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Tra montagne di foglie, sentieri poco segnalati, rischi di multe: è lo spettacolo delle Piccole Dolomiti

Meta di oggi il Sentiero dell’Arroccamento nel gruppo del Sengio Alto delle Piccole Dolomiti, in fondo alla Vallarsa, in provincia di Vicenza. Un percorso ad anello abbastanza lungo, che vorremmo intraprendere raggiungendolo da Pian delle Fugazze e percorrendo il Vajo Stretto.
DAL BLOG
Di Lou Arranca (Alias Ivo Cestari) - 07 novembre 2017

Rapito dalla Montagna anni fa, pratica escursionismo, percorre vie ferrate e frequenta qualche falesia e palestra di roccia. 

Se il buongiorno si vede dal mattino, i primi avvertimenti in questa escursione intrapresa con l’amico Nick Ravannah, li abbiamo avuti ancora a bordo di Rifattona. Lasciamo perdere il fatto che la notte con il cambio dell’ora avrebbe potuto compromettere una sincera amicizia, per il fatto che il dire “troviamoci alle 7.30 al Marinaio” era fin troppo generico. Orario vecchio o nuovo?

 

Per una congiunzione astrale improbabile, senza sapere l’uno dell’altro, abbiamo lasciato la vecchia ora sui nostri orologi e così ci siamo trovati puntualissimi, guadagnando tempo sulle masse vicentine. Meta di oggi, infatti, il Sentiero dell’Arroccamento nel gruppo del Sengio Alto delle Piccole Dolomiti, in fondo alla Vallarsa, in provincia di Vicenza. Un percorso ad anello abbastanza lungo, che vorremmo intraprendere raggiungendolo da Pian delle Fugazze e percorrendo il Vajo Stretto. Già a Rovereto, però, sbagliamo strada perché troppo presi a spettegolare sull’assente Max Szgrebeny; accendiamo i rispettivi Google Maps e ritorniamo sulla retta via, ovvero la tortuosa strada provinciale che ci porta a Pian delle Fugazze. Strada che, per inciso, ricalca in parte l’antico tracciato romano della Via Regia.

 

Altri segnali della nostra scarsa concentrazione: molliamo la macchina nel parcheggio a striscie blu e l’unica cosa che pensiamo è che, essendo domenica, non serve pagare il parcheggio, dimentichi del fatto che i parcheggi in montagna vengono utilizzati principalmente proprio la domenica! E che quindi avremmo dovuto pagare il biglietto. Ma siamo troppo rapiti dagli scenari circostanti: il Pasubio da una parte, il Sengio davanti a noi e più dietro il Gruppo del Carega. Partiamo. Siamo l’unica macchina nel vasto parcheggio, esclusi un paio di camper che sembrano abbandonati e quindi pensiamo che non incontreremo poi molta gente. A Malga Cornetto abbandoniamo la strada asfaltata e ci inerpichiamo sui ripidi prati. E qui inizia l’ormai solito delirio: la segnaletica dei sentieri locali, non è certo quella della mitica SAT, anzi, è totalmente inesistente. Dopo pochi minuti, passando nel bosco di faggio, bassi rami mi tolgono (ennesimo segnale di avvertimento) i tappi di gomma dalle punte dei bastoncini parzialmente infilati nello zaino.

 

 

Seguo il consiglio di Madre Natura e comincio ad usarli, anche perché il terreno ripido e insidioso per via del mare di foglie secche, lo impone. Fidandoci dei semplici bollini rossi ci troviamo a risalire i massi pericolanti di una grandiosa frana del 2009 che ha staccato parte della montagna. Fatichiamo non poco e dopo circa mezzora di “ravanamento” puro, arriviamo in alto ad una specie di vicolo cieco: nessuna possibilità di proseguire. Rocce incombenti, strapiombanti e tendenzialmente franose ci obbligano a scendere quasi al punto di partenza “scivolando” sempre su sassi instabili e su un pendio al limite dell’umano. Con la coda tra le gambe torniamo all’ultimo segnale bianco/rosso che abbiamo visto e proseguiamo su un’altra traccia poco evidente. Ma ahimè, niente da fare: fine della segnaletica e ci perdiamo nuovamente tra i faggi e l’oceano di foglie nelle quali sprofondiamo vergognosamente.

