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''Rimarrai nella nostra storia, ispiratore di visioni, testimone di Vita''. La Cooperativa La Rete piange Bosso, il gigante fragile

Un maestro allergico al dare lezioni. Il podio per lui era una semplice pedana. Spesso non agevole ma più confortevole e amica di una cattedra. Era unico. E' un simbolo. L'orchestra per lui era come la Costituzione: ognuno dà il suo contributo per la società ideale: inclusiva. Se n'è andato troppo presto. Ci sarà sempre.
DAL BLOG
Di Carmine Ragozzino - 15 maggio 2020

Giornalista, ha lavorato per Alto Adige, Gazzettino e Trentino

Rimarrai nella nostra storia, ispiratore di visioni, testimone di Vita. Dentro il limite, oltre il limite. Dentro la musica, oltre la musica. Buon viaggio”. Le parole, queste poche parole postate sui social dalla Cooperativa La Rete, rendono solo un minimo del massimo dei sentimenti. Quelli che il gigante fragile sapeva suscitare tra utenti, operatori e volontari. La Rete: i disabili che non stanno mai all’angolo. Che non si fanno mettere all’angolo. Bosso - inabile e musicista – gli angoli li aveva cancellati dalla geometria forzatamente sbilenca della sua vita. Una vita troppo breve.

 

Con lui la vita non è stata generosa. Lui con la vita - la sua è quella degli altri - è stato generoso. Ha donato tutto sé stesso alla causa del coraggio. Se per un disabile ogni passo nell’accettazione e nella valorizzazione della propria condizione è una quotidiana vittoria contro la rassegnazione o l’emarginazione, per Bosso quei passi camminavano sulle note. Le note docili, le note feroci, la quiete e la tempesta: la vita. Una vita da prendere come viene. Bosso vi ha trovato il meglio anche nel peggio. Lui, Bosso, era il direttore di un’orchestra: interiore. La faceva suonare anche nel silenzio. Negli sguardi. Nelle espressioni. Raccontava e si raccontava spesso: simpatia, contagio. Si raccontava ad intermittenza per via di quella progressione malata che fa regredire il fisico. Ma la mente no. Quella mente il fisico era costretto a rincorrerla. Anche arrancando. La corsa dei sentimenti. La corsa dell’anima.

 

Bosso era il maestro allergico al dare lezioni. Il podio per lui era una semplice pedana. Spesso non era una pedana agevole ma in ogni caso era sempre più confortevole e amica di una cattedra. Per questo Ezio Bosso – era un simbolo. Nella musica non era il migliore di tutti. Di sicuro era migliore di molti. Ma era unico. E questa sua unicità, giustamente, oggi si piange. Questa sua unicità renderà unico anche un ricordo. Che difficilmente sbiadirà. La malattia e la bacchetta. La malattia e quei tasti bianchi e neri di un pianoforte. Le dita che trovano la strada anche quando la malattia tende a confonderla. O a nasconderla. Le dita, anche quando sono diventate maledette, al pianoforte hanno tolto il “piano” per lasciare libero il “forte”. La forza di rendere la differenza un fatto tecnico. Non una sostanza.

 

Bosso si è donato. Fino all’ultimo. Il regalo è la sua umanità di anti-eroe: genialmente normale anche nell’anormalità della sua forzata situazione. Bosso, il burattino. Un corpo mosso da fili invisibili. Un corpo in affanno che diventa armonia. E sintonia con la musica. Con chi la fa, la musica. Con chi la riceve in dono, la musica. Ma poi c’era – non c’è più ma ci sarà – il Bosso che dalla musica impara. E lì, solo in quel caso, ci dà una lezione. Il breve e grato omaggio postato da La Rete non è solo una frase. C’è un video. Una video intervista recente in cui Domenico Iannacone – un magnifico narratore di “interni umani” – materializza la filosofia di Ezio Bosso.

 

 

 

 

La sua filosofia, il suo credo, è la democrazia. La sua luce è la Costituzione. Ma quella che Bosso spiega con quei suoi occhi più ricchi di spiegazioni che un tomo Zingaretti, è una forma di democrazia, di Costituzione, che andrebbe insegnata fin da piccoli a coloro che crescendo si scordano la bellezza dei diritti. “Nell’orchestra – dice Bosso – ognuno dà il suo contributo perché si realizzi la società ideale. L’orchestra è la società ideale: sei obbligato ad ascoltarti, ad ascoltare il tuo vicino. Sei una società che si ascolta, che si migliora. Non studiamo, non proviamo delle ore per essere i migliori. Studiamo per migliorare. Quando io miglioro me stesso, anche il mio compagno suona meglio e il suo suonare meglio spinge me a suonare meglio”.

La musica come paradigma. Come ispirazione. Per Bosso, speriamo davvero per tutti, come aspirazione. L’aspirazione all’essenza della democrazia piuttosto che alla sua pantomima parolaia – nelle istituzioni come nella società - che peggiora il nostro vivere ogni giorno di più.

 

L’essenza della democrazia è la reciprocità, l’inclusione. Bosso alla reciprocità dava il tempo: con una bacchetta o con una scala al pianoforte. Immaginava di poter fare la sua parte per cambiare in meglio quell’altro tempo, quello non musicale.

Bosso metteva in guardia dal tempo diseguale e disarmonico, ingiusto e violento, che si vive fuori da una sala da concerto. Non predicava, Bosso. Sorrideva con il sorriso che la malattia devia di lato senza riuscire a togliergli comunicabilità e comunanza.

 

La musica è per sua natura inclusiva – diceva Bosso a Iannacone - tutti mettono un contributo per arrivare ad andare oltre”. I solisti ci stanno nella musica, ma senza l’insieme il solista è inutile. Depotenziato. Il solista nella società è poco utile. Se diventa egoista – come spesso accade – diventa un pericolo. Nella società le differenze diventeranno mai un patrimonio? Una risorsa? “Dentro il limite, oltre il limite. Dentro la musica, oltre la musica”. La riconoscenza de La Rete, espressa così semplicemente e così intensamente ad Ezio Bosso è un sentimento comune. Non c’è disabile. Non c’è abile. Ci sono solo persone che hanno tutte le prerogative per “dare” e per “ricevere”. Ezio Bosso dava. Non ci dava solo musica. Non ci dava solo umanità.

 

Bosso riceveva l’affetto che meritava. Oltre la musica. Oltre il suo limite e speriamo anche oltre il nostro limite: la facile commozione per un eroe malato con la bacchetta e i fili che lo muovono senza tuttavia rimuovere del tutto le nostre incrostazioni. Forse oltre all’affetto Ezio Bosso merita anche invidia. L’invidia non è sempre un errore. Si può invidiare con la voglia di imitare. Di Ezio Bosso sarà dura imitare la qualità artistica. Ma quella umana è alla portata di tutti.

Sì perché per mettere in atto quella sua Costituzione musicale serve “ascoltare”, conoscere, il tuo vicino, capirlo, accettarlo. Si può fare anche senza saper suonare. Ne uscirebbe quella “Sinfonia dei diritti” che Bosso ha sempre voluto scrivere e dirigere.

Solo sapendola realizzata, riposerebbe in pace.

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