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Marcorè fa rima con De André: e la Buona Novella riconquista Trento

foto Le Pera/Santa Chiara
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DAL BLOG
Di Paolo Ghezzi - 11 febbraio 2024

Ragazzo del 57, giornalista dal 79, troppo piccolo per il 68, ha scansato il 77 ma non la direzione dell’Adige (8 anni 8 mesi e 3 giorni) e la politica (24 mesi in consiglio provinciale tra il 2018 e il 2020)

Neri Marcorè fa rima con De André anche se la “è” di Marcorè è grave e la “é” di De André acuta. Fa rima perché Neri è spiritoso ma assai rispettoso di Faber. Perché è un attore intelligente che non vuole rivaleggiare con il Cantautore imponente. “La Buona Novella” di Giorgio Gallione (produzione di 5 teatri, incluso lo Stabile di Bolzano) è spettacolo collaudato negli anni. E anche nelle quattro date di Trento, nell’ambito della stagione di prosa al Sociale, ha funzionato bene.

 

Marcorè è simpatico ed empatico e – anche se la sua bella voce di basso non arriva alle profondità sciamaniche di De André (forse solo Mimmo de’ Tullio ci arriva) – non banalizza le meravigliose canzoni del disco che nel 1970 fu il modo irrituale e spiazzante del Gran Genovese di cantare il suo Sessantotto, raccontando la storia di una ragazzina ebrea nella Palestina maschilista e clericale di due millenni fa.


Ai sapienti arrangiamenti musicali di Paolo Silvestri – con buone tessiture del violino e del pianoforte – si deve l’atmosfera sonora e poetica che conquista il pubblico insieme alle luci di una coreografia leggera e sobria, con cori femminili a tre voci, suggestivi, che compensano le singole voci individuali, non sempre totalmente convincenti, inclusa quella di Neri.

 

Perdonato anche qualche eccesso di pignoleria didascalica, su com’erano il lato A e il lato B del long playing di allora, il testo narrato preso dagli apocrifi, con le sue divertenti bizzarrie, si è combinato bene con il dipanarsi delle canzoni, per 80 minuti fino al convinto tripudio finale del Sociale esaurito, sulle note dell’immortale Pescatore nella favolosa versione Faber/Pfm.

 

Ha funzionato anche l’appuntamento con il pubblico, il venerdì pomeriggio nel sottotetto del foyer del Sociale, dove – dietro una giungla di bottiglie d’acqua di plastica, anti-estetiche e anti-ecologiche, forse al Sociale hanno rotto le brocche per l’ottima acqua del sindaco – si è schierata l’intera squadra, cinque donne e un uomo (Rosanna Naddeo, Giua, Barbara Casini, Anais Drago, Alessandra Abbondanza, Francesco Negri), intorno al capociurma Marcorè che, va da sé, fa rima con De André.

 


Foto Paolo Ghezzi
Foto Paolo Ghezzi

Il quale, a nostra domanda, ha detto che si trova a suo agio con De André, come con Gianmaria Testa e Gaber, perché il registro basso è lo stesso. E ha rivelato che, da bambino a Porto Sant’Elpidio nelle Marche, in una rappresentazione popolare della natività, fu chiamato a rivestire il ruolo del vecchio (secondo la narrativa apocrifa) San Giuseppe, come un predestinato alla Buona Novella di oggi: ma, visto che la drammaturgia era lenta e le scene tendevano all’immobilismo, il popo Neri si addormentò in piedi, per essere risvegliato dalle risate degli astanti. Una vocazione già scritta al teatro e all’umorismo, insomma.

 

Successo ha peraltro riscosso anche, nel foyer, un professore di storia ecclesiastica come Emanuele Curzel, che è riuscito a spiegare che cosa sono i vangeli apocrifi (nascosti, nell’etimologia greca, ma molto letti e proibiti e circolanti in realtà), in un quarto d’ora denso che ha suscitato l’ammirazione della troupe: “Non potevamo immaginare… non vivremo più questo spettacolo allo stesso modo dopo la lezione di Curzel”. Con una lettura a effetto dal Protovangelo di Giacomo, la pagina sul dito di Salomè che indaga “la natura” della madre del Signore per concludere, pentitissima, che male aveva fatto a dubitare di quella sacra verginità.

 

Icastica anche la definizione curzeliana: “un po’ di argilla di destra per un vinile di sinistra”, per dire l’operazione di De André, che snobbò i quattro Vangeli canonici per abbeverarsi agli apocrifi che in realtà propongono uno spiritualismo magico (“Maria non tocca terra”) ben poco storico-materialista, mentre Marco Matteo Luca e Giovanni raccontano un Gesù meno wonderboy e molto più umano, e dunque deandreiano.

 

(Per gli appassionati del genere, sabato 17 febbraio alle 10.30, presentiamo il libro “Laudate Hominem – Il Vangelo secondo De André” nella chiesetta di S. Margherita, dove sarà allestita una mostra d’arte in 10 stazioni per le 10 canzoni della Buona Novella, in piazza Santa Maria Maggiore, nell’ambito di Chieseacolori di Alessandro Martinelli, con Roberto Garniga al pianoforte).

 

Rimane magico, prima e oltre Gallione e Marcorè e Silvestri, l’innamoramento di De André per Maria, che, ancora oggi, mezzo secolo dopo, ripete il miracolo: “Volammo davvero sopra le case”, “corsi a vedere il colore del vento”. Che sia stata nascita divina o concepimento umano, in quel misterioso colore che sulla croce diventerà dolore, quell’evento è un vento.

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