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Caso Trentino, Ebner: ''Perdevamo 4.500 euro al giorno. L'Espresso dava chiuso il giornale già nel 2016''. I giornalisti: ''Non è vero, trattati come un tumore da estirpare''

La vicenda dell'improvvisa chiusura del quotidiano è stata centrale nella V commissione della Pat. Il presidente della Camera di commercio di Bolzano ha ripercorso le tappe dall'acquisizione alla serrata. Poi sono stati ascoltati anche i giornalisti e la parte sindacale 

Di Luca Andreazza e Luca Pianesi - 28 gennaio 2021 - 15:48

TRENTO. "Una decisione presa con rammarico ma non è stata un fulmine a ciel sereno". Così Michl Ebner è intervenuto nella V commissione presieduta da Alessia Ambrosi sulla vicenda dell'improvvisa chiusura, da lui decisa d'imperio, del quotidiano Trentino. "E' il risultato - ha spiegato - di una situazione grave e difficile: il quotidiano perdeva 4.500 euro ogni giorno, siamo intervenuti per ripianare 5 milioni di euro di deficit". A lui, poi, hanno replicato i giornalisti, anch'essi convocati in commissione a spiegare le ragioni della loro protesta. "Siamo stati trattati come un tumore da estirpare", ha detto Paolo Morando del Cdr del giornale ed effettivamente il comportamento del proprietario unico/editore Ebener ha lasciato di stucco tutti ricalcando più le modalità di gestione aziendale dei padroni di fine '800 che quelle di un moderno imprenditore che rispetta i suoi lavoratori e i suoi clienti

 

La vicenda dell'improvvisa chiusura del quotidiano è stata centrale nella V commissione. Una seduta voluta e convocata in tempi stretti dalla consigliera provinciale Alessia Ambrosi per sentire le parti: il presidente della Camera di commercio di Bolzano ha ripercorso le tappe dall'acquisizione alla serrata. Poi sono stati ascoltati anche i giornalisti e la parte sindacale per avere un quadro completo e delineare alcune mosse che piazza Dante potrebbe intraprendere per cercare di salvaguardare la pianta occupazionale. Intanto la petizione per salvare il Trentino è già prossimo alle 2 mila firme in poche ore (Qui articolo).

 

La comparsa sulla scena trentina del proprietario altoatesino risale a novembre 2016 quando ha comprato il Trentino. Poi nel 2018 l'acquisizione anche de l'Adige. Nello stesso anno azioni imprenditoriali del calibro dell'acquisizione del periodico Bazar (un giornale di annunci che nell'epoca di internet era già a fine percorso ma è servito a scavare un solco pesantissimo nei bilanci dell'azienda) e gli investimenti su Monitor (altro inserto dedicato al palinsesto televisivo quando ormai la Tv è on demand, le guide ai programmi sono incluse nelle informazioni degli stessi canali televisivi, si vive di streaming e ci sono piattaforme come Netflix).

 

Tutto ha contribuito a trasformare il Trentino sempre più nella bad company, quella dove scaricare spese e problemi, ripulendo l'Adige, good company che addirittura con la chiusura repentina del giornale gemello e rivale si è ritrovato con migliaia di copie in più. La proprietà, infatti, ha aspettato l'avvio dell'anno per spegnere la luce al quotidiano di via Sanseverino, così che venissero confermati il grosso degli abbonamenti al Trentino per poi convertirli all'Adige senza colpo ferire (e senza grande rispetto nemmeno per i lettori trattati alla stregua di meri clienti per i quali una cosa vale l'altra).

 

Il tutto nonostante il 18 novembre 2020 (quindi due mesi prima del fattaccio) si è promossa la fusione per incorporazione di Seta e Sie (facendo rientrare Trentino, Alto Adige e Adige tutti sotto lo stesso tetto) "che - veniva scritto sull'accordo - non avrà alcuna ricaduta occupazionale eccedente al numero di esuberi già individuati nell'ultimo anno. Il personale dipendente manterrà il medesimo trattamento giuridico, economico e contrattualmente precedentemente in essere". Tutto nero su bianco nel verbale di accordo; tutto saltato nel giro di un mese in barba a diritti, tutele, rispetto umano e professionale.

