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In Val di Fassa come Hermann Keinwunder

Chi era Hermann Keinwunder? Uno degli alpinisti più controversi, strani e probabilmente più visionari, nonché assolutamente sconosciuti, della storia dell’alpinismo
Dal blog di Lou Arranca (Alias Ivo Cestari) - 02 gennaio 2018 - 19:51

Chi era Hermann Keinwunder? Per avere una risposta esaustiva a questa domanda cruciale si dovrà per forza prendere visione del lavoro documentaristico di Enrico Tavernini e Carlo Cenini ('Chiedilo a Keinwunder').

 

Per ora basti sapere che si tratta di uno degli alpinisti più controversi, strani e probabilmente più visionari, nonché assolutamente sconosciuti, della storia dell’alpinismo.

 

Lui, ben prima dei Nuovi Mattini, aveva già rifiutato il concetto di cima e anche quello di conquista. Keinwunder non arrivava mai in cima, si fermava sempre un po’ prima. Ma, incredibile, scendeva sempre da dove era salito anche se erano pareti impossibili.

 

E come Keinwunder, con il mio pard Nick Ravannah, abbiamo fatto di tutto per evitare di raggiungere una cima nel corso della nostra più recente uscita alpina: e ci siamo riusciti.

 

Teatro della vicenda la bellissima Val S. Nicolò, valle laterale al Val di Fassa che parte da Pozza di Fassa e si addentra per una decina di chilometri fino alla conca dominata dal Col Ombert.

In questa valle da noi particolarmente amata, ci sono alcune vie ferrate interessanti e molto diverse tra loro per natura e storia che ovviamente sarebbe meglio percorrere d’estate anche se capita che qualche 'furioso' vi si cimenti in stagione invernale: dalla tosta 'Magnifici 4' a inizio valle, con il suo traversino su doppio cavetto, alla storica e molto panoramica 'Kaiserjäger' sul Col Ombert, alla facile 'F. Gadotti' che porta al Sasso Dodici (Doudesc) e al lungo sentiero attrezzato 'B. Federspiel' che percorre la Cresta dei Monzoni.

 

La nostra intenzione iniziale era si, quella di raggiungere la Cima delle Undici, percorso che si può intraprendere anche con sci e pelli, ma anche di stare al sole per riscaldare le vecchie ossa. “Poichè avrò un appuntamento di lavoro verso le 17 a Pozza di Fassa, non vorrei nemmeno arrivare troppo stravolto, vero Nick?” Speranza vana visto che ogni volta la facciamo sempre più lunga del previsto...

 

Lasciata la Rifattona al parcheggio in prossimità del Ristorante Soldanella, indossiamo subito i ramponcelli e ci incamminiamo sulla stradina che fiancheggia la pista da sci. Fa freddino e abbiamo voglia di sole, e quindi al bivio dopo la Malga Crocifisso invece di proseguire verso la Malga Monzoni, il Rifugio Valaccia e la nostra meta programmata del Sasso Undici, vedendo il versante sud della valle bello illuminato, decidiamo di percorrere la valle fino in fondo e poi si vedrà.

 

Ovviamente, come detta la legge di Murphy, se una cosa può andar male, andrà male. Dopo qualche chilometro sulla comoda stradina di fondovalle perfettamente innevata e immersa in una scenario fiabesco, il sole viene coperto da un velo plumbeo, vanificando la nostra scelta di stare al sole. Usciamo dal bosco e davanti a noi si apre lo scenario dominato dalla piramide del Col Ombert quasi completamente bianco.

 

Dopo un paio d’ore siamo quindi pronti per non saper dove andare. Chi dice di andare a destra verso il versante nord del Sass de Pecol, chi verso il Sasso Bianco, chi in direzione Col Ombert.

Optiamo per seguire una traccia di un scialpinista che sale verso il Passo S. Nicolò, sperando che il sole tagli la coperta di nuvole e torni a scaldarci.

 

Indossiamo finalmente le ciaspole e ci spostiamo a sinistra. Poche centinaia di metri e facciamo subito i conti con un tipo di neve sul quale le ciaspole possono fare ben poco: il sottile strato ghiacciato cede sotto il nostro peso e sprofondiamo fino alle ginocchia.

O meglio: Nick, che sta davanti, sprofonda di tanto in tanto, mentre io, con i miei 10 chili in più, sprofondo quasi ad ogni passo. Spero molto nella compattezza della neve e nella gelività mano a mano che saliamo sui ripidi prati.

 

Ogni tanto sbucano a malapena dalla coltre bianca, le paline che segnano i percorsi, ma le tracce vanno da altre parti e quindi navighiamo a vista.

