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Cima Vertana e il ghiacciaio Rosimferner, sull'utilità e il danno dei ramponi per la vita

Parafrasando il noto libretto di Nietszche, l’oggetto delle mie sconsiderate riflessioni sono proprio i ramponi da ghiaccio semiautomatici tra errori di valutazione e colpi di scena raggiungiamo i 3545 metri e lo spettacolo è grandioso, circondati da ghiacciai (dell’Angelo, della Vedretta di Lasa, dell’Ortles, del Gran Zebrù che prima o poi accarezzeremo), cielo azzurro e cirri poliformi.
Dal blog di Lou Arranca (Alias Ivo Cestari) - 26 luglio 2018 - 13:32

Capita a volte, che ben consci di cosa dobbiamo fare quando andiamo in montagna ad alte quote, tuttavia, nel cazzeggio perenne che contraddistingue le uscite con Nick Ravannah, Max Meru e qualche sventurata amica che mal ripone la sua fiducia in noi (sistah Elisah), si faccia esattamente il contrario di quello che le buone regole imporrebbero. Parafrasando il noto libretto di Nietszche (Sull’utilità e il danno della Storia per la vita), l’oggetto delle mie sconsiderate riflessioni sono proprio i ramponi da ghiaccio semiautomatici, comperati nuovi di zecca due mesi prima del Natale scorso, mai usati fino a questa occasione e studiati come fossero un oggetto caduto dallo spazio.

 

Ricordo che, appena presi, li avevo millimetricamente adattati ai miei vecchi scarponi invernali, per non perdere tempo al momento buono, ai bordi di un ghiacciaio. Passati vari mesi, ecco che finalmente si presenta l’occasione di usarli per un bel ghiacciaio: quello di Rosimferner per accedere alla Cima Vertana, una bella vetta di 3545 metri sopra a Solda, di fronte al trio maestoso composto dall’Ortles, dallo Zebrù e dall’imponente Gran Zebrù.

 

 

La sera prima però, mi accorgo mestamente che la regolazione fatta a suo tempo mal si adattava ai nuovi scarponi acquistati nel frattempo e così passo un’ora a “scainare” maledicendo il ferro (Fe) come elemento naturale, in quanto posseduto dallo spirito maligno dell’Iperattivismo. Nel cuore della notte vado a dormire per svegliarmi un paio di ore dopo, per prelevare il fido Nick Ravannah e dirigermi alla volta di Merano, dove il fenomenale buddhista meditabondo Max Meru ci presenta una scattante sistah di nome Elisah.

 

Nulla di rilevante da segnalare durante il soporifero viaggio in macchina se non, quando è venuto il momento di prendere la seggiovia Kenzel per portarci a quota 2400: una clamorosa figuraccia di Max che, intento a blaterare con Elisah, nell’accomodarsi sui sedili non si è accorto che questi erano ancora sollevati in posizione verticale, provocando un’esilarante caduta all’incauto amico. Ma veniamo al dunque: preso dapprima il sentiero 12 e successivamente il 13, arrivando di buon passo alla lingua del ghiacciaio ecco affacciarsi le prime “fisse” che mi accompagnano quando il respiro si fa corto e pesante: mettere d’accordo passo, respiro e battiti cardiaci.

 

 

Il mio problema però , è che, da percussionista amatoriale, mi piacciono i ritmi funky e latini, che fanno della sincope il loro punto di forza. E quindi l’idea di mettere in sincrono sul battere (del piede) cuore e respiro, è una cosa per me molto ostica, e quindi, dopo un paio di ore di ravanate su pietraie infide ai bordi dell’imponente seracco, ne esce una poliritmia sghemba in 7/8 che preoccupa non poco chi mi cammina vicino. Preso da questo sconcertante ritmo su sfasciumi instabili e concentrandoci sugli ometti in pietra che ci guidano, arriviamo ai margini del primo nevaio dove, dopo una breve disputa su chi ha diritto al posto più comodo per sedersi, compiamo finalmente il rito del rampone.

 

 

Per prima cosa chiedo a Max, una volta infilatomi l’imbrago per procedere legati, dove diavolo ha messo la corda, e questo mi risponde serafico che la corda giace tranquilla nel baule della macchina “perché non ce n’era bisogno !”. “E stikaz…!!! Siccome andiamo su con zaini leggeri vuoi non portare pesi e ingombri inutili? Già la scelta di portare panini con peso specifico superiore al piombo (Pb) è stata una perfetta idiozia, perché non farsi mancare qualche etto in più? No podevet dirmelo prima, cramegna!??”. Procediamo quindi con la vestizione e affrontiamo il primo nevaio notando subito che gli alti escursionisti (tedeschi e altoatesini) procedono tranquilli senza alcun rampone data la poca pendenza.