 

L'AUDIZIONE DI MICHL EBNER

L'emergenza Covid ha fatto precipitare tutto e si è arrivati a questa conclusione. Non ci sono state altre possibilità. Dispiace per l'aspetto umano. La vicinanza e la responsabilità è molto sentita perché le società hanno sede in regione. Molte persone che oggi esprimono sconcerto non risultano tra gli abbonati o gli investitori pubblicitari: sarebbe stato un aiuto concreto. I giornali si fanno vivere, infatti, con abbonamenti, con pubblicità e con l'acquisto in edicola.

 

Nel 2007 la Lehman brothers è andata in bancarotta e così è cominciata la crisi finanziaria. Da quell'anno al 2019 c'è stata una diminuzione del 75% del fatturato pubblicitario in Italia. Invece il calo della diffusione in campo editoriale si attesta al -68%: si è passati da 6 a 2 milioni di vendite. Il Trentino rispecchia perfettamente questo trend mentre l'Adige ha retto nettamente meglio.

 

Un quotidiano in forte perdita da anni, anche per la concorrenza con il giornale rivale de l'Adige. La società Seta era in vendita e nessuno si è fatto avanti, anche se era noto a tutti che l'Espresso doveva liberarsene per la legge statale sull'editoria. E' arrivata Athesia: c'è stata un'acquisizione e abbiamo constatato la situazione reale di perdita.

 

Abbiamo riaperto le sedi di Rovereto e Riva del Garda, abbiamo aumentato l'organico. Abbiamo investito nella grafica e raddoppiato gli inserti: un prodotto ogni due giorni a prezzo invariato. Da zero iniziative siamo passati a 6 nel 2017, 8 nel 2018, 25 nel 2019 e 16 nel 2020. Abbiamo veicolato anche prodotti collaterali tra cd, opuscoli e materiali per rendere il quotidiano più appetibile.

 

La situazione per il Trentino è rimasta grave, sono stati persi 5 milioni di euro: il patrimonio netto è stato praticamente azzerato e siamo intervenuti per ripianare e ricapitalizzare il bilancio. Nel 2019 abbiamo perso 1 milione e 643 mila euro, stessa cifra nel 2020. La previsione più ottimistica sul 2021 era di superare nuovamente il milione e 6 mila euro di perdita: circa 4.500 euro ogni giorno. 

 

L'Adige nel 2018 era in vendita, il direttore Giovanetti aveva scritto un appello ai lettori di comprare il giornale. L'unica proposta sul tavolo era quella di Athesia, che è stata anche osteggiata da più parti per il rischio monopolistico. In tanti sostenevano la necessità a questo punto di realizzare un unico giornale per una migliore sostenibilità economica delle società. Abbiamo preferito tenere entrambi i prodotti, un costo notevole.

 

Una situazione difficile per anni, precipitata per la crisi da coronavirus: poi è arrivato il secondo lockdown, l'inasprimento dell'epidemia Covid, la mancanza di vaccini e la situazione è precipitata. Ancora più difficile per l'emorragia pubblicitaria. L'Espresso dava il quotidiano già chiuso nel 2016, noi abbiamo sempre cercato di garantire le 41 persone impiegate nel Trentino: 11 amministrativi, 3 tecnici grafici e 8 pubblicitari hanno continuato a lavorare e non sono mai messi in discussione: il 53% senza chiedere nulla a nessuno. Valutiamo alcune opzioni per i 19 giornalisti. La chiusura non è un fulmine a ciel sereno ma l'epilogo di una operazione di selvaggio. Abbiamo portato avanti finché era gestibile e fattibile. 

 

Differenziare la linea editoriale? Una formula sensata se i giornali fossero nati diversamente. Ma erano già presenti sulla piazza e non volevamo dare segnali di discontinuità. E non esistono più i giornali d'opinione. Abbiamo ritenuto più utile migliorare il prodotto, la quantità e la qualità delle informazioni. Purtroppo non ci siamo riusciti. C'è l'interlocuzione con i giornalisti perché è previsto per legge e vogliamo così. La testata resta in vita perché c'è il sito, che deve essere rafforzato: serve una necessaria forza in sede e di collaboratori. Ci sarà un passaggio in questo senso, ma il rapporto non sarà 1 a 1. Cerchiamo alcune soluzioni. Condivido la preoccupazione per quanto riguarda i collaboratori delle valli.

