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Espulsi dalla residenza Fersina, il dramma dei migranti e la paura che la revoca raggiunga altri. Fernandez: ''Comune e Terzo settore per studiare misure alternative''

La mattina del 29 dicembre è successo a 13 richiedenti protezione internazionale che si trovavano alla residenza Fersina. In passato era già avvenuto ed è la legge a stabilirlo: chi supera una certa soglia di reddito non ha più diritto dell'accoglienza. In molti, però, quando vengono "sfrattati" non hanno più nulla 

Di Giuseppe Fin - 05 January 2021 - 05:01

TRENTO. Ai richiedenti asilo vengono tolte le misure di accoglienza nel momento in cui superano una determinata soglia del reddito (pari a quello che viene chiamato assegno sociale) di circa 5900 euro nell'arco di tempo di un anno.

 

Una soglia bassa se si considera la situazione in cui si trovano tante persone. Spesso, poi, la situazione economica non viene attualizzata e quando avviene lo sfratto molti non hanno nulla, non hanno un lavoro, non hanno una casa o un luogo dove potersi riparare la notte.

 

Ad incidere su tutto questo, quindi, sono i piccoli lavori che i migranti possono avere oppure gli stipendi presi nell'attività della raccolta della frutta. Una pratica, quest'ultima, che soprattutto in Trentino ne vede impiegati molti.

 

A stabilire queste regole, però, è la legge che pone in capo al Commissariato del Governo di verificare la situazione economica dei richiedenti protezione internazionale per capire se possono oppure no rientrare nei progetti di accoglienza.

 

La disciplina delle misure di accoglienza e della loro revoca è inscritta nella cornice di norme di indirizzo dell’Unione Europea, contenute principalmente nella direttiva 2013/33/UE, alla quale ha fatto seguito la trasposizione nazionale, avvenuta con il decreto legislativo n.142/2015. C'è però una sottile ma importante differenza tra i punti stabiliti dall'Europa e come sono poi stati riportati in Italia.

 

Le condizioni di accoglienza stabilite dalla norma europea prevedono “alloggio, vitto e vestiario, forniti in natura o in forma di sussidi economici o buoni (…) nonché un sussidio per le spese giornaliere” e soprattutto deve essere assicurata “un’adeguata qualità di vita che garantisca il sostentamento del richiedente e ne tuteli la salute fisica e mentale”.

 

Uno dei punti importanti contenuti nella direttiva sta nel fatto che nel caso vengano meno i presupposti per le misure di accoglienza, vi sia la possibilità di una loro progressiva e graduale limitazione fino a giungere alla loro revoca. Un principio di gradualità, insomma, che sembra però mancare nella normativa italiana. L’unica opzione di sanzione prevista dal nostro ordinamento è la revoca dell’accoglienza. 

 

Quello che è successo a Trento il 29 dicembre quando, come raccontato da ilDolomiti.it, 13 richiedenti protezione internazionale sono stati espulsi dalla residenza Fersina e messi in strada sotto ad una forte nevicata, rientra dal punto di vista normativo nel caso appena descritto.  Il clamore e le critiche che si sono sollevate da tanti riguardano invece l'aspetto umano.

 

Le alternative da mettere in campo si potevano e dovevano trovare per evitare uno sgombero così disumano” spiega Andreas Fernandez, consigliere comunale di Europa Verde Trento che su quello che è successo ha deciso di approfondire la situazione e di presentare una interrogazione. Un documento importante nel quale si chiede all'Amministrazione comunale di adottare dei provvedimenti affinché situazioni simili non avvengano di nuovo. Da ipotizzare strutture intermedie, soluzioni cerniera, per casi simili. “Al terzo settore – spiega Fernandez – non mancano idee e alle organizzazioni impegnate nell’accoglienza non mancano soluzioni da mettere in campo. Il problema che molti si trovano davanti è quello delle risorse e qui sta alla politica intervenire”.


