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Un convegno sui maschi che non si nascondono

"Rabbia, frustrazione e solitudine dell'uomo di oggi". Il confronto dell'Ama promosso per il 9 marzo a sociologia fa il pieno di iscrizioni e c'è una lista d'attesa. L'iniziativa serve anche a lanciare il gruppo di mutuo aiuto 2.1 che da qualche anno offre possibilità di confronto "senza maschera" a persone che scelgono di condividere problemi, speranze e paure nei rapporti di coppia, con i figli e nella società

Di Carmine Ragozzino - 03 marzo 2018 - 17:16

TRENTO. Centodieci iscrizioni. Una quindicina in lista d’attesa, sperando in qualche rinuncia dell’ultima ora. Per i promotori dell’iniziativa, per l’associazione Ama, era arduo immaginare tanto interesse per l’iniziativa messa in calendario il prossimo 9 marzo a Sociologia, (dalle 9).

 

L’aula Kessler si riempirà di maschi. Di maschi che forse non sono tutti in crisi ma che per fortuna non sono beatamente amorfi rispetto al titolo dell’incontro: “Rabbia, frustrazione e solitudine dell’uomo di oggi”.  Un titolo che non è provocatorio. Un titolo, al contrario, propone realismo. Un realismo che meno si  rifiuta meglio è. I rapporti di coppia, i rapporti con i figli,  il rapporto con le proprie debolezze e con la fatica piuttosto stupida di nasconderle dietro una miriade di stereotipi anacronistici. Ma anche l'altra faccia della medaglia: gli uomini abbandonati, gli uomini maltrattati.

 

 Di questo inviterà a riflettere l’Ama. Un mutuo aiuto – la ragione sociale del sodalizio – che dal piccolo gruppo prova a trasferirsi ad un più vasto contesto. Un contesto pubblico, divulgativo. Un contesto meno informale ma di certo non meno importante. Una così alta adesione per l' inconsueto incontro del 9 marzo non sembra davvero un fatto di sola curiosità.  Forse segnala che qualcosa sta cambiando. Forse è l'antenna che sonda un fenomeno nuovo. Di nuove seppur tardive consapevolezze.

 

La fragilità maschile c’è sempre stata. Per spiegare la fragilità maschile  le donne non hanno di sicuro bisogno di farsi relatrici nei convegni: a loro basta raccontare il quotidiano di una casa, di una famiglia, di un ambiente di lavoro. Ma la fragilità maschile ha sempre trovato – e naturalmente ancora trova – una serie di nascondigli. Sono nascondigli sociali dei quali s’è sempre detto e si continuerà a dire. Sono nascondigli culturali mai abbastanza messi a nudo. La fragilità maschile si è però sempre vestita – a volte goffamente travestita – di presunzioni, di certezze, di superiorità.

 

Sono tutti atteggiamenti che costruiscono un costume deleterio e perfino tragico quando degenera. Una degenerazione che oggi è più nota di ieri. Una degenerazione che fa sanguinare le cronache quotidiane suscitando orrore senza che nulla cambi.

 

All’Ama non pensano ovviamente che una mezza giornata di confronto possa più di tanto rispetto a secoli di negazione dei problemi. Ma all’Ama possono vantare piccole esperienze di una rotta diversa. Esiste da alcuni anni un gruppo, “Uomini 2.1”, (ventunesimo secolo)” che  regolarmente mette insieme alcuni maschi - e solo i maschi che imparano a parlare di sé stessi.

 

Le donne, all’Ama e altrove, lo fanno da sempre. Gli uomini annaspano. E si solito scappano: dal confronto e dal problema. Ma quando accettano di nuotare in acque meno rassicuranti succede – spiegano all’Ama – qualcosa di importante. E’ importante la socializzazione delle difficoltà, delle debolezze, dei problemi materiali e di quelli psicologici.

 

“Non è un gruppo numeroso – dice Claudio Dell’Anna, prima partecipante e poi facilitatore – ma anche un’esperienza ancora di nicchia può essere un paradigma e può darci un poco di ottimismo. Chi frequenta il gruppo dell’Ama, ci troviamo ogni 15 giorni, si è convinto nel dialogo e nell’amicizia che si è creata del fatto che è possibile togliersi la maschera da duri. Nel gruppo nessuno ti giudica. Nel gruppo c’è l’obbligo di riservatezza. Ma nel gruppo la condivisione è il presupposto della solidarietà. Nel gruppo si parla di figli, di compagne, di mogli, di amici, di sogni e di timori. Il gruppo serve a darsi fiducia. E la fiducia serve a non smarrirsi”.

 

E’ sulla base del lavoro di “Uomini 2.1” che nasce l’incontro del 9 marzo. E’ il gruppo che ha spinto. Il gruppo che ha indicato di cosa parlare e come parlare. Ci si è affidati – tra gli altri – a Stefano Ciccone, fondatore del movimento nazionale “Maschile plurale”, una realtà in crescita che lavora per abbattere il modello maschile tradizionale. Ma non lo si fa per imposizione obbligata dall’affermarsi – finalmente e inesorabilmente – dell’universo femminile.

 

Lo si fa perché l’uomo deve mettersi autonomamente in discussione. Vivendo la propria identità in una riflessione  individuale e collettiva tra gli uomini di tutte le età e condizioni. A partire dal riconoscimento della propria parzialità e dalla valorizzazione delle differenze, nella direzione di un mutamento di civiltà nelle relazioni tra i sessi. L’uomo – secondo “Maschile plurale” deve impegnarsi pubblicamente e personalmente per l’eliminazione di ogni forma di violenza di genere, sia fisica che psicologica.

 

Ma non è teoria: si deve facilitare una svolta nei comportamenti concreti di ciascuno, con le proprie diverse soggettività nelle relazioni interpersonali, nelle famiglie, nel mondo del lavoro, nelle scuole e nelle  università, nelle comunità religiose, nei luoghi della politica e dell’informazione, nonché nelle diverse occasioni di socialità. E non a caso il movimento di Ciccone è nato nel 2006  a seguito di un appello nazionale contro la violenza sulle donne.

 

 Nell’incontro del 9 marzo parleranno anche Attila Bruni, (patriarcato e maschilità), Marco Brusegan, (L’esperienza di gruppo), Alessandro Degasperi (Le richieste di aiuto da parte degli uomini) e Claudio Dell’Anna (mutuo aiuto). Il giorno prima del dibattito a Sociologia - l'8 marzo dunque - chi vorrà potrà “sperimentare” il lavoro del gruppo 2.1 dell’Ama in un incontro alle 20.30 alla sede di via Taramelli.

 

Un otto marzo che è festa delle donne. Ma se i maschi imparassero che maschio è solo una definizione  di genere anziché un  genere di imposizione sarebbe 8 marzo tutto l'anno. Di tutti.

 

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