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''Per me questo reparto è stato una seconda casa. Ho lavorato con veri professionisti'', dopo 23 anni il primario di pediatria, Di Palma, va in pensione

Domani sarà l'ultimo giorno da primario al Santa Chiara. Di Palma, dopo aver vinto un concorso, è arrivata a Trento nel febbraio del 1996. Ha realizzato tantissimi progetti in favore dei bambini. Da lunedì, a sostituirla, sarà Massimo Soffiati, direttore di neonatologia

Di Giuseppe Fin - 29 settembre 2018 - 19:09

TRENTO. L'ufficio in questi giorni è pieno di scatoloni e sul tavolo ci sono fogli messi alla rinfusa con elenchi, nomi e bigliettini che riportano foto di bambini e i messaggi di ringraziamento di mamme e papà. “Vede, questo è un biglietto scritto da due genitori che ringraziano il reparto per aver salvato la loro figlia. Questi per noi sono i momenti più belli”. Annunziata Di Palma è primario del reparto di Pediatria dell'ospedale Santa Chiara e gli occhi le diventano lucidi mentre cerca i tanti messaggi che le sono arrivati di ringraziamento.

Un semplice ma importante “Grazie” per aver salvato la vita di tanti bambini e bambine in questi ultimi 23 anni da primario del reparto di Pediatria dell'ospedale Santa Chiara. Domani per l'ultima volta Di Palma timbrerà il cartellino prima di salire al quarto piano dell'ospedale. Da lunedì l'aspetta la meritata pensione. “Non mi sono ancora resa completamente conto che dal primo di ottobre per me cambierà tutto” ci dice.

 

Dottoressa Di Palma, ha dedicato gran parte della sua vita a curare i bambini. Come ha iniziato?

Fin da giovanissima volevo diventare il “medico dei bambini” e avevo questo pallino già in terza media. In seguito, quando ero in procinto di laureami,  vinsi una borsa di studio per la media alta dei voti che mi permise di fare la mia tesi di laurea entrando in un reparto ospedaliero. Prima ancora di essere laureata mi sono quindi trovata nel reparto di pediatria dell'ospedale di Ferrara, città in cui vivevo assieme a mio padre, mia madre, due fratelli e una sorella. Era il 1978, mi sono laureata con una tesi sulla talassemia  e da quel momento non ho più lasciato la pediatria.

 

Erano anni dove non tutte le famiglie potevano permettersi di far studiare i propri figli. I suoi genitori l'hanno sempre sostenuta?

Io sono nata a Crotone e a 20 giorni sono stata portata a Ferrara. Mio padre ha sempre garantito a tutti noi il meglio. Possiamo dire che ha investito nei suoi figli facendoli studiare nelle migliori scuole. Oggi ho una sorella che è neurologa, un fratello agronomo e uno laureato in giurisprudenza. Se ho sempre avuto la voglia di andare avanti lo devo a mio padre e mia madre e mi dispiace oggi che non ci siano più perché vorrei dedicare a loro la conclusione di questo mio percorso.

 

Lei quanto è arrivata a dirigere il reparto di Pediatria del Santa Chiara?

E' successo il primo febbraio del 1996. Lavoravo nel reparto di Pediatria di Ferrara e avevo avuto come guida il dottor Calogero Vullo che mi ha dato moltissimo. Decisi quindi di mettermi alla prova e provai un concorso. Era la prima volta e non pensavo di vincere. Invece è successo e quando sono arrivata a Trento ero una delle tre donne primario presenti dell'azienda sanitaria.

 

Abituata ad una città come Ferrara, come si è trovata appena arrivata a Trento?

I trentini sono persone riservate e questo l'ho subito notato appena ho messo piede in città. In ospedale mi sono trovata circondata da persone molto preparate, persone con senso civile, capaci e pronti ad aiutare gli altri. L'accoglienza è stata molto buona. Mi ricordo che i colleghi appena sono arrivata per farmi ambientare mi hanno portato a pranzo in un maso. Non ci ero mai stata. Poi mi hanno regalato un cesto enorme con all'interno solo prodotti trentini. Io da Ferrara ero arrivata con un dolce, il classico panpepato. A livello personale è stato però un momento difficile perché mio padre si era ammalato ed io mi trovavo sempre nel posto sbagliato al momento sbagliato.

 

Nel reparto ha trovato terreno fertile per costruire qualcosa di nuovo.

Si, erano presenti pediatri competenti. Questa è stata una base importante per riuscire a costruire fin da subito qualcosa assieme.

 

In questi anni come è cambiata la pediatria?