Il rischio, che già alcune associazioni hanno sottolineato, è che lo stesso destino dei tredici richiedenti asilo buttati fuori dalla struttura d'accoglienza capiti anche a tanti altri. Il Commissariato del Governo, ha spiegato il consigliere comunale di Europa Verde, ha competenze decisive rispetto alla gestione dell’accoglienza dei richiedenti protezione internazionale e già durante il primo lockdown del 2020, anche se non era mai stato fatto prima, ha imposto verifiche su tutti i richiedenti asilo del Trentino, rispetto allo stato di indigenza, la cui soglia , come già detto è stabilita a livello nazionale ed è di circa 5900 euro. Queste verifiche fatte puntualmente incrociando i dati dell’Agenzia delle Entrate, del Servizio Lavoro e dei vari Centri per l’impiego, hanno portato all'avvio di un procedimento per decine e decine di richiedenti asilo. 

“La questione cruciale – spiega Fernandez - è che il reddito dovrebbe essere attualizzato al momento dell’uscita e ci sono state tante sentenze della Corte di Cassazione contrarie al procedimento. Infatti su molte delle notifiche che riguardano i richiedenti in Trentino il Commissariato del Governo non è andato avanti. Su altre, invece, verso ottobre ha proseguito l’iter comunicando ai migranti coinvolti la soppressione del posto letto e revocando di fatto lo stato di accoglienza”. La norma prevede che se i migranti non abbandonano la struttura, la Questura su indicazione da parte del Commissariato può procedere allo sgombero coatto attraverso le forze dell’ordine.

 
“Nessuno sa in che momento intervengono le forze dell’ordine – continua Andreas Fernandez - e in questa contingenza c’è il tema della disumanità. Nel senso che la scelta di intervenire in quel momento è stata assurda, senza logica e, appunto, disumana; anche se i migranti sapevano della prima notifica sul reddito e sapevano della seconda - tutto da dimostrare chiaramente il superamento della soglia di indigenza attualizzata, in alcuni casi alcune organizzazioni del Terzo settore, con i propri legali, sono riusciti a dimostrare che il reddito non era attuale”. Di certo, viene spiegato nell'interrogazione, si poteva aspettare che finisse l’inverno, oppure accelerare i tempi in autunno o ancora lasciare il posto letto ed, eventualmente, revocare il vitto.

 

Come abbiamo già scritto nei giorni scorsi, l'Assemblea antirazzista, altre associazioni che operano con i migranti e il Comune di Trento (che in questo caso non è stato avvisato del provvedimento) si sono mossi per cercare una sistemazione per i 13 richiedenti “sfrattati” (QUI L'ARTICOLO) e la situazione non è ancora risolta. E' però importante riuscire a mettere in campo interventi che in qualche modo possano prevenire situazioni drammatiche come quelle segnalate a fine dicembre.

 

E' importante prima di tutto che si trovino delle soluzioni alternative da parte del Comune di Trento, lavorando con le organizzazioni del Terzo settore impegnate nel sistema di accoglienza. “Occorre – spiega ancora Fernandez – ritrovare su questi temi una collegialità con il Commissariato del Governo e la Questura affinché si riesca ad intervenire per tempo con misure alternative”.  Tra le proposte, però, anche quella importante di individuare sul territorio comunale delle strutture specifiche intermedie, delle soluzioni a cerniera.  Infine l'invito a modificare la normativa che già in altre zone d'Italia, proprio sui punti che riguardano i limiti al reddito, ha già creato discussioni e sentenze.

“Sarebbe opportuno chiedere al Governo Italiano – conclude il consigliere Fernandez - tramite una lettera ufficiale, la richiesta accorata da parte del Consiglio Comunale di Trento - di agire al più presto per modificare quelle norme, legate alla verifica del reddito, che nel sistema dell’accoglienza creano precedenti simili”.

 

Qui l'interrogazione depositata 

 

 

 

 

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