 

Gruppi di climbers ci avvertono di non seguire i bolli rossi perché portano a vie di arrampicata, ma soprattutto ci dicono che il Vajo Stretto (una gola strettissima invasa da antiche frane) è chiuso da un’ordinanza da qualche anno. Per inciso, alcuni ci danno direzioni diverse per trovarlo, ma ormai siamo nel solito mood da labirinto. Come testimonia il tracciato sulla nostra app di trekking, vaghiamo un’altra mezzora cercando il sentiero giusto, ma finalmente lo troviamo e affrontiamo ‘sto benedetto Vajo Stretto anche se chiuso ufficialmente. Si tratta in pratica di una sorta di ferrata con catene per aiutarsi nella progressione verticale. Volendo non serve imbragarsi anche se è sempre consigliabile farlo. Il Vajo è impressionante, l’ambiente più selvaggio che mai.

 

 

Ci infiliamo in angusti passaggi, risaliamo scalette, provochiamo piccoli smottamenti. Nick attenta alla mia vita facendo precipitare a valle pericolosi sassi mentre sto arrancando con molta fatica. Imperterriti e sprezzanti del pericolo, ci infiliamo sotto l’ennesimo masso incastrato nella gola, risaliamo a forza di braccia le catene, altro vajo dal nome inquietante (Vajo della Cassa da Morto...) e finalmente sbuchiamo alla selletta Emmele in notevole ritardo sulla tabella di marcia. Inizia finalmente il percorso militare della Grande Guerra attrezzato dal Genio Militare Italiano per proteggere le proprie truppe e i rifornimenti alle trincee e osservatori di vetta (siamo di fronte al Pasubio che all’epoca ne ha viste di cotte e di crude...). In effetti si capisce perché vengono chiamate Piccole Dolomiti: guglie, pinnacoli, cenge, pareti verticali, tutto un po' in miniatura ma ugualmente affascinati come le sorelle maggiori.

 

Anche il percorso (Strada dell’Arroccamento) assomiglia in piccolo alla Strada delle 52 Gallerie che percorre il Pasubio fino al Rifugio Papa. Tutto molto spettacolare: gallerie, saliscendi, ponticelli, tratti attrezzati. Dopo 15’ di comodi tornanti si raggiunge la Forcella Cornetto e da qui scegliamo la diramazione verso la Cima Cornetto. Un altro quarto d’ora di salita dalla forcella dalla quale riprende poi riprende il percorso ad anello. L’ennesimo tratto con catena di supporto, ci aiuta nella discesa abbastanza affollata. Riprendiamo, dopo una piccola ricarica energetica, il sentiero principale che dovrebbe portarci al Passo Campogrosso. Dovrebbe, perché ormai il tempo è passato e le giornate non sono così lunghe.

 

Ci godiamo questa specie di Via delle Bocchette in miniatura, incrociando vagonate di vicentini che si sono automoltiplicati nel giro di poche ore e ora affollano ogni sentiero che percorre questa montagna. Impressionante: sembra di essere in estate sulla Ferrata Tridentina. Parlando con alcuni di loro mi rendo conto che la multa al parcheggio sarà inevitabile e quindi non ci resta che rassegnarci e notare che comunque le numerose frequentatrici venete rendono il nostro incedere “interessato”. Piacevoli note positive che mi distolgono dalla fatica che sento ormai invadere il mio provato fisico, soprattutto per quanto riguarda il fiato. Riprendiamo il bellissimo sentiero in cenge in parte naturali ed in parte scavate dai militari, e superato Passo degli Onari stiamo sul filo di cresta che segna anche il confine tra le Provincie di Trento e di Vicenza, ammirando i numerosi scalatori che affollano le numerosissime vie della zona. Dopo un’ora scarsa tra mughi e rocce strapiombanti ecco il Passo del Baffelan. Di fronte a noi, imponente e curiosa allo stesso tempo, la caratteristica mole a picco a più punte del Baffelan.

