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''Io lavoratore autonomo riparto senza commesse, con le tasse che incombono, i debiti all'orizzonte e nessun risarcimento perché non mi hanno fatto il tampone''

Pubblichiamo la lettera di un artigiano trentino, un falegname, che fotografa la situazione come la stanno vivendo tante partite Iva: ''Ad inizio marzo mi sono ammalato e a metà mese sono stato in quarantena ma non avendomi fatto il tampone l'assicurazione non mi risarcirà niente. Ho all'attivo quasi due mesi di fermo attività, le commesse che avevo in programma sono saltate, non ho diritto al differimento dei pagamenti e come prospettiva mi invitano a indebitarmi, ma chi se la sente?''

Di Luca Pianesi - 07 maggio 2020 - 07:27

TRENTO. ''Ad inizio marzo mi sono ammalato e a metà mese sono stato in quarantena. Vengo, quindi, da quasi due mesi di fermo attività, le commesse che avevo in programma sono saltate tutte, non ho diritto al differimento dei pagamenti per un parametro parzialmente incompleto  inserito come condizione per accedere alla misura. E il paradosso è che per accedere al risarcimento per il fermo dovuto alla quarantena avrei dovuto essere positivo al tampone. Ma il tampone non me l'hanno fatto. Si sono accontentati di due tamponi a mia figlia a fine quarantena per 'liberare' tutta la mia famiglia''. E' un artigiano trentino a scrivere questa lettera, un falegname. Il suo è un grido di dolore che, in realtà, accomuna tantissime partite Iva, lavoratori indipendenti, artigiani. Come lui stesso specifica ''stiamo parlando di quel 70% di aziende piccole e piccolissime, spesso ditte individuali, che compongono l’ossatura del settore artigianale nostrano''.

 

Ebbene per persone come lui pochissimi aiuti, tantissimi impicci burocratici, qualche piccolo sostegno (come i 600 euro arrivati dallo Stato) e la beffa incredibile legata ai pochissimi tamponi che la Provincia di Trento ha fatto per tutta la prima fase dell'emergenza. Si pensi che il 26 marzo (nel giorno in cui Fugatti se la prendeva pubblicamente con l'ordine dei medici perché gli aveva chiesto ''solo'' il 18 marzo di cambiare completamente la strategia con la quale stava affrontando l'epidemia e di affidarsi ai tamponi) in tutto il Trentino erano stati fatti 4.600 tamponi, 3.000 in meno di Bolzano e meno anche dell'Umbria (una delle regioni meno colpite in assoluto) che era a 5.500. Oggi che in tutta Italia il virus si sta fermando, in Trentino, giustamente, i tamponi sono finalmente cresciuti e ci si vanta, quasi quotidianamente nelle conferenze stampa, di essere sul podio per numero di tamponi realizzati nel Paese ma il problema resta per tutta la fase più importante dell'epidemia. 

 

Una strategia rivelatasi sbagliata per affrontare il virus che oggi ha anche degli effetti di natura assicurativa e legale non indifferenti sui trentini. Pochi tamponi vuol dire poche persone a cui è stato certificato il virus e vuol dire, quindi, zero assistenza dal punto di vista assicurativo. E poi c'è un altro grande problema per il nostro artigiano: ''A pochi giorni dalla ripresa delle attività arriva una telefonata da parte della commercialista: a metà maggio ci sono una serie di tasse da pagare - scrive - Inps, Inail, Iva. La maggior parte delle aziende potrà differire i pagamenti a fine giugno. Il parametro per accedere a questa misura è una riduzione del 30% del fatturato rispetto ad aprile dell'anno scorso e io l'anno scorso ad aprile non avevo fatturato perché lavoravo a una grossa commessa e la fattura è stata fatta a maggio. Non avendo fatturato nulla ad aprile 2019 oggi non ho diritto a nessuna proroga dei pagamenti. Nulla conta - spiega - che il mio bilancio annuale sia, da sempre, in linea con gli studi di settore né che nessuno imponga agli artigiani un minimo di fatturazione mensile. Rimane un mistero la scelta di vincolare questa misura alla fotografia scattata nel mese di aprile anziché considerare il primo trimestre o quadrimestre''.

 

Ecco il testo completo

 

C’è molto fermento tra le partite iva. Specialmente tra quelle ditte che oggi risentono pesantemente degli effetti della prolungata chiusura dell’attività. Stiamo parlando di quel 70% di aziende piccole e piccolissime, spesso ditte individuali, che compongono l’ossatura del settore artigianale nostrano.

