In politica - così come nella vita – l’anagrafe non è mai sinonimo. Si può essere decrepiti nelle idee e nelle passioni ad ogni età. Si può essere credibili e lungimiranti nelle idee e nelle passioni ad ogni età.  L’uno e l’altra, l’altra e l’uno – Maestri e Dal Rì – hanno dunque tutto il diritto di giocarsi la partita della segreteria senza dover subire etichettature fin troppo facili, fin troppo semplici, fin troppo stupide.

 

Io, come è normale che sia, ho la mia preferenza. Una preferenza che fino a qualche giorno fa non era poi così solida. Mi ha illuminato un confronto – l’ultimo tra tanti della loro campagna per le primarie – a Trento.

La mia scelta non è legata alle parole – spesso interscambiabili - che ho sentito pronunciare da Maestri e Dal Rì. La mia scelta non è condizionata dalla forza delle sponsorizzazioni che hanno visto prodigarsi a favore di Dal Rì o di Maestri una platea più di “soggetti in causa” – gli iscritti Pd – che di curiosi.

 

I toni, quelli sì, mi hanno aiutato a scegliere. I toni valgono quanto e forse più delle considerazioni. Il tono di Dal Rì è diverso dal tono della Maestri. Il primo “dubita” molto di più. Più che spiegare, si interroga. La seconda spiega di più. Si interroga di meno. Questo ho capito io che solitamente non capisco una cippa.

 

E questo determina il mio voto da sinistro disilluso alle primarie. Un voto – meglio sottolinearlo a scanso di equivoci - che esercito come atto di rispetto, (anche con un po’ di gratitudine) , sia per Dal Rì che per la Maestri.

Decidere di provarci oggi - a sinistra - è un atto eroico. Generoso. Il treno della destra corre sempre più forte sui binari che il centrosinistra, (anche quello con la variabile autonomista, di casa nostra) ha reso velocissimi: ungendoli di sicumera. Ci vuole fegato nel provare non dico a fermare la destra ma almeno a rallentarne l’incedere. Pesa l’impotenza. Pesa l’incapacità di contrastare una cultura più devastante dell’azione politica.

 

Al futuro segretario o alla futura segretaria del Pd posso solo affidare alcune mie speranze, (o illusioni?) che a dirla tutta non sono rivolte solo al Pd ma all’intera sinistra: antica e sedicente futuribile.

Imploro di cambiare linguaggio per provare ad allargare se non i consensi almeno gli interlocutori. Adottare un vocabolario semplice non vuol dire abbracciare il semplicismo. Vuol dire farsi capire: scusate se è poco. Puoi avere i programmi migliori ma se non riesci ad uscire mai dalla “fascia protetta” di quelli che già pensano e parlano come te hai sbagliato pianeta.

 

Woody Allen scrisse “Citarsi addosso” per prendere in giro prima di tutto sé stesso. Nel “Citarsi addosso” la sinistra ha quasi sempre smarrito l’indirizzo dell’autoironia (autocritica? Meno che mai). Ma a questi indirizzi, (autoironia e autocritica) abita anche la simpatia. Essere “normali”, ecco l’altra speranza. O almeno, provare a sedersi ogni tanto ad ascoltare piuttosto che ergersi a maestri di tuttologia piazzati sulla cattedra della presunzione. Cerco di essere più chiaro perché mi rendo conto del rischio dell’incartamento. Se un assessore leghista alla cultura scrive “conoscenza” con la “i” ci si può anche fare un frizzo. Ma spendere per lunghi giorni tempo ed energia nel mettere in testa a Bisesti il cappello da asino non è fare politica. È imbrodarsi di una superiorità intellettuale che scambia errore per orrore, una svista per ignoranza. Ci si inchioda sulla “i” sbagliata, perché quella giusta - che giustificherebbe una guerra – è l’iniziale di “investimenti”. Gli investimenti in cultura che Bisesti e la giunta leghista in Provincia stanno tagliando.

 

Dileggiare forse rafforza l’ego a sinistra. Ma la sinistra ha vitale necessità di trovare sintonia con chi di sinistra non è. Ma che non è nemmeno un minus abens se non è di sinistra ed abbocca alle lusinghe di un promettificio che non è mai stato tanto becero. E la sintonia si riconquista scendendo dai piedistalli, accettando palate di sterco, evitando l’attitudine alle sentenze.

 

Un'altra speranza? Più società e meno social. Comunicare si deve, specie se si è convinti di comunicare diritti e doveri, giustizia ed equità. Ma se si mette la faccia su Facebook, (e si deve mettere tanto e meglio di quanto non accada a sinistra) non può essere un atto piacione. Lo strumento è utile solo se non diventa una vetrina dell’inutilità. Meno politici, (di sinistra) in braghe corte da runner o in completo da sci e più politici, (di sinistra) che imparano a sintetizzare idee, proposte, iniziative e concretezza. La differenza si marca anche così.

 

Ultima speranza, (ma solo perché se no facciamo notte)? Immaginare una nuova urbanistica della politica. Immaginare nuovi luoghi del confronto: la strada, il posto di lavoro, l’esterno di una scuola e di un’università, il condominio, l’associazione. Luoghi forse meno rassicuranti di un’assemblea in una sede. Luoghi in cui misurare le idee con una realtà che quasi sempre non collima con quella che viene comodo immaginare.

 

Infine, ma sarebbe l’inizio, l’umiltà. Per la sinistra è l’umiltà di non pensarsi sempre i migliori. L’umiltà di farsi promotori anziché attori di commedie prevedibili prima ancora che si alzi il sipario. Promuovere cioè le Agorà delle competenze e delle credibilità senza volerle incasellare in un’appartenenza. Amplificare, mettersi al servizio di chi sa fare e sa dire senza chiedere in cambio fedeltà, accettando che il buono e l’onesto non siano solo “da una parte”.

 

Si potrà mai fare? Boh. Queste speranze hanno a che fare con le faccende interne ed esterne al Pd? Boh. Ma queste speranze hanno a che fare con me. Già l’Inter mi impone domenica dopo domenica, anno dopo anno, la disillusione. Eppure insisto nel tifare Inter. Vorrei poter insistere a tifare sinistra. Ma che sia una sinistra che impone il suo gioco – con inventiva e creatività - piuttosto che rincorrere vanamente il gioco degli avversari. A vuoto.

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