 

 

Giunti al bivio per salire, si impone però la Grande Rinuncia: “Caro Nick, io sono cotto e non ne voglio più sapere di salire (“sarebbero solo una decina di minuti, Lou...”): se vuoi, vacci da solo e io ti aspetto sui prati di sotto, sdraiato al sole del tramonto. Ormai sono in modalità discesa e non ho più energie per salire e papparmi altre tre ore per completare l’anello. Io taglio per di qua!”. “Per di qua” è in realtà un orribile vajo a forma di precipizio sui soliti ghiaioni instabili che ad un certo punto sono imbrigliati da una sorta di diga fatta con grossi blocchi in pietra cementati tra loro, che saremo costretti a superare in discesa calandoci con la solita catena oscillante, alla quale ci appendiamo come salami. Le braccia mi bruciano, Nick invece salta come un camoscio felice di sasso in sasso fermandosi pure a rollarsi una sigaretta mentre mi aspetta con i miei dolorini da anziano. Beato lui: mai una volta che senta un pochino di male alle ginocchia o ad una caviglia. Niente di niente!!!

 

In qualche modo arriviamo alla stradina ai piedi dell’impressionante parete Est del Baffelan che la nostra Sistah Terry Jahrina ha già avuto modo di arrampicare e per la quale proviamo quindi fraterna invidia. Finalmente è l’ora delle pappe! Abbiamo dovuto accorciare il giro di un bel po' a causa della sommatoria dei ritardi dovuti a percorsi sbagliati. Sono le 14.30 e la fame si fa sentire. Ci resta solo un’oretta per tornare da Rifattona (multata?). Lo sguardo spazia sullo scenario circostante e sull’orda di turisti che percorrono la strada del Re che porta al Passo Campogrosso. Dev’essere la classica passeggiatina pomeridiana in altura per digerire il lauto pasto, vista l’età e l’abbigliamento quasi cittadino di molti frequentatori di questa parte del percorso.

 

Un‘ultima curiosità ci aspetta più avanti: una passerella lunga 105 metri sospesa nel vuoto. La vecchia strada asfaltata del Re venne interrotta da una frana che nel 2010 trascinò rovinosamente a valle tutta la carreggiata. Nello stesso punto nel 1956 una corriera di linea a causa del maltempo e di una errata manovra del conducente precipitò a valle provocando morti e feriti. Questi ultimi si salvarono grazie all’eccezionale donazione di sangue degli abitanti di Schio e l’episodio diede vita al locale gruppo di donatori di sangue. Questa strada che collegava il Passo di Camprogrosso con il Pian delle Fugazze, è stata ripristinata nel settembre dell’anno scorso tramite questa lunga passerella pedonale che permette di completare l’anello attorno a Sengio Alto.

 

Ripassiamo da Malga Cornetto e finalmente ecco il parcheggio pieno all’inverosimile con tutte le macchine che regolarmente espongono il tagliandino a pagamento. Tutte tranne una: la nippo-rifattona, che per miracolo non ha nessuna multa infilata sotto il tergicristallo! Gioia e promesse di fare del bene per l’Umanità. Non ci rimane che festeggiare lo scampato pericolo al Ristorante Streva, sulla strada di ritorno, tra varie birre ed un eccezionale cornetto fatto in casa con pasta madre, talmente grande che uno basta per due.

 

Per chi volesse notizie più serie sul percorso e la variante seguita, consiglio i seguenti link (ma digitando il nome se ne trovano moltissimi)

 

http://www.veramontagna.it/Trentino/Rovereto-e-Vallagarina/Pasubio_Careg...

http://www.vieferrate.it/pag-relazioni/relazioni-regione-veneto/80-picco...

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