In un ''Merano Wine Festival'' senza calca (finalmente), spopola il trentino Nicola Biasi con il suo Vin de la Neu: meno di 1.000 bottiglie l'anno ma tantissimi applausi
Discussioni e degustazioni che hanno lasciato gran spazio anche a tendenze con i vini biologici o biodinamici, coinvolgendo pure su tempi che riguardano vini da ‘viti resistenti’. Tra questi quelli prodotti dal giovane noneso che a Coredo, a quasi mille metri di quota vendemmia una varietà d’uva - Johanniter - che garantisce un vino bianco inconfondibile. Il vino ha ottenuto il ‘Platinum Award’ e l’enologo noneso è stato premiato come ‘Cult Oenologist’

MERANO. Il tourbillon dei bicchieri branditi dai visitatori più attenti ha incessantemente movimentato gli spazi lungo il Passirio che hanno ospitato l’ultima edizione del Merano Wine Festival, kermesse senza alcun dubbio blasonata nel variegato panorama enogastrionomico in campo europeo. Edizione senza calca, le precauzioni pandemiche applicate con dovizia, ma restrizioni che non solo hanno reso sicura la presenza, ma hanno reso l’evento decisamente ‘più umano’, confortevole, disciplinato. Certamente più elegante e curioso. Proprio come le primissime edizioni di un MWF ora ultratrentennale.
Nel bicchiere è stato lasciato spazio anche alla curiosità, per gustare lo slogan dell’edizione appena archiviata: la bellezza. Degustazioni e appuntamenti senza tregua, cinque giorni variegati, vini e leccornie proposte da oltre 600 produttori, tra rinomate cantine e artigiani del gusto. Tutti pronti a far assaggiare ai visitatori - ingressi contingentati, 1500 al giorno - ogni bendidio. Rarità e sfiziose golosità. Difficile sintetizzare in poche righe le variegate sensazioni gustative che sono aleggiate nei saloni, dal fascinoso Kurhaus alla Gourmet Arena, l’area Sprits Emotion, i seminari di confronto - trasmessi su varie piattaforme social - dal salotto dell’Hotel Yrtmr, nonché una sequenza praticamente infinita di ‘fuori salone’, compreso il concorso per individuare il miglior ‘ Emergente Sala’, riservato ai giovani interpreti del servizio ai tavoli dei ristoranti più esclusivi d’Italia.
Discussioni e degustazioni che hanno lasciato gran spazio anche a tendenze con i vini biologici o biodinamici, coinvolgendo pure su tempi che riguardano vini da ‘viti resistenti’, le PIWI, sigla che indica varietà di viti che crescono naturalmente, perché ottenute da incroci genetici - assolutamente vegetali - che impediscono il sorgere di virosi e dunque pigiare uve sane, giunte a maturazione solo con il contributo del sole, senza alcun trattamento chimico. Novità PIWI che ha visto protagonista Nicola Biasi, giovanissimo enologo trentino, diventato il vero ‘guru’ in questa branca della vitienologia.
Lui è il pioniere dei ‘vini resistenti’. Impegno partito dal suo paese natio, Coredo, dove a quasi mille metri di quota vendemmia una varietà d’uva - Johanniter - che garantisce un vino bianco inconfondibile quanto esclusivo: il Vin de la Neu, nome per una fonia nonesa che significa ‘vino della neve’. Talmente bramato e ‘faro enologico’ da essere ricercato da enoteche e curiosi di mezzo mondo. Nicola e la sua enochicca sono stati annoverati tra i leader del MWF conquistando sperticati elogi, nonostante l’esigua produzione: neppure mille bottiglie annue. Il vino ha ottenuto il ‘Platinum Award’ e l’enologo noneso è stato premiato come ‘Cult Oenologist’.
Riconoscimenti che stimolano a scommettere sulla ricerca scientifica, su vitigni che rispettino l’habitat e consentano di assaporare vini sempre più salutari. MWF dunque più ‘vivibile’ in tutti i sensi. Una formula rivisitata - causa pandemia - che probabilmente sarà replicata anche in futuro. Per consentire un confronto più sensato, senza sgomitare tra i tavoli. Rendendo il festival un convivio dinamico, ma non stressante.