 

Si suda e ci si scalda. Le ciaspole limitano parzialmente lo sprofondamento fino a quando arriviamo appena sotto il passo S.Nicolò: sopra di noi rocce affioranti e sotto un lungo imbuto molto inclinato con la neve un po' instabile per il fondo erboso liscio come il sapone.

 

Davanti a noi un breve traverso un po' rischioso e quindi si fanno dei calcoli: la temperatura è ancora abbastanza fredda ma siamo su un versante sud; sopra di noi non ci sono distacchi e la neve è poca; sotto lo scivolo è lungo ma non ci sono né rocce affioranti né salti; qualche scarico c’è già stato. Certo che con gli sci avrei meno dubbi, ma con le ciaspole sui traversi con neve così molle non è proprio il massimo.

Decidiamo di procedere distanziati: Nick va per primo e io lo seguo con lo sguardo. Poi è il mio turno: un po' di tensione e la fatica mi tagliano il fiato. Alla fine i punti incerti solo molto meno di quelli che vedevamo da più lontano e quando ci siamo sopra cerchiamo di passare veloci. Di sicuro li eviteremo al ritorno. Una volta passati siamo almeno al Passo e a questo punto ci spingiamo fino al Rifugio S. Nicolò che è chiuso e non ha nemmeno un bivacco invernale aperto per ripararsi dall’arietta artica. Pausa per mangiare, scattare foto, ammirare la Marmolada e in lontananza il Piz Boè che troneggiano, parzialmente illuminati da tagli di luce solare che fendono la patina grigiastra che vela il cielo.

Ancora non abbiamo in mente nessuna cima alternativa, ed ecco che ci sovviene il racconto su Hermann Keinwunder. “Chissenefrega della cima, giriamo a zonzo e impegniamoci in una discesa ardita. Tanto qualsiasi scelta che facciamo oggi sarà sempre sbagliata” Come volevasi dimostrare Cima Undici è baciata dal sole dall'altra parte della valle; più in fondo anche la Torre Vajolet è 'incandescente' ed era una delle mete a cui avevamo pensato.

 

Ripartiamo percorrendo la cresta verso il Sasso Bianco quando in lontananza, ma non troppo, un camoscio ci studia diffidente. Proseguiamo tracciando una rotta verso di lui. Lentamente si allontana ma ci tiene d’occhio: bellissimo e solitario si avvia verso una sella di cui non sappiamo il nome e pensiamo per un po' di seguirlo.

Nel frattempo finalmente un lucore molto gradito ci bacia le fronti: ecco il sole. La situazione si sta capovolgendo rapidamente e nel giro di un’ora sul Latemar nevica e sui Monzoni le nubi sono cupe e cariche di neve.

 

Da noi invece, un timido sole ci riappacifica con il Fato.

 

Dobbiamo però tener conto dell’orario e delle giornate corte: rinunciamo all’ennesima cima (o meglio: ci fermiamo un po' sotto...) e scendiamo per quello che pensavamo essere un comodo sentiero di ritorno che avevamo già percorso un paio di volte quest’estate scorsa quando siamo saliti sulla ferrata Kaiserjäger.

Ennesima scelta balorda ma in linea con Keinwunder: nessuna traccia visibile, ma solo orme di camosci che seguiamo nei ripidi versanti boscosi. Sprofondiamo nuovamente fino alle anche nonostante le ciaspole (!) spostandoci secondo le migliori linee di pendenza e tenendo a vista le baite del fondovalle. Sudiamo e sbuffiamo manco fossimo in salita scendendo alla cieca fino a quando dopo un’ora riconosciamo il percorso e le serpentine del sentiero nascosto da un metro di neve.

Dopo 6 ore dalla partenza e 12 chilometri di cui 6 con le ciaspole che non abbiamo quasi mai visto galleggiare sopra la neve, siamo tornati sulla stradina di fondo valle: nessuna cima, vagabondaggio a vista, altri 7 chilometri da percorre prima di arrivare alla macchina.

 

Il più è fatto e quindi scendiamo filosofeggiando su Shakti, cioè l’energia divina personificata dalla 'donna' e del suo rapporto con Shiva. Argomenti leggeri, quindi, e dettati sicuramente dall’innalzamento del livello di percezione cosmico provocato dall’acido lattico di cui i nostri muscoli trasudano.

Temo per il mio incontro di lavoro, ma una buona birra in paese mi riporterà al giusto grado di lucidità.

 

Anche stavolta, per stare leggeri, ci siamo pippati 19 chilometri e mezzo e quasi 1.300 metri di dislivello, per più di 9 ore di vagabondaggio senza aver raggiunto nessuna meta: in pieno spirito Keinwunder

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