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Bruno Detassis, 12 anni fa se ne andava il guru delle Dolomiti di Brenta: aprì oltre 200 nuove vie

Figura carismatica e schiva viene ricordato, oltre che per le innumerevoli imprese alpinistiche, anche per la sua grande umanità: montanaro prima ancora che alpinista rifuggì sempre la retorica dell’eroe, preferendo un approccio pragmatico e di buon senso, mettendo sempre al primo posto la sicurezza sua e dei compagni

Pubblicato il - 09 maggio 2020 - 18:27

TRENTO. Esattamente 12 anni fa, in una sera di primavera dell’8 maggio 2008, se ne andava il grande alpinista trentino Bruno Detassis. Nato a Trento il 24 giugno 1910 da una famiglia operaia sviluppò fin da giovanissimo la passione per la montagna, a soli 16 anni salì in vetta alla Paganella. Due anni più tardi scalò per la prima volta il Campanile Basso, guglia solitaria che fa parte del Gruppo delle Dolomiti di Brenta. Una vetta che per molti rappresentava un tabù, con le sue pareti esposte e gli appigli praticamente assenti, figurarsi per un ragazzo di 18 anni. Eppure Detassis riuscì nell’impresa.

 

La montagna divenne in breve tempo la sua ragione di vita, nonché la sua principale attività lavorativa, nel 1935 divenne guida alpina, l’anno seguente ottenne la licenza di maestro di sci. Tanta era la sua abilità da venir selezionato come insegnate di sci di alcuni membri della casata reale dei Savoia e dalla prestigiosa famiglia Agnelli. Fu proprio sulle montagne piemontesi che Bruno conobbe la sua futura moglie: la triestina Nella Cristian, prima maestra di sci italiana con la quale si sposò nel 1939. Insieme si trasferirono a Madonna di Campiglio dove Detassis era stato chiamato a dirigere la scuola locale di sci.

 

Poi arrivarono gli anni difficili della guerra: l’8 settembre 1943 Bruno si trova con i commilitoni nella zona di Merano, i tedeschi li faranno prigionieri deportandoli verso il campo di prigionia di Oerbke, vicino ad Hannover in Germania. Si dice che nel frattempo la moglie Nella rifornisse i partigiani della zona con viveri e coperte, oltre a non perdere occasione per cercare di avere notizie del marito. Solo nel 1945 il campo di prigionia venne liberato e Detassis poté finalmente fare ritorno a casa. Raggiunte nuovamente le sue amate montagne del Brenta continuerà la sua attività alpinistica contribuendo ad aprire oltre 200 nuove vie, almeno 70 di queste proprio nel gruppo di Brenta. Per molti anni gestirà, assieme alla moglie e ai figli Ialla e Claudio, il rifugio Brentei.

 

Figura carismatica e schiva viene ricordato, oltre che per le innumerevoli imprese alpinistiche, anche per la sua grande umanità: montanaro prima ancora che alpinista rifuggì sempre la retorica dell’eroe, dell’uomo contro la montagna preferendo un approccio pragmatico e di buon senso, mettendo sempre al primo posto la sicurezza sua e dei compagni. Un aneddoto raccontato nel libro “Bruno Detassis. Il custode del Brenta” si riporta che nel 1957, a capo di una spedizione trentina, provò a scalare il Cerro Torre, in Patagonia, arrivato sul posto dovette prendere atto della difficoltà dell'impresa rinunciandovi: “Il Torre – disse ai compagni – è una montagna impossibile, ed io non voglio mettere a repentaglio la vita di nessuno. Pertanto, nella mia qualità di capo spedizione, vi proibisco di attaccare il Torre”.

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