 

Da anni sostengo che l’inaccessibilità per gli artigiani agli ammortizzatori sociali ed a segmenti importanti del welfare di base sia una vergogna del nostro sistema. Non sto parlando di aziende quotate in borsa o aziende con sede legale in paradisi fiscali. Mi riferisco piuttosto alla parrucchiera di quartiere se deve chiudere bottega perché non ha clienti non ha diritto ad accedere alla disoccupazione.

Non si tratta qui dei grandi evasori che portano fondi neri in Svizzera  e investono in azioni gli utili aziendali. Sto parlando del ragazzo che fa i cartongessi, del fabbro che ti salda il cancello, del falegname che ti fa il parapetto del balcone. Gente che se si ammala di influenza non può stare a casa i giorni necessari a guarire: sa che deve tornare al lavoro il prima possibile perché altrimenti i conti non tornano, i clienti si lamentano, mancano i soldi per pagare i fornitori, le bollette, le tasse.

C’è un abisso tra chi vive la realtà della malattia, della maternità/paternità da dipendente (anche se mi dicono che per fortuna ora c'è un bonus maternità anche per gli autonomi, ai miei tempi non esisteva) e chi la vive da lavoratore autonomo.

 

Certamente, lo stesso divario, si sta notevolmente ampliando se si considerano  gli effetti della chiusura forzata di moltissime attività artigianali in seguito alla pandemia che stiamo attraversando. Ad inizio marzo mi sono ammalato e a metà mese sono stato in quarantena. Vengo, quindi, da quasi due mesi di fermo attività, le commesse che avevo in programma sono saltate tutte, non ho diritto al differimento dei pagamenti per un parametro parzialmente incompleto  inserito come condizione per accedere alla misura (per altro assai blanda e insufficiente in caso di mancanza di lavoro). Sono assicurato con ma per accedere al risarcimento per il fermo dovuto alla quarantena avrei dovuto essere positivo al tampone. Ma il tampone non me l'hanno fatto.

 

Personalmente, nel giro di poche settimane, sono passato da avere commesse per 15.000 euro a non averne neanche una. La riorganizzazione non è per nulla semplice e di certo non immediata.Tuttavia, a pochi giorni dalla ripresa delle attività arriva una telefonata da parte della commercialista: a metà maggio ci sono una serie di tasse da pagare, inps,inail, iva. La maggior parte delle aziende potrà differire i pagamenti a fine giugno. Il parametro per accedere a questa misura è una riduzione del 30% del fatturato rispetto ad aprile dell'anno scorso.

 

Ad aprile 2019  ero impegnato in una commessa consistente che ho fatturato il mese successivo, a fine maggio. Non avendo fatturato nulla ad aprile non ho diritto a nessuna proroga dei pagamenti. Nulla conta che il mio bilancio annuale sia, da sempre, in linea con gli studi di settore né che nessuno imponga agli artigiani un minimo di fatturazione mensile. Che si fatturino 1500 euro al mese nei primi tre mesi dell’anno oppure 4500 euro a fine marzo è esattamente la stessa cosa. Rimane un mistero quindi la scelta di vincolare questa misura alla fotografia scattata nel mese di aprile anzichè considerare il primo trimestre o quadrimestre. Un grave errore aver inserito una simile clausola; un errore che, a mio avviso, denota per l’ennesima volta una mancanza di attenzione per una determinata categoria, buona per essere spremuta, buona come bacino elettorale, ma del tutto trascurabile quando si mettono in campo misure economiche di sostegno al lavoro.

Si è molto parlato di una liquidità pari a 25000 euro messa a disposizione delle aziende. Si tratta, ricordiamolo, di denaro messo a disposizione dalle banche i cui interessi sono coperti dalla PAT. L’accesso al credito rimane vincolato a valutazione bancaria e non si tratta di un meccanismo automatico. Se chi lo richiede ha pagato in ritardo qualche rata di un mutuo precedente oppure non ha nessun garante fideiussorio potrebbe non avere i requisiti per accedere a quella liquidità. Si tratta in ogni caso di un debito che poi va onorato. Ma se il lavoro risente tanto pesantemente degli effetti del lockdown, e se gli scenari futuri sono quanto mai incerti, chi se la sente di indebitarsi ad occhi chiusi?

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