Mentre promuove la pace fra Russia e Ucraina, Erdogan attacca i curdi e occupa il Kurdistan iracheno: “È un’invasione”
Il presidente turco Erdoğan sta cercando di accreditarsi fra i promotori della pace fra Kiev e Mosca ma contemporaneamente ha scatenato un’offensiva su grande scala nel Kurdistan iracheno. Il docente Davide Grasso: “È un’invasione, da tempo non si registravano scontri così violenti che stanno provocando diverse vittime anche fra i civili. Dovremmo avere la decenza politica di supportare tutte le popolazioni che si oppongono a un’invasione straniera”

ERBIL (IRAQ). Fra i leader che più si stanno spendendo per promuovere dei colloqui di pace fra Russia e Ucraina c’è anche il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan. Proprio in questi giorni il presidente turco si è detto speranzoso circa la possibilità di poter organizzare un nuovo incontro fra le due parti in guerra.
Eppure, se da un lato Erdoğan cerca di accreditarsi come promotore della pace fra Kiev e Mosca, dall’altro ha scatenato una vasta operazione militare contro il Pkk, il Partito dei Lavoratori del Kurdistan. “Da circa due settimane l’esercito turco è penetrato in forze in territorio iracheno, non è la prima volta ma era da molto tempo che non si registravano scontri così violenti che stanno provocando diverse vittime anche fra i civili”, spiega Davide Grasso, docente all’International University College di Torino che tra il 2016 e il 2017 ha partecipato alla rivoluzione promossa dai curdi in Siria e alla relativa guerra contro lo Stato islamico, meglio noto come Isis o Daesh.
L’impressione dunque è che non si tratti di un’operazione di routine ma di una vera e propria invasione pianificata. Dal canto suo il governo iracheno ha protestato per vie ufficiali ma non sembrerebbe essere intenzionato a intervenire. Anzi, come sottolinea Grasso, fra Baghdad e Ankara potrebbe esserci un tacito accordo: “Il governo iracheno al di là di alcune prese di posizione non ha reagito militarmente allo sconfinamento da parte dell’esercito turco, nel frattempo però ha condotto degli attacchi contro le forze di autodifesa ezide”. Ciò significa che le comunità della popolazione ezida, vittima di genocidio da parte dell’Isis, devono difendersi dagli attacchi turchi che arrivano da nord mentre l’esercito iracheno avanza da sud.
La situazione non deve stupire. Da tempo Baghdad e Ankara coltivano un rapporto ambiguo, dal 2015 per esempio la Turchia occupa militarmente alcune zone del nord dell’Iraq. Nell’ultimo periodo però le truppe che vi erano stanziate sono aumentate preannunciando l’imminente escalation. L’obiettivo comune sono in particolare le postazioni del Pkk che si trovano sulle montagne, ma per la prima volta l’offensiva di Ankara sembra puntare a penetrare in profondità nella regione a maggioranza curda.
D’altra parte gli equilibri geopolitici dell’area sono estremamente complessi. Il governo di Baghdad è molto legato anche all’Iran, che a sua volta combatte il Pjak, movimento curdo iraniano alleato del Pkk turco-iracheno. In diverse occasioni sono stati permessi reciproci sconfinamenti con l’obiettivo di colpire le postazione del Pkk e dei suoi alleati.
“C’è anche un’altra novità – fa notare il professore universitario – nel Kurdistan iracheno dagli anni ‘90 si scontrano due partiti curdi. Il primo è un movimento di Destra e conservatore che fa riferimento al clan di Mas'ud Barzani, il politico che per molto tempo ha governato la regione autonoma coltivando rapporti clientelari, l’altro è il Pkk, partito di Sinistra che invece chiede una ridistribuzione delle ricchezze derivanti soprattutto dal commercio del petrolio. Per farla breve, nel corso degli anni le due anime erano riuscite a trovare una forma di coesistenza evitando gli scontri armati. Recentemente però la situazione è cambiata”. A incidere sugli equilibri locali è stato anche l’esito del referendum sull’indipendenza del Kurdistan iracheno. Nel 2017 la stragrande maggioranza della popolazione votò per emanciparsi dall’Iraq, un risultato mai riconosciuto dal governo di Baghdad che ha inviato le truppe nel Kurdistan iracheno senza che i peshmerga della regione autonoma reagissero.
“Nell’ultimo periodo – prosegue Grasso – l’influenza di Ankara sul clan di Barzani che ancora governa la regione è aumentata, al punto da coinvolgere i peshmerga in alcune operazioni contro il Pkk. Inoltre in Rojava, la regione del nord della Siria controllata dalle Forze siriane democratiche a maggioranza curda, sono ripresi i bombardamenti turchi. Contemporaneamente il presidente siriano Bashar al-Assad sta assediando i quartieri controllati dai curdi ad Aleppo. Di fatto le forme di autogoverno della sinistra curda sono accerchiate e attaccate dagli eserciti di quattro differenti stati. Come se non bastasse in alcune aree stanno riprendendo forza le milizie di Daesh”.
Secondo il docente dell’International University College di Torino è assolutamente necessario informare su quanto sta accadendo fra Siria e Iraq: “Noi europei abbiamo un debito nei confronti di chi ha combattuto e sconfitto l’Isis”. Proprio per questo Grasso non è contrario all’invio di armi alle formazioni curde e tra i passi formali che andrebbero fatti ci dovrebbe essere anche quello di togliere il Pkk dall’elenco delle organizzazioni terroristiche, “quest’ultima una classificazione arbitraria imposta dalla Turchia. Dovremmo avere la decenza politica di supportare tutte le popolazioni che si oppongono a un’invasione straniera. Anziché armare la Turchia o, dall’altro lato, fare discorsi di puro principio contro la guerra – conclude – le persone dovrebbero rendersi conto che per ottenere libertà e giustizia talvolta bisogna usare le armi, per questo invito i pacifisti a riflettere e a sostenere pubblicamente questa resistenza”.


