 

 

Ecco! La volta che fai le cose a dovere sei addirittura troppo prudente e poiché si procede chiacchierando tieni i piedi vicini permettendo agli artigli in acciaio dei rampini di “sfilettarti” i pantaloni all’altezza delle caviglie. E questa è l’altra faccia della medaglia dell’uso dei ramponi: se non stai un po’ attento e non cammini a gambe leggermente aperte è ovvio che infilando i piedi nella traccia abbastanza profonda chi non li ha usati prima di te (non siamo sul ghiaccio vivo) prima poi un’unghiata alle caviglie te la dai!

 

 

Svoltiamo a sinistra verso la vista della cima, togliamo i ramponi e procediamo su un terreno ghiaioso al limite del sabbioso per altri 30 minuti e poi ecco altri due nevai in successione prima della ripida cresta occidentale con la grande croce cerchiata metallica in alto.

 

 

Che si fa? Con l’acquolina in bocca e la fame che morde lo stomaco la voglia di arrivare alla meta finale raddoppia e quindi partiamo senza ramponi e con i bastoncini in mano. Ed ecco che invece scopriamo che la scelta è scellerata, perché si procede su un traverso obliquo abbastanza pendente e con la possibilità di scivolare, ahimè, in un terrificante baratro. Con molta prudenza e invocando tutte le protezioni divine dei nostri mondi politeisti (tra noi non c’è manco un cristiano…), con i ramponi al calduccio dello zaino e con gli scarponi ben piantati nella neve, passiamo oltre la zona potenzialmente pericolosa.

 

 

Finalmente arriviamo all’impervia cresta costituita da grandi blocchi franati su cui i miei pensieri, a causa della rarefazione dell’ossigeno passano da assolate spiagge su barriere coralline alla visione di me stesso dormiente sul divano con la gatta Wendy amorevolmente acciambellata sul mio ventre molle (il famoso “ventre dell’architetto” su cui il regista Peter Greenaway ci ha fatto un bellissimo film…).

 

 

E dopo 30 minuti di visioni lisergiche eccomi sommerso dagli abbracci dei miei amici la cui eccessiva magrezza ora invidio. Siamo a 3545 metri e lo spettacolo è grandioso, circondati da ghiacciai (dell’Angelo, della Vedretta di Lasa, dell’Ortles, del Gran Zebrù che prima o poi accarezzeremo), cielo azzurro e cirri poliformi.

 

 

20 minuti di goduria e brevi scambi di battute con gli altoatesini e riprendiamo la via del ritorno (la stessa dell’andata) sotto un sole potente che mi fa colare addosso i pantaloni neri. Per i criticoni, non è che siamo incoscienti: abbiamo dovuto prestare attenzione solamente all’inciampo casuale perché una scivolata lungo la neve avrebbe potuto essere “problematica”. Per fortuna, le picozze le tenevamo ben saldamente in mano e quindi il rischio è stato relativo. Certo è che entrambe le volte abbiamo sbagliato in pieno la valutazione e poiché siamo “demoniaci”, lo stesso errore, per pigrizia e per necessità di velocizzare il ritorno, lo abbiamo compiuto anche in discesa.

 

 

D’altra parte i tempi imposti dagli impianti (chiusura alle 17, se non addirittura prima come in Austria), ti impongono di non goderti come vorresti queste splendide cime oltre i 3000 metri, perché devi metterti la “fissa” di arrivare in tempo per l’ultima corsa ed evitare un altro paio d’ore di discesa.

 

 

Discesa che su quel terreno costituito da massi pericolanti e mobili mettono a dura prova i legamenti della anziane ginocchia. Arriviamo in tempo per il ritorno alla seggiovia e giunti a Solda ci mettiamo rapidamente alla ricerca di una birra colossale come se fossimo un branco di lupi nel deserto.

 

Da quel momento i ricordi si fanno via via sempre più nebbiosi……so che qualcuno ha guidato la macchina fino a Merano……so che un dio del mio mondo politeista (Ermes?) ha guidato la mia mano fino a Trento. Di più non so che dire!

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