I cambiamenti sono arrivati con le innovazioni tecnologiche. Alcune malattie anni difficili e rare, grazie alle innovazioni, sono diventate  a lungo decorso. Un altro settore che abbiamo visto cambiare è stato quello dei disturbi dei comportamenti alimentari. Nel centro che è stato poi costituito a Trento, abbiamo chiesto e ottenuto che ci fosse una sezione pediatrica per seguire i bambini e le bambine da 0 a 18 anni. E ci abbiamo visto anche lontano perché oggi circa il 60% di quei pazienti è in età pediatrica. Tra le tante cose siamo riusciti a potenziare la struttura d'emergenza con l'attivazione di una guardia anche di notte per la pediatria. Il tutto ha permesso una implementazione del sistema delle emergenze. Abbiamo creato poi l'ambulatorio di cardiologia pediatrica in collaborazione con Padova e l'oncologia pediatrica. Ho portato avanti un lavoro facendo un passo alla volta ma senza mai fermarmi. Fondamentale è stata la rete che siamo riusciti a creare tra reparti di pediatria e di adulti.

Di recente, poi, sono stati inaugurati i nuovi spazi dedicati alla degenza protetta di bambini e questo è stato un progetto molto importante. Abbiamo anche fatto domanda per diventare uno dei centri di riferimento oncologici in Italia e stiamo attendendo la risposta.

 

Sono state portate avanti e realizzate molte cose, ma ad oggi quante persone lavorano nella Pediatria trentina?

Occorre precisare che la Pediatria di Trento comprende anche quella di Cavalese e di Cles. Le persone che lavorano sono circa un centinaio, con oltre una ventina di medici e poi segretari, oss, infermieri e caposala. Pensi che quando ho iniziato a lavorare nel 1996, eravamo in cinque.

 

A cambiare in questi anni è stato però anche il rapporto con i genitori.

Un cambiamento enorme che ci ha riguardano anche noi medici. Appena arrivata a Trento mi ricordo che un giorno si presentò un padre piangendo con in braccio il figlio piccolo e mi disse: 'Dottoressa le do mio figlio, me lo riporti a qualsiasi condizione'. Questo non succede quasi più perché oggi l'utenza è cambiata e ogni decisione che viene presa e ogni aspetto della cura viene condiviso con la famiglia. Anche nelle condizioni più difficili serve condividere, spiegare i percorsi e sbilanciarsi. Talvolta si discute anche perché qualche mamma e papà cercano soluzioni su internet, spesso sbagliando.

 

Quali sono i momenti più belli che si ricorda in questo reparto?

Ce ne sono tantissimi ed è difficile sceglierne uno. L'aver condiviso con i colleghi alcune diagnosi ma anche essere riusciti a fare la differenza in diverse situazioni difficili. Ci sono poi i bei rapporti che si sono creati all'interno del reparto. Io ho avuto una famiglia a Ferrara e una a Trento, a pediatria. Poi ci sono tutti i messaggi arrivati dai genitori che hanno rivisto sorridere i propri figli. L'altro giorno alla mia porta ha bussato un ragazzo. Avrà avuto almeno trent'anni. Credevo fosse un genitore che volesse parlarmi. Invece è entrato in studio e ha iniziato a raccontarmi che da piccolo aveva avuto dei problemi di salute e grazie al nostro intervento è riuscito a sottoporsi ad un trapianto e a sopravvivere. Era venuto a ringraziarci e a chiedermi a chi doveva rivolgersi ora che io me ne andavo in pensione. Ovviamente, però, non era più in età pediatrica.

 

Ci sono stati momenti molto brutti. La vicenda della piccola Sofia è stato uno di questi.

E' stato il peggior momento della mia vita professionale. Ha avuto un impatto devastate su tutto il reparto perché si era diffuso in tutti un senso di insicurezza enorme. Abbiamo sofferto perché è impossibile in queste situazioni avere un approccio distaccato. A farci male è stata anche la diffidenza che la gente ha avuto in quel momento nei nostri confronti. La mia preoccupazione era che i medici diventassero insicuri per le cose in cui serviva professionalità. A loro ho detto: 'Non fatevi rubare le vostre qualità e i vostri valori'. Speriamo che ora la magistratura faccia chiarezza.

 

Ora che lascia il reparto di Pediatria di Trento cosa farà?

Non ci ho ancora pensato, ma di certo mi mancherà il mio lavoro. Dopo 23 anni non mi sono ancora resa conto di quello che sta accadendo. Fino a fine anno sicuramente rimarrò in Trentino poi credo tornerò a Ferrara dalla mia famiglia. Al mio posto Pediatria sarà diretta, fino a quando non ci sarà il nuovo concorso, da Massimo Soffiati, direttore di neonatologia.

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