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Il poliziotto che ha inventato il palazzo più pazzo del mondo con un portone su Roma, uno su Milano, uno su Trieste e uno su Trento

DAL BLOG
Di Paolo Ghezzi - 18 febbraio 2024

Ragazzo del 57, giornalista dal 79, troppo piccolo per il 68, ha scansato il 77 ma non la direzione dell’Adige (8 anni 8 mesi e 3 giorni) e la politica (24 mesi in consiglio provinciale tra il 2018 e il 2020)

L’Emporio di comunità Edera, in via Pasubio, è un bel posto non solo per i prodotti kmzero o solidali che ci puoi comprare, ma per le persone che ci trovi tra gli oltre 250 soci volontari: falegnami ed elettricisti geniali, agronomi e produttori singolari, ecologisti visionari e scienziate del cibo indipendenti, liberi pensatrici e cicliste, cuoche sopraffine e inventrici di invenzioni. E ci trovi perfino scrittori. E tra questi l’autore di uno dei libri più strani e stranianti, pazzi e strapazzanti e spiazzanti, di questi anni.

 

Aurelio Nappi, classe 1970, romano di origine, impiegato in questura (alla vernice del libro a Spazio Off ha confidato “Sono entrato in polizia per non fare il militare”…) e appassionato di teatro (c’è un profumo assurdo di Ionesco nelle sue pagine), ha esordito nella letteratura con “Il portiere di Palazzo Gustav” (ed. Scatole Parlanti, 2023, 156 pp., 16 euro), che è il palazzo più bizzarro del mondo: perché ha una pianta labirintica, appartamenti dai soffitti scombinati, altissimi o bassi bassi, un inquietante e irraggiungibile cortile interno ma soprattutto ha quattro lati e quattro portoni e ogni ingresso è in una città diversa. Quattro città dove l’autore ha abitato. Roma, Milano, Trieste e Trento (o meglio, Oltrecastello di Povo). Se aggiungete poi che una finestra dà direttamente sul Golfo di Napoli, avrete un’idea di dove ci stiamo avventurando.

 

Premessa: avendo cercato, per tutta una vita di giornalista, di trovare parole creative ma solo per raccontare fatti, realtà, cronaca, eventi effettivi, persone esistenti, la verità e nient’altro che la verità (tendenzialmente, s’intende) ho una stupefatta ammirazione per chi la realtà e i personaggi e le storie se le inventa, attingendo alla propria fantasia. Io non sarei mai capace di scrivere un romanzo vero e proprio, così ammiro chi sa inventare e scrivere finzione, fiction.

 

Seconda premessa: non sono un critico letterario, non seguo la narrativa del terzo millennio, mi trovo molto più a mio agio tra metà Ottocento e metà Novecento, abitati dagli scrittori (grandi e grandissimi, quasi sempre non italiani) che preferisco. Dunque, magari mi sono perso un trend della letteratura italiana contemporanea in cui magari Aurelio Nappi si inscrive. In quanto lettore ignaro di critiche, tendenze e retroscena, però, sono anche un lettore senza pregiudizi.

Ebbene, “Il portiere di Palazzo Gustav” mi ha preso sorpreso e divertito, dall’inizio alla fine. Perché pur essendo alla sua prima prova letteraria, dopo aver frequentato una scuola di scrittura (di cui, istintivamente e pregiudizialmente diffido), Nappi ha disegnato dei personaggi carismatici e caricaturali, surreali e malinconici, che restano impressi nella memoria.

 

Li elenco, a memoria appunto: Giulio il bambino maggiorenne (per colpa della burocrazia, ma non vi spoilero il perché; dirò solo che alla fine rimedierà la lodevole burocrazia di Trento); i tre gemelli Gemelli (sì, Gemelli di cognome), i portieri Mario da giovane e Mario da vecchio (caratteri opposti) che convivono nello stesso tempo ma su lati diversi dello stesso palazzo, la signora Gertrude Colombi che ha una fobia psichica per tutte le prime volte (e questo le impedisce perfino di assaggiare a colazione un fagottino alla marmellata che non sia il solito fagottino con la solita marmellata), i fratelli Primo e Secondo Crusca, terroni emigrati al Nord, uno interista uno milanista che si odiano fraternamente. E parecchi altri...

 

Ho scritto “terroni” perché è una parola che si incontra nel libro che – un altro pregio – è scritto in un italiano politicamente scorretto, riflettendo le idee politicamente scorrette dei suoi personaggi tra cui si incontrano, a fasi alterne, sessisti, omofobi, xenofobi, ladri, violenti, tifosi incontinenti eccetera… Storia fantastica che però ti prende come fosse vera: il palazzo sta per essere demolito con tanto di preavviso in raccomandata, ma nessuno dei suoi inquilini ci crede, perché sono abituati a cestinare la posta o a non comprendere il testo delle lettere che ricevono.

 

È una specie di linea Gustav o anche di transatlantico Titanic: dove l’orchestrina continua a suonare con l’iceberg che si avvicina minacciosamente. E Aurelio Nappi, pur narrando una storia apocalittica, grottesca e crudele – che racconta molto l’Italia disperatamente inconsapevole dei nostri anni – riesce miracolosamente a mantenersi coerente a una scrittura leggera, saltabeccante, intrisa di humor scintillante e beffardo.

 

Un solo esempio, dai tanti passi dove ho segnato a margine “aha”. A proposito dei tre gemelli Gemelli, omozigoti. “Non tutti i fratelli si chiamavano Gianni. C’era Lindo Gemelli che era quello che salutava appena e che portava il cappello in testa. Quello che il cappello non lo portava proprio, il più cordiale, invece era Riccordo Gemelli, che si chiamava così a causa di un errore all’anagrafe, e di lui si può dire che era innamorata di Stefonia, che era vittima dello stesso tipo di errore. ...lavoravano in tre, dividendosi il servizio in turni, ma all’azienda dei trasporti del comune di Trieste risultava un solo dipendente, un solo turno di lavoro, una sola busta paga, un solo cartellino col nome, appunto, Gianni Gemelli”.

 

Aggiungete un po’ di sesso, un pizzico di politica, molte coincidenze, un paio d’etti di sadismo, mezzo chilo di calcio, un’acuta predisposizione a catalogare i tic delle nostre vite nevrotiche, e un gusto picaresco della piccola avventura e perfino qualche grammo di innamoramento e amore: shakerate il tutto e ne vien fuori un cocktail da sorseggiare a piccoli sorsi, sempre godibile e mai volgare. Sarcastico, irriverente, anche naif, è un ritratto di palazzo con inquilini che racconta bene le conseguenze imprevedibili delle convivenze e delle coincidenze, nelle nostre esistenze. Lapalissiano e disarmante, pieno di fantasia (forse perché Nappi lavora da anni all’ufficio denunce dove arrivano le denunce più fantasiose), “Il portiere di Palazzo Gustav” ha lo sguardo fresco di chi vede il mondo per la prima volta. E dunque si stupisce di com’è facile che ci roviniamo la vita.

 

Vien fuori così che, come accade con gli scritti del quasi omonimo e illuminato Marco Aurelio, Nappi ci abbia consegnato non solo un romanzo spesso esilarante ma perfino un elisir di umana saggezza. Giù il cappello al portiere.

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