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| 11 lug 2022 | 11:32

Risarcimento da 1 milione di euro per la morte di un'80enne, la Corte d’Appello: "Un esame nella zona addominale le avrebbe salvato la vita"

La donna era stata prima sottoposta a un delicato intervento chirurgico e poi trasferita nella casa di cura, dove fin da subito aveva iniziato ad accusare dolori addominali e debolezza. Alcuni giorni dopo essere stata dimessa, viene inviata d’urgenza in ospedale dove viene rilevata peritonite acuta diffusa con perforazione dell’intestino

di F.C.

BOLZANO. Sarebbe bastato un esame obiettivo alla zona addominale per salvare la vita all'80enne bolzanina sottoposta a un delicato intervento chirurgico all’ospedale di Bolzano e trasferita poi nella casa di cura "Villa Melitta". E' questo quello che ha stabilito la sentenza della Corte d’Appello di Trento, sezione distaccata di Bolzano, che ha ripreso la consulenza del ctu Dario Raniero: non solo le gravi colpe a carico dei medici, ma la casa di cura dovrà ora risarcire con un milione e 100mila euro la famiglia assistita da Giesse Risarcimento Danni. 

 

"Se fosse stata visitata all'addome il 9 agosto - spiega Maurizio Cibien, responsabile di Giesse Risarcimento Danni per le Province di Trento e di Bolzano - la percentuale di mortalità, si legge nella sentenza, sarebbe infatti scesa dal 60-80% al 20-30%".

 

E' stato un caso di malasanità a Bolzano. La donna era stata ricoverata nel reparto di Neurochirurgia il 15 luglio 2013 con la diagnosi di "stenosi lombare". Dopo l'intervento viene dimessa e trasferita nella casa di cura, dove fin da subito inizia ad accusare dolori e debolezza. Il 10 agosto 2013 l’anziana viene inviata d’urgenza in ospedale dove viene rilevata peritonite acuta diffusa con perforazione dell’intestino. Il 18 agosto 2013 la donna perde la vita.

 

"È uno dei primi casi in cui vengono utilizzate le tabelle di Roma – prosegue Cibien – una svolta che ha permesso di ricalcolare i danni patrimoniali e non patiti dalla famiglia dell’anziana e ottenere la congrua somma di 1milione e 100mila euro, nemmeno paragonabile all’irrisoria cifra (70mila euro) liquidata in primo grado. Il giudice ha accolto le nostre tesi portate in aula dall’avvocato Marco Impelluso".

 

La storia clinica della paziente

La donna era stata ricoverata nel reparto di Neurochirurgia dell’ospedale di Bolzano il 15 luglio 2013, con la diagnosi di "stenosi lombare". Una settimana dopo i medici la sottopongono all’intervento di "stabilizzazione ibrida" e il 2 agosto la dimettono. L’80enne viene quindi portata nella casa di cura "Villa Melitta" per proseguire con le cure e la terapia riabilitativa, ma fin dai primi giorni comincia a lamentare dolori addominali e sempre maggior debolezza.

 

"Non viene disposta alcuna valutazione medica o chirurgica – racconta Cibien – almeno fino al mattino del 10 agosto 2013 quando, effettuata la visita, l’anziana viene inviata d’urgenza all’ospedale di Bolzano dove viene rilevata peritonite acuta diffusa con perforazione dell’intestino".

 

Dopo l’intervento di laparotomia, la paziente viene spostata in Rianimazione fino al 16 agosto e poi in Chirurgia Generale. La diagnosi è di "shock settico per perforazione intestinale, peritonite diffusa, diverticolite del colon". Dopo due giorni, il 18 agosto 2013, muore.

 

Ctu del dottor Dario Raniero

L’alterazione dei parametri vitali, emerge nella consulenza del dottor Raniero, "unitamente al riferito dolore addominale, avrebbero dovuto mettere in allarme il personale medico di guardia e porre indicazione allo svolgimento di più approfondite indagini". Quali? Per esempio "un semplice esame obiettivo addominale che - aggiunge il medico – avrebbe con tutta probabilità avuto un esito con alta probabilità salvifico. La palpazione avrebbe portato alla luce la 'reazione infiammatoria peritoneale' e avrebbe consentito di intervenire tempestivamente, prima del verificarsi della 'compromissione sistemica/shock settico'".

 

Sentenza della Corte d’Appello

"Il punto fondamentale della sentenza della Corte d’Appello – chiarisce Cibien – è che se la donna fosse stata visitata all’addome il 9 agosto, i medici si sarebbero accorti dell’infiammazione in corso e l’avrebbero con tutta probabilità salvata. La percentuale di mortalità (si legge nella sentenza) sarebbe infatti scesa dal 60-80% al 20-30%".

 

Un altro punto affrontato dal giudice ha riguardato l’incompletezza della cartella clinica: "La condotta medica ritenuta necessaria dal ctu non è stata riportata nella cartella clinica, con la conseguenza che è impossibile ipotizzare che il corretto comportamento sanitario sia stato posto in essere".

 

Inoltre: "La ricostruzione offerta dal ctu del nesso di causalità tra l’omessa visita con palpazione addominale e l’evento dannoso (vale a dire il raggiungimento di una condizione di shock settico al momento dell’intervento chirurgico) esce confermata proprio dall’assenza nella cartella clinica dell’indicazione degli esiti della palpazione addominale".

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