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Coronavirus, l’accusa degli operatori dell’Rsa: “Tamponi arrivati in ritardo, alcuni andati persi. Così si sono contagiati 40 ospiti e 18 oss”

Il primo contagio risale al 22 ottobre, ma ci sono voluti 5 giorni per avere tutti i risultati dei tamponi e alcuni operatori (non sapendolo) si sono recati al lavoro nonostante avessero contratto il virus: “In ambienti delicati come i nostri sapere se qualcuno è positivo in tempi brevi fa la differenza”. Gli operatori: “Non è stato possibile agire in modo adeguato: non abbiamo avuto velocemente gli esiti dei test”

Di Tiziano Grottolo - 05 novembre 2020 - 04:01

TRENTO. “In ambienti delicati come i nostri sapere se qualcuno è positivo in tempi brevi fa la differenza”, così Patrick Coser, direttore dell’Rsa Casa Famiglia, solleva una questione che ha coinvolto direttamente la struttura di Cadine. Il 22 ottobre corso infatti, nonostante le innumerevoli precauzioni, è emerso un primo contagio da Covid-19 fra gli ospiti: a quel punto l’Rsa ha attivato immediatamente i protocolli e in due giorni è stata imbastita una campagna di tamponi su ospiti e personale. Purtroppo però, per avere tutti i risultati si è dovuto attendere fino a 5 giorni. Troppo tempo per sperare di arginare il contagio in un ambiente fragile come quello di una casa di riposo. In meno di una settimana il virus si è propagato e al momento il bilancio parla di 40 positivi tra gli ospiti (su 100 posti letto) e 18 fra i dipendenti. Purtroppo il Covid ha aggravato anche alcune situazioni sanitarie precarie causando delle vittime.

 

Non vogliamo sollevare polemiche – spiega Coser – sappiamo che i laboratori sono oberati e che non dipende dai tecnici ma con tempi di risposta più rapidi avremmo potuto fare scelte più oculate”. Come affermato in una lettera sottoscritta dagli operatori sanitari dell’Rsa (pubblicata qui sotto) alcuni di loro, in attesa del tampone, non hanno potuto fare altro che recarsi al lavoro benché in un secondo momento sia stata confermata la loro positività. “Stiamo vivendo una situazione frustrante – prosegue il direttore dell’Rsa – è inevitabile sentirsi in parte responsabili ma questo virus aggredisce le persone in maniera subdola, basta un attimo”. Parte degli operatori infatti, asintomatici, non poteva nemmeno sospettare di essere entrato in contatto con il virus. Non è stato nemmeno possibile ricostruire la linea di contagi. D’altronde, all’inizio della seconda ondata era importante agire con rapidità, mentre ora si lavora per arginare i focolai.

 

“Ovviamente appena abbiamo avuto un riscontro gli operatori positivi sono rimasti a casa in quarantena e gli ospiti isolati all’interno della struttura”. L’attesa dei risultati però è stata troppo lunga. “Ripeto – sottolinea Coser – non cerchiamo la polemica ma vogliamo evidenziare una situazione oggettiva, servono dei correttivi, l’inverno è lungo e il vaccino non sarà pronto in tempi brevi”.

 

Ora all’interno della struttura il personale è impegnato al meglio delle proprie capacità per governare la situazione. “Possiamo contare su una squadra molto attenta, tutti gli operatori rispondono molto bene, nonostante non sia un momento facile. Anche i parenti degli ospiti ci sono molto vicini – commenta il direttore – una delle frustrazioni più grandi è che non sapendo di essere positivi è più difficile proteggere chi ci sta intorno, per questo servono risposte immediate. Lo voglio dire con chiarezza – ribadisce Coser – non cerchiamo capri espiatori ma è necessario trovare una soluzione, soprattutto per il bene delle persone che vivono in Rsa”.

 

Di seguito la lettera firmata dagli operatori dell’Rsa

 

Buongiorno, se questo può definirsi un buongiorno!

Ci troviamo costretti a scrivere questa lettera come unico mezzo di comunicazione per descrivere come noi operatori sanitari in Rsa Casa Famiglia, stiamo vivendo questo periodo e soprattutto constatare l’inefficienza delle istituzioni. Le Residenze Socio Assistenziali sono state le uniche a seguire protocolli e procedure molto restrittive, perché all’interno di esse vivono persone fragili da proteggere in ogni modo. Noi, come operatori sanitari, eravamo e siamo assolutamente d’accordo, perché abbiamo a cuore il benessere dei nostri residenti e dei famigliari.

