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La Lega chiede a Zeni il numero di richiedenti asilo con malattie infettive. Ecco i dati: ''Ma si tratta solo di alcuni casi di scabbia e tbc''

Le due patologie si curano con antibiotici e creme specifiche. Nessun'altra malattia diffusiva è stata riscontrata. Ma il consigliere Savoi chiede anche come proteggersi dai richiedenti asilo infetti (come se fossero più contagiosi degli altri)

Di db - 31 agosto 2018 - 09:55

TRENTO. Alessandro Savoi, consigliere provinciale della Lega, ha chiesto lumi all'assessore alla Salute Luca Zeni a proposito della morbilità all'interno della popolazione dei richiedenti asilo. Forse preoccupato, forse anche lui stufo che si dica che i profughi portano le malattie infettive senza mai portare dati concreti ed evidenti.

 

Ha quindi fatto un'interrogazione. "Quanti dei richiedenti protezione internazionale in Trentino hanno manifestato sintomi di presenza di malattie infettive? Quali malattie e quanti casi per ognuna di esse? Qual è il comportamento standard in caso di evidenza della presenza di una malattia infettiva in un soggetto richiedente protezione internazionale? 

 

"Nel periodo 2017, fino al primo semestre 2018 - scrive Zeni nella sua risposta - sono pervenute 22 schede di notifica di malattie infettive in richiedenti/titolari di protezione internazionale inseriti in strutture di prima accoglienza. Nello specifico 5 casi di tubercolosi polmonare, 1 caso di tubercolosi extrapolmonare e 10 casi di scabbia nel 2017; e 3 casi di tubercolosi extrapolmonare e 3 casi di scabbia nel 2018. Nessun altra malattia diffusiva è stata diagnosticata".

 

Nella popolazione residente in Trentino (esclusi i richiedenti asilo) nel 2017 si sono verificati 21 casi di tubercolosi polmonare, 16 casi di tubercolosi extrapolmonare e 78 casi di scabbia. Questo per fare il paragone. E per quanto riguarda le cure, "i pazienti con malattia tubercolare possono essere curati efficacemente con una appropriata combinazione di farmaci antimicrobici ed un monitoraggio regolari degli espettorati. La scabbia, invece, è una banale infestazione della cute da parte di un parassita della famiglia degli acari e si cura con l'applicazione di pomate antiparassitarie e lavaggio dei vestiti e delle lenzuola (60° sono sufficienti). L'esposizione di coperte e materassi all'aria per alcuni giorni è sufficiente per eliminare l'acaro".

 

L'assessore spiega a Savoi come funziona la visita medica che di prassi viene fatta ai nuovi arrivati. "Attualmente in Provincia di Trento i contingenti di nuovi arrivi di richiedenti asilo vengono accolti presso il Centro di Prima Accoglienza della Fersina di Trento, dove viene assicurato un triage sanitario per identificare persone in necessità di cure urgenti. Nel corso della visita di prima accoglienza (entro 96 ore dall'arrivo), effettuata da parte dei Medici del GRIS, viene compilata la cartella clinica elettronica, che viene poi implementata nel corso di tutte le visite mediche successive".

 

Quindi la situazione medica è tenuta costantemente sotto controllo. "Sia nel corso della prima visita che per ogni accesso successivo agli ambulatori aziendali dedicati all'assistenza sanitaria dei richiedenti protezione internazionale, viene attuata la sorveglianza sindromica con l'obiettivo di rilevare precocemente sintomi di malattie infettive".

 

Ma Savoi fa un'ulteriore domanda all'assessore, un quesito che ha richiesto un impegno di interpretazione non da poco: "Quale grado di tutela è rivolto agli altri pazienti ed agli operatori delle strutture dove i richiedenti asilo svolgono gli esami e le visite relative alla presenza di malattie infettive?".

 

Cosa avrà voluto dire il consigliere? Vuole forse sostenere che un richiedente asilo affetto da una malattia contagiosa è più contagioso di tutti gli altri? Non sembra preoccupato per la diffusione all'interno del gruppo dei richiedenti, o per il contagio degli operatori dei centri di accoglienza. Si chiede se possano contrarre la malattia medici, infermieri e altri pazienti nelle strutture "dove svolgono gli esami e le visite". Strutture frequentate anche da altre persone infette, oriunde trentine, autoctone valligiane. Cosa cambia se ad essere infetto è un migrante o uno stanziale?

 

La risposta, nel dubbio, rimane sul vago e spiega che i protocolli di prevenzione non fanno alcuna distinzione su etnia e nazionalità. "Nelle strutture sanitarie le misure di tutela di operatori e altri utenti da un potenziale contagio da parte di una persona affetta da malattia infettiva e contagiosa sono definite nei documenti di salute e sicurezza delle strutture coinvolte. Questi documenti - spiega Zeni - si richiamano alle Precauzioni Standard, basate sul principio che il sangue, i fluidi corporei, le secrezioni, le escrezioni (escluso il sudore), la cute non integra, le mucose di tutte le persone potrebbero contenere agenti infettivi trasmissibili".

 

"L'adozione scrupolosa ed universale delle procedure delle Precauzioni Standard è sufficiente a evitare contagi in ambito sanitario. Invece l'adozione di precauzioni specifiche solo per particolari gruppi di popolazione - sottolinea l'assessore - non è giustificato ed è anche fortemente controindicata in quanto costituirebbe un rischio per una maggiore diffusione di malattie infettive. E' stato infatti accertato che misure precauzionali applicati a sottogruppi di popolazione comportano una conseguente riduzione delle cautele nei confronti di pazienti non appartenenti alle presunte 'categorie a rischio', vale a dire proprio nei confronti del gruppo nel quale si verifica il maggior numero di casi di malattie diffusive".

 

 

 

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