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L'anoressia è l'unica psicopatologia che uccide. Nardone: "Non servono le cliniche o gli psicofarmaci". Sono 150 i casi all'anno in Trentino

A Trento l'esperto di anoressia giovanile e coautore delle linee guida internazionali redatte dalla Società Internazionale di Psichiatria. Ha presentato il suo approccio terapeutico: niente clinica o psicofarmaci, bensì ascolto del paziente e analisi del caso specifico

Di Cinzia Patruno - 21 gennaio 2018 - 18:54

TRENTO. "L'anoressia è un cancro della mente e, come tale, porta alla morte". Un innovativo modello di terapia, pragmatico e concreto, è stato presentato domenica 21 gennaio al Castello del Buonconsiglio dal dottor Nardone, tra le altre cose fondatore e direttore del Centro di Terapia Strategica di Arezzo. Nell'attenzione a tratti commossa della sala gremita, l'esperto ha voluto sfatare alcuni miti che riguardano questa patologia, che è arrivata a 150 casi l'anno solo in Trentino. L'incontro si è concentrato sul tema dell'anoressia giovanile.

 

Il primo mito da sfatare riguarda il contesto del percorso di cura della patologia: la guarigione deve avvenire nel contesto famigliare. "I ricoveri - continua Nardone - non fanno altro che peggiorare il problema. La terapia che funziona di più è quella applicata al contesto della famiglia e della casa, con la conseguente responsabilizzazione dei genitori a mettere in atto i comportamenti terapeutici necessari". Il secondo riguarda l'utilizzo degli psicofarmaci che, secondo il dottor Nardone, hanno dimostrato non solo di non avere alcuna efficacia ma anzi, di essere deleteri. In terzo luogo, l'applicazione di un modello generale diventa assolutamente inutile: è necessario analizzare caso per caso, applicando una terapia ad hoc.

 

Un dato preoccupante riguarda l'abbassamento dell'età media in cui questa psicopatologia si sviluppa. "L'insorgenza media si è abbassata di tre anni, arrivando agli 11 o 12 anni", in un panorama che il dottore definisce "perturbante". "Le psicoterapie contro l'anoressia giovanile sono state le meno efficaci in assoluto", con un percentuale di successo negli ultimi anni al di sotto della metà dei casi (40 per cento) e con effetti non sulla guarigione, ma sul semplice miglioramento, che non è sufficiente. "Inutile dire - continua il dottor Nardone - che se una bimba di otto anni si mette a dieta è perché è figlia di una madre anoressica cronicizzata mai guarita". E la pericolosità, legata anzitutto al fascino intrinseco esercitato dalla magrezza nella storia dell'uomo, riguarda i dati allarmanti degli ultimi anni. "Se fino a dieci anni fa le anoressiche (il dottore parla al femminile perché, nonostante la recente diffusione in ambito maschile, tale patologia colpisce più la donna, ndr) erano il 2 per cento, secondo gli ultimi dati la percentuale ha raggiunto il 10 per cento. Il tasso di mortalità è pari al 25 per cento".

Nel suo intervento chiaro e talvolta scomodo agli occhi dei colleghi, il dottor Nardone ha illustrato il proprio approccio terapeutico che garantisce tassi di guarigione molto più elevati. Un approccio pragmatico che punta a intervenire utilizzando manovre terapeutiche concrete focalizzate sul 'come' si forma e persiste il problema nel presente, anziché cercarne le cause e gli ipotetici 'perché' nel passato. "Qualche giorno fa, ho visto una paziente dell'età di 11 anni e mezzo, arrivata a pesare 27 chili. La sua alimentazione quotidiana comprende una fetta di ananas a colazione, una a pranzo e tre a cena". Un caso limite, che il dottore sta trattando attraverso l'evocazione di sensazioni, di un'esperienza emozionale. "Le ho chiesto cosa vorrebbe mangiare se non facesse ingrassare, cercando di creare un 'come se'. Mi ha risposto 'La pizza'. 'Ma quella alta e soffice o bassa e croccante?', ho continuato io. Le sue pupille si dilatavano. Le ho fatto percepire il piacere".

 

L'approccio del dottor Nardone si basa sull'innescare il meccanismo del piacere. "Dall'anoressia si guarisce perché si recupera il piacere di mangiare, ecco perché l'alimentazione meccanica è sbagliata. Bisogna concordare con la paziente le cose che le piacciono e come introdurle a piccole dosi". Fondamentale, poi, il ruolo della famiglia. "I genitori devono sedere a tavola con lei finché non ha finito di mangiare, anche se dovesse metterci delle ore. E' necessario passare con lei un'ora dopo i pasti (tre al giorno)". L'approccio del dottor Nardone porta ad un miglioramento netto della situazione in 6-8 settimane: 9 ragazze su 10 diventano immediatamente collaborative.

 

Un cenno anche all'annoso problema della comunicazione di massa, che non possiamo illuderci di reprimere o cambiare. "Come nel caso di alcol e proibizionismo - spiega lo psicologo - se la reprimiamo la rendiamo più desiderabile, mentre con le campagne la rendiamo più nota". Un esempio choc è la campagna firmata da Oliviero Toscani per un marchio di moda che ritrae una modella affetta da grave anoressia e recita 'No anorexia'. "Un esempio di ingenuità criminale, perché non ha fatto altro che pubblicizzare la patologia e ha avuto un'eco negativa per mesi, anche dopo essere stata ritirata. Nessuno ha detto poi che la protagonista della campagna è morta pochi mesi dopo lo scatto".

 

Un approccio, quello del dottor Nardone, che ha registrato l'82 per cento di efficacia, con un trattamento che permette di vedere miglioramenti nell'immediato. La terapia prevede un follow up di tre anni (i pazienti continuano ad essere seguiti per evitare ricadute, ndr) perché le recidive sono frequentissime. Ma, conclude il dottor Nardone, dando speranza alle tante mamme presenti e intervenute con tante domande "come dice Shakespeare: 'Non c'è notte che non veda il giorno'.

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