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Una resurrezione laica, il 25 aprile non è un derby tra fascisti e comunisti ma la base della nostra democrazia

C’è un punto a mio giudizio su cui va costruito e tenuto saldo il discorso antifascista: la scelta. E non deve stupire l'uso strumentale di Matteo Salvini ed il conseguente disconoscimento del valore della celebrazione dell’anniversario della Liberazione

 

Di Davide Leveghi (nato a Trento nel 1993, diplomato al liceo classico Prati e laureato in storia all'università di Bologna. Specializzando in storia contemporanea) - 25 aprile 2019 - 06:01

TRENTO. Mi è capitato altre volte di scrivere riguardo al 25 aprile. E come ogni anno ho immaginato una maniera diversa di raccontarlo, un modo valido per poter rendere conto di un evento e di un fenomeno che sostanzia la nostra stessa vita democratica, rendendolo più attuale, più intellegibile per chi, a digiuno da una conoscenza storica anche minima, non ne capisse la portata ed il significato. Troppo semplice è, infatti, parlare di questa festività a chi ne (ri)conosce l’importanza, la sfida sta nel persuadere gli altri, chi se ne disinteressa, chi non ha gli strumenti per comprenderla, per ammetterne l’inscindibilità con i valori portanti della democrazia italiana, al di là della traiettoria storica assunta dal Bel Paese a partire dal dopoguerra.

 

C’è un punto a mio giudizio su cui va costruito e tenuto saldo il discorso antifascista: la scelta. Quella scelta dei singoli individui, poi raccolti in un fenomeno vario e difficilmente inquadrabile che fu la lotta resistenziale, di rompere con il conformismo e la barbarie fascista imbracciando le armi, salendo sulle montagne o partecipando ai sabotaggi nelle fabbriche, abbandonando la divisa del Regio Esercito e rifiutando di continuare a combattere a fianco dei nazisti. Nella scelta risiede la forza e lo spirito dell’antifascismo, la chiave dell’essenzialità della Resistenza per la costruzione della democrazia.

 

Un manipolo di uomini e donne, per svariate ragioni umane e politiche, decisero che il regime fascista doveva essere abbattuto, che la caduta di Mussolini ed il disastro dell’8 settembre fossero l’occasione di recuperare la propria dignità frustrata da vent’anni di oppressione e sofferenze, che l’Italia potesse redimersi dal proprio esiziale ruolo di centrale ideologica dell’autoritarismo fascista. Una scelta dura e difficile di precorrere i tempi accelerando un processo già avviato dagli Alleati, una decisione che costò una feroce guerra al tempo stesso civile e di liberazione, liberazione dall’invasore, liberazione dal padrone che aveva anch’esso tempo addietro operato la sua scelta, alleandosi con il fascismo. Una scelta che restituiva all’Italia la sua dignità perduta.

 

Pertanto la nuova vulgata dominante a partire dagli anni ’80, che accomuna i morti saloini ai resistenti, che annulla nella morte le differenti posizioni politiche ed ideologiche, che cancella le specificità del comunismo italiano impegnato sommamente nella lotta resistenziale gettandolo nel calderone del totalitarismo staliniano - oscurando tra l’altro la varietà di posizioni del mondo partigiano -, ogni affermazione tesa a rilegittimare il fascismo attraverso la delegittimazione della Resistenza, additata d’essere violenta e fratricida, risulta rovinosa non solo per la memoria storica quanto per la nostra stessa tenuta democratica.

 

"La lotta a camorra, 'ndrangheta e mafia è la nostra ragione di vita. Il 25 aprile non sarò a sfilare qua o là, fazzoletti rossi, fazzoletti verdi, neri, gialli e bianchi. Vado a Corleone a sostenere le forze dell'ordine nel cuore della Sicilia. Il 25 aprile ci saranno i cortei dei partigiani e i cortei contro i partigiani. Siamo nel 2019 e mi interessa poco il derby fascisti-comunisti…”.

C’è poco di sorprendente nelle dichiarazioni del vicepremier Salvini su dove avrebbe passato il 25 aprile. Al di là delle facili considerazioni politiche sugli ammiccamenti a destra o sulle sviolinate - a cui ci ha ampiamente abituati in una sfilata perenne di divise - alle forze dell’ordine impegnate nella lotta alla mafia, ciò che più fa riflettere sono la solita strumentale equiparazione degli estremismi ed il conseguente disconoscimento del valore della celebrazione dell’Anniversario della Liberazione.

 

Il 25 aprile non è un derby tra fascisti e comunisti bensì la base della nostra democrazia, l’apice della recente storia italiana in cui un esiguo numero di coraggiosi, tra cui molti comunisti o semplicemente inquadrati in formazioni comuniste, riscattò la Nazione dall’infamia fascista. Scrisse Claudio Pavone nel suo più importante saggio sulla moralità della Resistenza: “Mentre i resistenti degli altri paesi, nel momento della loro scelta iniziale, rischiarono sia sull’esito che sulla durata, i resistenti italiani rischiarono solo sulla durata”. La “specificità italiana” risiederebbe quindi nella “volontà di aiutare il destino per rendersene degni obbedendogli […]. Fu un atteggiamento agli antipodi di quello praticato da coloro, fra i collaborazionisti, che si erano creduti più astuti degli altri e capaci di piegare il destino ai propri disegni machiavellici”. “Morire senza assaporare il frutto di una vittoria ormai a portata di mano”, chiosa, “poteva essere ancora più straziante”.

 

Uno sforzo a partecipare alla Storia senza attendere che si compisse, per riabilitare un paese macchiatosi di profondo disonore, ecco cosa si celebra ogni 25 aprile: una resurrezione laica. Questo riscatto, per cui fu necessario l’uso della forza, una “violenza utile” quanto necessaria di fronte alla barbarie e all’aggressione nazifasciste, va contestualizzato nel clima di generalizzata brutalità del secondo conflitto mondiale. Perciò ogni affermazione tesa a rovesciare le responsabilità dei “vinti” sui “vincitori”, a riabilitare il “sangue dei vinti” (da celebre pamphlet di Giampaolo Pansa) delegittimando sistematicamente il sacrificio antifascista, colpisce non solo lo studio storico e la sua ricerca della verità, ma pure la democrazia stessa nata da questo sacrificio.

 

Equiparare in maniera decontestualizzata gli estremismi politici da cui nacquero i totalitarismi, così come mettere sullo stesso piano i morti partigiani e quelli repubblichini è operazione scorretta e strumentale. “Quel che conta non è l’uguaglianza nella morte, ma la diseguaglianza nella vita”, citando lo storico Sergio Luzzatto. Questo sforzo di scegliere e rischiare per redimersi e redimere la propria patria ferita è ciò che a settantaquattro anni di distanza rende la Resistenza una questione attuale. La democrazia non è cosa che una volta conquistata sia garantita nella sua continuità, è qualcosa da difendere e coltivare. La scelta dei partigiani, e di chi ha deciso di celebrarne ogni anno le gesta come momento fondante della Repubblica, ce lo ricorda tutti gli anni.

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