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Smart working in Provincia: da primi della classe nel lockdown a ultimi, dietro la lavagna, nella fase due dell'emergenza

Crediamo che prima possibile, anche prima della scadenza di settembre e sempre che non intervengano allarmanti fenomeni di ritorno della pandemia, Fugatti e la dirigenza della Pat rivedano quei provvedimenti pasticciati e raffazzonati senza alcun costrutto organizzativo e moderno e si allineano piuttosto, ai provvedimenti nazionali
DAL BLOG
Di Walter Alotti - 08 luglio 2020

Attuale segretario generale della Uil in Trentino è giornalista pubblicista dal 2014

Se durante il lockdown le lavoratrici e i lavoratori della Provincia erano per la quasi totalità in modalità di “lavoro agile”, si parla di 3.250 unità su circa 4.000 addetti, oggi nella fase due della parziale riapertura si stima siano meno del 27% le ore di attività prodotte in modalità da “remoto”, fra l’altro spesso inserite in orario giornaliero, dopo una prestazione “in presenza” negli uffici provinciali.

 

Mantenendo così costi e problemi di mobilità ai dipendenti, oltre che delle comunità, sostanzialmente cittadine, che ospitano gli uffici. Per non tener conto di tutte le problematiche di conciliazione e di organizzazione delle famiglie, anche dei lavoratori del settore privato, che convivono con questi “dipendenti double face”, sia “in presenza” che, nello stesso giorno, in “smart working”.

 

E tutto questo quando la ministra Dadone della Funzione Pubblica, che sovraintende all’elefantiaca macchina dello Stato dispone che lo “smart working” verrà adottato in modo massiccio, per lo meno del 50%, per salire anche al 60% nel 2021, in vista di un “Piano organizzativo del lavoro agile”.

 

In Provincia di Trento, vanitosa erede della burocrazia austro-ungarica, ai massimi livelli di efficienza nel mondo prima di Covid-19 rispetto alle altre amministrazioni pubbliche italiane e europee, andiamo a collocarci nel mondo post coronavirus dietro le amministrazioni pubbliche italiane, spesso definite “borboniche” o da “terzo mondo”.

 

Crediamo che prima possibile, anche prima della scadenza di settembre e sempre che non intervengano allarmanti fenomeni di ritorno della pandemia, Fugatti e la dirigenza della Pat rivedano quei provvedimenti pasticciati e raffazzonati senza alcun costrutto organizzativo e moderno e si allineano piuttosto, ai provvedimenti nazionali.

 

Mala tempora currunt, quando si è costretti al "passo del gambero", piuttosto che ad impegnarsi nella sfida dell’organizzazione del lavoro nella modernità di ritorno.

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