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In tempi di pandemia dall'intonaco compaiono i santi protettori. Gli spettacolari affreschi di Palazzo Niccolini eseguiti poco dopo il Concilio

Trento, con la vicina Verona, vanta uno dei più notevoli patrimoni di case affrescate dell’Italia del nord. Non è sufficiente un restauro iniziale, pur lodevole, che ci restituisca forme e colori smaglianti: la manutenzione costante, ogni dieci, quindici anni, è indispensabile
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Di William Belli - 06 settembre 2020

"Memorie dal sottosuolo"  itinerari di storia ed arte nel Trentino

In tempi di pandemia sono ricomparsi a Trento proprio i due santi ai quali da sempre ci si rivolgeva per chiedere protezione contro le epidemie: Rocco e Sebastiano. Sono emersi sotto lo spesso intonaco di Casa Niccolini (già Bernardelli) in piazza Pasi. Assieme a loro, centrale nella facciata, la Madonna e la Santa Casa di Loreto, in alto Cristo che zampilla sangue dal costato, raccolto da una coppa (iconografia del Sangue del Redentore) e ai lati le probabili figure del vescovo Vigilio e della madre Massenza. Infine, sottostante alla composizione, evidente omaggio al principe vescovo, campeggia lo stemma di Carlo Gaudenzio Madruzzo fregiato del cappello cardinalizio.

 

Lo stemma daterebbe gli affreschi all’inizio del Seicento, invece la recentissima scoperta della scritta 1570 riporta gli affreschi in pieno Cinquecento e rivela che lo stemma è stato apposto su uno strato d’intonaco posteriore. Il Concilio era finito da sette anni ed è evidente l’impostazione totalmente improntata allo spirito della Controriforma della composizione. La qualità del pittore, veneto probabilmente, si palesa subito piuttosto alta, particolarmente nel viso di san Rocco, talmente veritiero da ipotizzare il ritratto di uno dei committenti, i fratelli Bernardelli, originari di Lardaro, giunti a Trento come “merzari” (merciaioli).

 

I Bernardelli, molti dei quali diventeranno notai, terranno il palazzo fino agli anni Venti dell’Ottocento, finché, con ulteriori passaggi di proprietà, l’edificio sarà acquistato dai Niccolini nel 1895. Le attuali proprietarie, le sorelle Niccolini, hanno deciso di sostenere, da sole, le notevoli spese del restauro (sentendosi un po' abbandonate dalle istituzioni) offrendo alla città una casa affrescata che va ad aggiungersi alle altre che fanno definire Trento una “urbs picta”, una “città dipinta”. Importante è che anche l’intonaco originale, steso a calce, sia stato restaurato con cura, tanto che gli intonaci delle case confinanti, affrettatamente stesi su quelli originari, risultano particolarmente stridenti.

 

Il restauro è stato condotto sotto la supervisione di Francesca Raffaelli e l’indagine storico-artistica da Salvatore Ferrari, ambedue della Soprintendenza ai beni culturali della Provincia di Trento, esempio di connubio virtuoso fra privati, che hanno sostenuto le onerose spese del restauro e Soprintendenza, sempre più scarsa di fondi, che ha fornito l’assistenza. Il restauro ha riportato alla luce il brillante pigmento pittorico, ma cosa accadrà fra dieci, vent’anni? Sarà destinato a degradarsi per la mancanza di manutenzione, come per buona parte delle case dipinte che costituiscono uno dei più singolari aspetti del patrimonio artistico di Trento? È sotto gli occhi di tutti il progressivo offuscamento dei palazzi affrescati della città, come, tanto per limitarsi a un esempio, di quella meraviglia che è palazzo del Monte, in via S. Marco, dove le fatiche d’Ercole svaniscono un anno dopo l’altro.

 

Trento, con la vicina Verona, vanta uno dei più notevoli patrimoni di case affrescate dell’Italia del nord. Non è sufficiente un restauro iniziale, pur lodevole, che ci restituisca forme e colori smaglianti: la manutenzione costante, ogni dieci, quindici anni, è indispensabile affinché questo valore aggiunto della città non svanisca per sempre.

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