 

Cercate per un attimo di pensare anche alla solitudine di questi residenti, che a volte capiscono, ma spesso non comprendono il perché di questo stravolgimento nei loro affetti. Per mesi non hanno visto nessun famigliare se non in maniera sterile attraverso un video, poi li hanno incontrati per pochi minuti alla settimana dietro ad una parete di plexiglass. A volte sono morti in solitudine solo con noi operatori a tenerli per mano, davamo loro una carezza, un segno di affetto nell’ultimo viaggio. Noi siamo stati lì a fianco a loro in questa triste solitudine.

 

Purtroppo, esattamente il 22 ottobre, è arrivata per tutti noi una notizia devastante: il primo contagio di un ospite, nonostante tutti gli sforzi e le attenzioni rigorose che avevamo tenuto in tutti questi mesi. La struttura si è subito adoperata all’emergenza. Noi operatori, consapevoli della situazione, abbiamo dato tutto il supporto per aiutare nella gestione di questa situazione straordinaria senza mai fare un passo indietro! Consapevoli del rischio non ci siamo mai tirati indietro! Il giorno stesso tutti i dipendenti sono stati sottoposti a tamponi, come tutti gli ospiti per arginare il prima possibile la situazione, soprattutto per isolare i casi positivi. Non è stato possibile agire in modo adeguato perché non abbiamo avuto velocemente gli esiti dei tamponi!! Vi chiederete come??? Ve lo scriviamo, con il cuore in mano….

 

Ad oggi, 4 novembre, è accaduto per ben due volte e scriviamo per ben due volte, il ritardo di 5 giorni per ricezione della risposta esito dei tamponi!! Non è concepibile! Come possiamo arginare l’emergenza, se le risposte arrivano così tardi o addirittura 3 campioni degli ospiti vengono persi?? Questa disarmante inefficienza del Servizio Sanitario Trentino sta portando al collasso il sistema residenziale. Noi non siamo dei tecnici pagati migliaia di euro. Si sapeva benissimo che sarebbe arrivata la seconda ondata, ma le istituzioni non ne erano a conoscenza?

 

Non ci si poteva organizzare in maniera più efficiente, aprire nuovi laboratori, formare ulteriore personale, agire sulla prevenzione? Ora sul campo, appare tardiva ogni tipo di risposta. Vogliamo parlare dei sistemi di protezione individuali (Dpi)? Capiamo che all’inizio dell’emergenza di marzo non si era preparati, il mondo era in balia dell’infezione, ma dopo sei mesi, no, si doveva essere preparati a tutto. Con l’utilizzo, fin dalle prime allerte, dei Dpi corretti, avendo le informazioni dei risultati dei tamponi in un tempo adeguato.

 

Vorremmo sottolineare che anche noi operatori sanitari abbiamo una vita al di fuori e farci sentire moralmente in colpa, per il fatto che siamo noi a portare l’infezione all’interno delle strutture non è giusto. Sentirci il peso che i nostri ospiti, che abbiamo curato fin dal primo giorno, muoiono per colpa nostra, è pesantissimo; non so se mai riusciremo a dimenticarlo. Noi al di fuori dal contesto lavorativo da marzo abbiamo tenuto una vita molto attenta e previdente, ponendoci professionalmente anche dei limiti a volte pesanti, perché abbiamo una coscienza e un dovere civico che ci dice di tenere in considerazione sempre i nostri residenti, specialmente i più fragili.

 

Ovviamente questa emergenza non è stata solo a Casa Famiglia, ma anche in altre realtà. Chi ci governa non dovrebbe dare precedenza ai soggetti più deboli? O forse sbagliamo noi a pensare questo? Oppure oggi le istituzioni possono arrogarsi il diritto di decidere chi può sopravvivere e chi no? Richiamiamo, come cittadini e professionisti incaricati all’assistenza tanto applauditi nel passato, la Pat e Apss a maggior attenzione e senso civico, nell’obiettivo di proteggere i soggetti più deboli, come i nostri cari anziani portatori di saggezza e storia, che hanno fatto Grande questa Patria ormai alla deriva.

 

Gli operatori Rsa Casa Famiglia

 

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