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La morte è tornata prepotentemente nella nostra quotidianità, con la pandemia abbiamo la possibilità di ripensare alla sua dimensione collettiva

Nella storia dell’Occidente il rapporto dell’Uomo con la Morte si è rovesciato nel corso dei secoli: bombardati come siamo da numeri di decessi, percentuali e limitazioni alla nostra libertà di movimento, abbiamo la possibilità di ripensare alla dimensione collettiva della morte e, purtroppo anche alla sua quotidianità
DAL BLOG
Di Lou Arranca (Alias Ivo Cestari) - 09 aprile 2020

Rapito dalla Montagna anni fa, pratica escursionismo, percorre vie ferrate e frequenta qualche falesia e palestra di roccia. 

L’avevamo messa all’angolo, rimossa, cancellata dalla dimensione collettiva e ridotta ad un doloroso fatto personale, privato, oppure filtrata dai media, o comunque relegata ad una dimensione che riguarda la sfera di “altri”. Questo ovviamente per la maggior parte di noi. Coloro che a causa della Malattia o dell’Accidente l’hanno vissuta da molto vicino, personalmente o per vicinanza ad un proprio caro, ne hanno una percezione molto più sentita, ma quello di cui vorrei scrivere è la sua “dimensione collettiva”.

 

Sulla sua paura primordiale si sono fondate tutte le religioni del mondo fin dalla preistoria; sulla sua “gestione” e sui rapporti del suo Regno (l’Aldilà) con “L’Aldiqua” si sono fondati i poteri di “figure specializzate”: dagli stregoni agli sciamani, dai nostri sacerdoti a tutti i vari “ministri di culto” di ogni religione. Sto parlando della Morte, ovvero quello stato del nostro essere che è al contempo la sua negazione; l’altro polo verso cui tende ineluttabilmente la nostra esistenza terrena; l’altra faccia della vita o forse una parte della sua stessa faccia.

 

“La Natura ha inventato la Morte per avere molta Vita” (Goethe).

 

Potrebbe sembrare “indelicato” in questo particolare periodo, ma riflettendoci bene, è proprio ora con questa generale pandemia che stende il suo velo nero su ogni angolo del Mondo, che abbiamo una possibilità decisamente inaspettata di ripensare alla sua dimensione collettiva e, ahimè, quotidiana, bombardati come siamo da numeri di decessi, percentuali, limitazioni alla nostra libertà di movimento, prescrizioni con la specifica finalità di arginare un evento la cui portata potrebbe essere analoga a dimensioni che ritenevamo essere ormai retaggio di un passato che non ci riguarda così da vicino. 

 

E scoprire in questo modo, che nella storia dell’Occidente il rapporto dell’Uomo con la Morte si è rovesciato nel corso dei secoli, così come analoghi movimenti gli hanno subiti i suoi luoghi specifici, ovvero i cimiteri nei rapporti con la città, la sua raffigurazione nella storia dell’Arte, la sua trasposizione nelle tombe e nel destino finale dei “miseri resti”: inumati, tumulati, inceneriti o dispersi...

 

“La vita che noi impieghiamo per avvicinarci alla morte, la impieghiamo a fuggire da essa” (Georg Simmel).

 

Vorrei iniziare con oggi questo viaggio nel Tempo per leggere, a volte anche in modo “leggero” nonostante il tema, l’evoluzione di questo nostro rapporto con la Fine, sia collettivo che individuale. Ma prima di calarsi nella Storia è doverosa un’introduzione al tema.

 

Indagare sulla Morte fornisce delle chiavi di lettura di argomenti e temi apparentemente sconnessi tra di loro: innanzitutto non si dimentichi che lo studio delle civiltà più antiche avviene quasi esclusivamente attraverso documenti di morte (necropoli, tombe, testamenti...); ma anche le strutture della “famiglia” nel tempo, gli atteggiamenti davanti al senso della vita, i rapporti con la Natura, le finalità delle religioni, le relazioni tra sesso, natura e morte, una vasta parte della storia dell’arte, il sistema punitivo del Potere che brandisce lo spauracchio della “morte come punizione”, ma anche, e lo vediamo oggi, il sistema “protettivo”, che sotto la coltre delle leggi afferenti alla sicurezza (personale, pubblica) in campo produttivo e sociale, cela il progetto complessivo di “spossessarci” della nostra morte.

 

 

“Uccidere l’esigenza di morte: Perchè vivano gli uomini? No: perchè muoiano dell’unica morte “autorizzata” dal Sistema - esseri viventi separati dalla loro morte e che scambiano solo la forma della loro sopravvivenza, sotto il segno dell’assicurazione contro tutti i rischi. (...) Mummificato nel suo casco, le sue cinture di sicurezza, le sue “protezioni elettroniche” il guidatore di una moto o di un’automobile non è più che un cadavere, chiuso in un’altra morte (...) neutra e oggettiva come la Tecnica. Saldato alla macchina (...) non corre più il rischio di morire perché è già morto. (...) Avvolgervi in un sarcofago per impedirvi di morire” (J. Baudrillard, 1979).

 

E alla fine accorgersi di tutto il fascino che sperimentiamo inconsciamente ogni giorno tutti noi, per qualsiasi morte o violenza che sfugga a questo monopolio di stato e quindi “sovversiva”: le morti in diretta in televisione, quanti milioni di persone sono state sveglie fino all’alba per seguire l’agonia di Alfredino Rampi nel 1981 primo tragico evento mediatico “in diretta” da noi Italia? E a seguire quante volte abbiamo guardato e riguardato la strage dell’Heysel nel 1985? Per non parlare del clamoroso evento delle Twin Towers nel tragico 11 settembre 2001, interi programmi televisivi basati su omicidi “mediatici”, processi, il fascino perverso esercitato dai “banditi” sia reali che letterari/cinematografici, dei fuorilegge, dei terroristi che catturano ostaggi per i quali proviamo una sottile invidia proprio perchè “strappati” alla quotidianità di una morte “banale” e trasferiti alla morte “in diretta”, simbolica, selvaggia, allo scambio inutile e sacrificale. Morte, follia e violenza non si scambiano in valore, e per questo affascinano.

 

Mi sembra quindi interessante evidenziare il contrasto dell’atteggiamento odierno di fronte alla morte rispetto a quello dei secoli scorsi: questo non per affermare una condizione “sbagliata” alla quale proporre dei “rimedi”, ma per sottolinarare come l’atteggiamento contemporaneo sia l’apice negativo di una parabola che trova nell’affermazione come verità assoluta del pensiero scientifico-materialistico ottocentesco il suo punto più basso.

 

 

“Un tempo, quando la dicotomia tra occulto e manifesto non era così netta, anche la dicotomia vita-morte non era così divisa da uno spaventoso baratro. Ma proprio da questo aver toccato il fondo della società occidentale, ci si può sollevare seppur lentamente” (R. Steiner).

 

Al prossimo appuntamento: l’esclusione della morte come origine del sapere scientifico moderno.

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