 

Rischio monopolio? Ho cercato un confronto con Fraccaro ma non ho mai ricevuto risposta: gli ho scritto 18 lettere. Gli avrei spiegato il panorama editoriale in Italia, in Nord Italia e in Trentino. L'Alto Adige è un po' diverso perché ci sono tre gruppi linguistici. I giornali d'opinione non esistono più. A Verona, Vicenza, Brescia, Parma, Piacenza o Como c'è un unico editore. L'unificazione delle testate è avvenuto 5, 10 e 15 anni fa. Il governo italiano non ha investito in pubblicità istituzionale, quello austriaco ha veicolato 65 milioni, quello tedesco cifre esorbitanti. Siamo disponibili a parlare in qualunque sede con la Provincia nelle figure del presidente Fugatti e dell'assessore Spinelli.

 

L'AUDIZIONE DELLA FNSI E DEL CDR DEL TRENTINO (Rocco Cerone, Ubaldo Cordellini e Paolo Morando)

Quello dei giornalisti non è un ruolo privilegiato ma sociale. E' stato operato un delitto: cancellato da un momento all'altro un patrimonio della comunità: 19 persone hanno perso il posto di lavoro e ci sono 60 collaboratori lasciati fuori. Tutto comunicato la mattina per la sera. Una procedura tanto irrituale quanto in violazione della legge. Una chiusura con effetto immediato non legale e irrispettosa. 

 

Siamo davanti a un regime monopolista, un padrone, che ritiene che può procedere in questo modo e viola anche l'accordo congiunto di fusione: lì è stato certificato che non ci sarebbero stati esuberi tra Adige, Alto Adige e Trentino. Un accordo contrattuale e sindacale diventato carta straccia. 

 

E' stata avviata la cassa integrazione senza dire nulla, nemmeno al Cdr di redazione. Non mettiamo in discussione la libertà di impresa, ma il trovarsi davanti ai fatti compiuti. Abbiamo proposto di valutare una possibile ricollocazione in Athesia di alcuni dipendenti, ma abbiamo sempre ricevuto un rifiuto. I giornalisti erano disponibili a ridursi in maniera sensibile lo stipendio per salvare la società: l'azienda non ha risposto positivamente, vuole chiudere il giornale.

 

Oltre lo shock familiare e umano, c'è quello culturale di perdere una tribuna di libertà e informazione. Una notizia arrivata improvvisa e inattesa, senza considerare le ricadute sulla società.  Non nascondiamo la crisi editoriale, ma il Trentino continuava a vendere copie e durante la proprietà di Espresso, il quotidiano era in utile e c'era un piano per arrivare almeno al 2022. Ora si perde una realtà storica di 75 anni.

 

Il sistema di informazione è parte integrante della democrazia. In questo caso non c'è solo la violazione delle regole, ma un metodo di intervento netto come per recidere un tumore. Le interlocuzioni non sono avanzate, nel 2016 ci è stato detto che non ci sarebbero stati licenziamenti, si è parlato di imprenditore illuminato. Abbiamo rispettato i ruoli a fronte delle rassicurazioni e del dialogo. 

 

Negli anni scorsi Alto Adige e Trentino hanno beneficiato di 85 mila euro per la parte web, mentre l'anno scorso hanno pasticciato e non sono riusciti a ottenere contribuiti. Ci sono dubbi sul management e sulle volontà di tenere aperto. 

Le nostre proposte per evitare una chiusura sono state rifiutate, il marchio non verrà venduto o rilanciato. L'unica riapertura riguarda il sito web ma sarebbe importante prevedere anche un giornale digitale. L'obiettivo aziendale è di stampo monopolista per quanto riguarda l'aspetto informativo e il mercato pubblicitario. Se la crisi è causata da Covid, il momento è contigente e non strutturale: si può accedere agli strumenti per sostenere le aziende in crisi. Le istituzioni possono fare molto, un bando è stato pubblicato nel Lazio per sostenere il comparto editoriale. La proprietà non ha però cercato soluzioni per allungare di qualche mese l'apertura. Noi vogliamo lottare per riaccendere la luce. L'editore ci ripensi e tanga fede agli impegni.

 

ORDINE DEI GIONALISTI DEL TRENTINO ALTO ADIGE (Mauro Keller)

Sconcerto e sorpresa, non ci saremmo aspettati una chiusura improvvisa. Rispettiamo i colleghi ma il nostro ruolo è diverso e non prevede alcun tipo di ingerenza sindacale. Sarebbe auspicabile un interessamento della Provincia; sondare il terreno per verificare la presenza di eventuali cordate e un'adeguata ricognizione della società editrice per reinserire gli esuberi. 

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