Tornano gli sbarchi, Fugatti sui social si mostra preoccupato d'altronde la sua giunta ha smantellato il sistema di accoglienza. Il Trentino sarebbe pronto?
Mentre il presidente della Pat commenta: '''Il Trentino, già provato dall'emergenza sanitaria, non può essere ulteriormente gravato da problemi di ordine pubblico legati alla gestione dell’immigrazione clandestina'' secondo uno studio della Fondazione Euricse pubblicato nella collana “Quaderni” il Trentino sta rinunciando a quanto costruito negli ultimi dieci anni in tema di accoglienza, compreso l’effetto “moltiplicatore” di ogni euro speso per i migranti

TRENTO. Poco più di tredicimila persone arrivate da inizio anno ad oggi e subito si è tornati a parlare di ''invasione'', di ''caos sbarchi'' (come titolava qualche giorno fa una trasmissione su Rete4 con ospite Matteo Salvini) e qualche governatore, come il presidente del Trentino Fugatti, si è anche esposto pubblicamente scrivendo: ''Non possiamo continuare ad accettare l’arrivo di migliaia di immigrati clandestini sulle nostre coste'', e ancora: ''Il Trentino, già provato dall'emergenza sanitaria, non può essere ulteriormente gravato da problemi di ordine pubblico legati alla gestione dell’immigrazione clandestina''.
Ma è davvero una ''nuova invasione'' (ammesso e non concesso che ce ne sia mai stata una anche quando i numeri erano decisamente più importanti)? Ed eventualmente il Trentino del presidente Fugatti sarebbe pronto a gestire il fenomeno?
Partiamo dalla prima domanda.
Le 13.131 persone (dati fermi al 15 maggio) che sono riuscite ad attraversare il Mediterraneo e hanno raggiunto le nostre coste da gennaio ad oggi sono di più rispetto agli ultimi due anni, indubbiamente (nel 2020 nello stesso periodo dell'anno sono stati 4.237 gli arrivi e nel 2019 erano stati 1.129) ma sono pari a quelli del 2018 (fino a fine maggio erano stati 13.430 gli arrivi per un totale, a fine anno, di 23.370 persone) e decisamente lontani dai numeri degli anni precedenti: nel 2017 erano arrivate 60.228 persone e nel 2016 oltre 47.000 solo tra gennaio e maggio per arrivare, a fine anno, rispettivamente a 181.436 persone e 119.369 persone.
Erano, quelli, gli anni delle grandi fughe dal Centro Africa, con la seconda guerra civile libica in atto, l'offensiva contro l'Isis, che nel frattempo imperversava e devastava Siria e Iraq, la crisi umanitaria in Nigeria, Boko Haram, e i bangladesi che scappavano dal loro Paese e non trovavano più nella Libia un luogo dove lavorare ma dal quale poi partire verso l'Europa. E infatti nel 2017 i primi quattro Paesi di provenienza degli immigrati sbarcati erano stati Nigeria (18.153 persone), Guinea (9.693 persone), Costa d'Avorio (9.504 persone) e Bangladesh (8.995 persone). Ad oggi dei 13.131 sbarchi la maggior parte degli immigrati arrivano dal Bangladesh (1.923 persone), poi c'è la Tunisia (1.736 persone) e la Costa d'Avorio (1.293 persone) ma se si può parlare, senza dubbio di una ripresa degli sbarchi, siamo ancora lontanissimi dai numeri degli anni più difficili.
Il problema, semmai, è come oggi è organizzato il Trentino o, meglio, come non è più organizzato. Come noto la politica del presidente Fugatti e della Lega al governo è stata quella di smantellare ogni progetto di accoglienza e così nonostante oggi sul territorio ci siano meno della metà di richiedenti protezione internazionale in accoglienza straordinaria dei tre anni a cavallo tra 2016/2017/2018 la percezione della comunità nei loro confronti è cambiata relativamente rispetto alla portata del fenomeno. Questo perché meno si gestisce la situazione più aumentano i rischi legati alla mancata inclusione anche se i numeri sono molto ridotti.
A certificare i passi indietro fatti dalla Provincia di Trento uno studio della Fondazione Euricse pubblicato nella collana “Quaderni” da Fondazione Migrantes (Organismo Pastorale della Conferenza Episcopale Italiana). Il Trentino, emerge dal volume, sta rinunciando a quanto costruito negli ultimi dieci anni in tema di accoglienza, compreso l’effetto “moltiplicatore” di ogni euro speso per i migranti. “Emerge che il Trentino sta rinunciando con considerevole superficialità a quanto costruito negli ultimi dieci anni - è la tesi sostenuta dal team di ricercatori - facendo assegnamento sulla forte vocazione comunitaria e solidale del territorio e sulla capacità di innovare''. ''Le recenti scelte politiche in materia di accoglienza sono dettate da una visione di brevissimo periodo - aggiungono -. A medio e lungo termine questo approccio rischia di giungere a risultati opposti, penalizzando fortemente gli stessi territori ospitanti e i servizi territoriali a causa della crescente marginalità sociale e dei costi indiretti più alti che ne derivano per le istituzioni''.
E così, secondo i risultati dell’analisi di impatto con riferimento all'anno 2016, quello, come abbiamo visto con il numero massimo delle presenze anche in Trentino, la spesa pubblica per l’accoglienza dei migranti ha contribuito a generare lo 0,03% del valore della produzione dell'economia trentina, con un'attivazione di oltre 9 milioni di euro distribuiti in particolare tra commercio, alloggio e ristorazione, sanità e assistenza sociale, oltre a trasporto e prestazioni professionali. Guardando inoltre alle ulteriori ricadute sulle attività produttive in termini di beni e servizi intermedi e di consumi finali indotti, lo studio evidenzia che ogni euro speso per l’accoglienza ha generato complessivamente nel sistema economico trentino quasi due euro di valore della produzione (1,96), portando il totale da 9,4 a 18,5 milioni di euro nel 2016.
Nella ricerca si spiega che fino all’entrata in vigore del Decreto Sicurezza e Immigrazione del 2018, esisteva in Trentino ''un sistema di accoglienza centralizzato e ben funzionante - si legge nella presentazione del testo - basato sul coordinamento di circa 20 enti gestori, in particolare organizzazioni del Terzo settore, da parte di Cinformi''. E ancora: ''Il numero di territori comunali interessati dall'accoglienza straordinaria - prosegue il testo - è andato ampliandosi negli anni: 42 comuni nel 2016, 65 nel 2017, 69 a fine 2018. Due terzi del totale dei richiedenti asilo sono però sempre stati ospitati a Trento e Rovereto. Il 2018 ha visto un cambio di tendenza per il numero di richieste di asilo in Trentino, come nel resto d’Italia, con la conseguente riduzione di persone accolte e una diminuzione delle strutture ospitanti (84 strutture nel 2019 contro le 170 dell’anno precedente)''.
Insomma è comprensibile il timore del presidente Fugatti e della Lega in Trentino: dopo aver smantellato la rete di accoglienza potrebbe diventare problematico dover gestire anche numeri esigui di nuovi arrivi.












