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Rubavano uova e piccoli di rarissime specie di rapace per rivenderli agli allevamenti (anche trentini) per cifre da capogiro: denunciate 9 persone e sequestrati numerosi esemplari

Sgominata una rete che dalla Sicilia aveva collaudato un sistema quasi infallibile per sottrarre esemplari di rapaci selvatici protetti e, con la complicità di esperti del settore, farli passare per esemplari domestici. I forestali si sono presentati anche da alcuni allevatori trentini che avevano acquistato i piccoli per cifre astronomiche

Di Tiziano Grottolo - 27 giugno 2020 - 20:32

TRENTO. Alcuni giorni fa i carabinieri del Cites di Catania e della Sezione operativa antibracconaggio di Roma hanno portato a termine una complessa indagine che ha permesso di sgominare una rete formata da bracconieri, committenti, esecutori materiali, falsificatori e riciclatori di certificati. L’operazione “Peregrinus”, dal nome falco pellegrino (una delle specie vittima di bracconaggio) ha coinvolto varie province fra cui Catania, Ragusa, Caltanissetta, Alessandria, Roma, Grosseto e Trento, con quest’ultima che rappresentava uno degli ultimi anelli della catena fraudolenta.

 

Avvalendosi di un sistema tanto sofisticato quanto collaudato, soggetti senza scrupoli sottraevano dai nidi di alcune rarissime specie di rapace, nidificanti in Sicilia e Sardegna, uova e piccoli di rapace. In altri casi gli uccelli venivano catturati con l’utilizzo di trappole. Il modus operandi era sempre lo stesso: i bracconieri seguivano gli spostamenti degli esemplari adulti per scoprire dove nidificavano. Una volta scoperta l’ubicazione del nido aspettavano la deposizione e la schiusa delle uova. Dopodiché, armati di funi ed imbracature, prelevavano i piccoli rapaci allevandoli in cattività.

 

In seconda battuta intervenivano dei soggetti che fornivano anelli identificativi contraffatti (per dissimularne la natura selvatica) e falsificavano anche i certificati Cites necessari per rendere lecita la detenzione e il commercio di queste specie. La Convenzione Internazionale sul commercio delle specie a rischio di estinzione (Cities), per quanto riguarda i rapaci protetti, prevede che possano essere commercializzati esclusivamente gli esemplari riprodotti in cattività. Il problema per gli allevatori del settore è che continuando a far riprodurre esemplari consanguinei ne esce una stirpe sempre più impoverita dal punto di vista genetico e di conseguenza debole. Se però si possono incrociare i rapaci in cattività con esemplari selvatici si rinforza la prole.

 

L’ultimo anello della catena erano appunto gli allevatori, fra cui anche alcuni trentini, che in maniera talvolta inconsapevole, altre connivente, acquistavano i piccoli rapaci selvatici per cifre da capogiro, nell’ordine di decine di migliaia di euro. Le indagini hanno avuto una svolta anche grazie all’intervento del progetto Life ConRaSi, da anni impegnato nella conservazione di rapaci a rischio estinzione e dei volontari del gruppo tutela rapaci e di ornitologi specialisti. In alcuni casi sono stati proprio i volontari a piazzare le fototrappole che hanno incastrato i bracconieri.

 

Le indagini dei carabinieri forestali hanno portato alla denuncia di 9 persone ed al sequestro di numerosi esemplari, fra cui: 8 falchi pellegrini, con un raro esemplare della sottospecie calidus, particolarmente ambito dai falconieri e quindi di elevato valore economico, due falchi lanari, un falco della prateria, 2 poiane di Harris, 2 corvi imperiali, una ghiandaia marina, 2 cardellini, 30 storni. In più sono stati rinvenuti e sequestrati diversi certificati Cites, pronti per essere riciclati, documenti contraffatti e supporti informatici. Proprio queste condotte criminali sono fra le cause che aumentano il rischio di estinzione di questi rari uccelli. Le ipotesi di reato contestate vanno dal furto aggravato (la fauna infatti è patrimonio indisponibile dello Stato), alla ricettazione, passando per riciclaggio, maltrattamenti, falso e alla violazione della Legge 150/92, sulle specie Cites (norma che per questi casi prevede la sanzione dell’arresto fino a 2 anni e l’ammenda fino a 150.000 euro) e della Legge 157/92 sulla protezione della fauna omeoterma.

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