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Il referendum incostituzionale che minaccia la stabilità nei Balcani

Nel cuore della Bosnia Erzegovina: tante comunità, un sistema farraginoso e fragile. La consultazione popolare (99% i favorevoli) si è espressa per istituire la "Giornata della Repubblica Srpska” il 9 gennaio, giorno del massacro di Srebrenica
DAL BLOG
Di Matteo Zola - 02 ottobre 2016

Giornalista professionista, classe 1981, è responsabile di East Journal, quotidiano online sull'Europa centro-orientale, e collaboratore di Osservatorio Balcani e Caucaso

La Republika Srpska (RS), a maggioranza serba, è una delle due entità che compongono la Bosnia Erzegovina.

 

Lo scorso 25 settembre i suoi cittadini sono stati chiamati a votare per un referendum nel quale si chiedeva loro se fossero favorevoli all’istituzione di una “Giornata della Repubblica Srpska” da festeggiarsi il 9 gennaio. E questo malgrado la Corte Costituzionale bosniaca avesse già dichiarato incostituzionale tale ricorrenza.

 

Il presidente dell’entità serba di Bosnia, Milorad Dodik, ha però forzato la situazione e il successo del referendum (il 99% a favore) ha prodotto un pericoloso precedente: se un’entità può svolgere un referendum andando contro la decisione di un organo statale, l’autorità centrale bosniaca ne esce indebolita. Soprattutto si apre la strada per future consultazioni popolari, magari per sancire la secessione della Republika Srpska dalla Bosnia Erzegovina, più volte minacciata, con pesanti effetti per la stabilità regionale. Ecco perché la questione del referendum della Republika Srpska è solo in apparenza secondaria.

 

La nascita della Republika Srpska, inoltre, affonda le radici nel conflitto tra serbi e bosniaci musulmani (detti bosgnacchi) andato in scena negli anni Novanta. Il 9 gennaio 1992 Radovan Karadžić, leader dei serbi di Bosnia, sancì l’indipendenza di quella che chiamò, appunto, Republika Srpska, la repubblica dei serbi di Bosnia, operando sui territori controllati una progressiva pulizia etnica che culminò con il massacro di Srebrenica, nel quale circa ottomila bosniaci vennero trucidati allo scopo di eliminare la presenza musulmana dalla regione.

 

Radovan Karadžić venne poi riconosciuto colpevole per quella strage che, due successive sentenze, qualificarono come “genocidio”. Il genocidio dei bosgnacchi si lega indissolubilmente con quella data, il 9 gennaio, che oggi i serbi di Bosnia vorrebbero innalzare a simbolo della propria identità politica. Era inevitabile che le autorità centrali, a Sarajevo, si pronunciassero contro tale iniziativa.

 

A rendere particolarmente delicata la situazione è il fragile assetto istituzionale della Bosnia Erzegovina, repubblica parlamentare federale composta da due entità: la Federazione di Bosnia ed Erzegovina che comprende il 51% del territorio, a sua volta suddiviso in dieci cantoni; e la Republika Srpska (RS) 49% del territorio, senza cantoni.

 

Ad entrambe le entità è concessa libera giurisdizione ed amministrazione sulla maggior parte delle questioni, restando entrambe inquadrate nella comune cornice statale che ha competenza su ristretti ambiti, quali la sovranità monetaria e la difesa. 

 

La presidenza della repubblica è tripartita, presieduta a rotazione tra i suoi componenti: un serbo, un croato e un bosgnacco. Ha un parlamento comune, a Sarajevo, cui si sommano i parlamenti delle due entità e quelli cantonali. Qualsiasi riforma politica si scontra quindi con questo assetto farraginoso, ed è sufficiente che una delle tre comunità etniche si opponga perché l’iter legislativo si blocchi.

 

L’etnopoli bosniaca – così è stata definita – è quindi preda dei gruppi etnici e quello serbo, guidato da Milorad Dodik, è da sempre il più ostile a qualsiasi riforma. In ballo c’è anche l’adesione all’UE, che proprio in questi giorni ha mosso i primissimi passi.

 

Dodik, che domina da un ventennio la politica locale, ha più volte minacciato la stabilità invocando prima l’annessione alla Serbia, poi la secessione, accusando le autorità centrali bosniache di radicalismo islamico. Quest’ultima accusa, in particolare, ha avuto un’eco internazionale al punto che molti quotidiani europei, e italiani, hanno fatto da cassa di risonanza.

 

Benché la presenza di comunità salafite sia attestata, il loro numero è di poche centinaia e non rappresentano un pericolo. Nell’accusare di radicalismo i musulmani di Bosnia, Dodik afferma implicitamente la bontà del genocidio operato dai serbi: se li si fosse eliminati allora, oggi il paese e l’Europa intera sarebbero più al sicuro. Una strategia assai pericolosa in un contesto avvelenato da diffidenze reciproche.

 

Il referendum sulla “Giornata della Republika Srpska” va quindi inserito in questa cornice, e rappresenta un’ulteriore minaccia alla convivenza tra le comunità bosniache, con il rischio di spingere il paese verso il collasso minando la stabilità dell’intera regione balcanica.

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