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Violenza sugli infermieri, Pedrotti: “Aumentano aggressioni verbali in Trentino e cresce la rabbia verso gli operatori”. In Italia in un anno 125mila casi 'sommersi'

Sono allarmanti i risultati emersi dal primo rapporto sulle violenze subite sul posto di lavoro dagli infermieri in Italia: nell'ultimo anno il 32,3% dei professionisti (pari a un totale di circa 130mila lavoratori) ha subito violenza durante i turni di lavoro. Ma ben 125mila casi sono sommersi. Il presidente dell'Ordine delle professioni infermieristiche del Trentino Daniel Pedrotti: “Sul territorio provinciale aumentate le aggressioni verbali nell'ultimo anno, la situazione sta diventando davvero pesante”

Di Filippo Schwachtje - 25 maggio 2022 - 21:00

TRENTO. Il 32,3% degli infermieri, pari a circa 130mila professionisti, ha subito violenza durante i turni di lavoro nell'ultimo anno, ma i casi sommersi sono ben 125mila: sono questi i dati allarmanti riportati nella ricerca Cease-it, realizzata da otto università italiane e supportato dalla Fnopi per fare il punto sugli episodi di violenza rivolti agli infermieri italiani durante la pandemia. In particolare per quanto riguarda il territorio trentino, spiega a il Dolomiti il presidente dell'Ordine delle professioni infermieristiche della Provincia di Trento Daniel Pedrotti, nel 2021 sono aumentati i casi di aggressioni verbali e la situazione in questa fase si sta facendo “pesante”.

 

La violenza verbale e fisica sugli operatori sanitari e in particolare sugli infermieri, sottolinea infatti Pedrotti: “E' un fenomeno in crescita e costantemente presente, che può impattare negativamente sulla sicurezza e sull'efficacia dell'assistenza e sulla salute fisica ed emotiva degli operatori”. I numeri, come detto, sono allarmanti e le vittime nel 75% dei casi sono donne (che rappresentano il 78% della professione a livello nazionale e l'85% in Trentino) . L'effettiva dimensione del fenomeno è però ben più vasta: secondo gli esperti che hanno realizzato il report infatti, ogni anno l'Inail registra 11mila casi di violenza denunciati come infortuni sul lavoro e 5mila (il 45,5%) riguardano gli infermieri, ma ai numeri ufficiali bisogna anche aggiungere i casi sommersi. “Gli infermieri – spiega Pedrotti – sono i primi professionisti a intercettare le persone che si rivolgono ai servizi, sia nel triage ospedaliero che a domicilio, e quindi i più esposti. Spesso le aggressioni verbali non vengono nemmeno denunciate”.

 

Proprio i casi di violenza verbale (che possono determinare nel tempo conseguenze importanti sui professionisti dal punto di vista psicologico oltre che in termini di efficacia dell'assistenza) sono aumentanti in quest'ultimo anno in Trentino (Qui la testimonianza di un'infermiera), dice Pedrotti: “I casi più frequenti, come emerso nello studio, si registrano nelle Medicine, nel Pronto soccorso e nelle Rianimazioni, ma anche sul territorio e in altri reparti non mancano gli episodi che rendono i turni degli operatori ancora più insostenibili. E tutto questo senza contare la stanchezza che i sanitari si stanno portando ancora sulle spalle dopo la pandemia”. Fortunatamente, sottolinea il presidente dell'Ordine delle professioni infermieristiche di Trento, dalle informazioni disponibili non ci sono state ancora denunce di aggressioni fisiche sul territorio, ma la situazione “sta diventando davvero pesante, ed è aggravata dalla situazione di intolleranza e di incertezza della fase che stiamo vivendo”.

 

Lo stress al quale il sistema sanitario è stato sottoposto durante le fasi più acute della pandemia ha avuto pesanti ripercussioni e tra le cause del fenomeno ci sono le problematiche relative al personale ridotto e al carico di lavoro troppo elevato. “I principali fattori di rischio e scatenanti – aggiunge Pedrotti – sono nelle aspettative dei pazienti e dei familiari, nei lunghi tempi di attesa e spesso nel rinvio di visite e operazioni. Oggi purtroppo, nonostante le evidenze emerse anche durante la pandemia, si stanno affermando messaggi culturali che inducono la popolazione a coltivare una rabbia crescente verso gli operatori delle strutture". In generale, dice Pedrotti, le aspettative nei confronti dei servizi sanitari sono spesso negative a priori ("anche a causa di notizie spesso scandalistiche") e questo tende a fomentare "la frustrazione e la rabbia, minando il rapporto di fiducia tra cittadini e operatori". 

 

Per dare una dimensione della problematica, nello studio si sottolinea come per un'assistenza efficiente sia necessario un rapporto infermiere-pazienti di 1 a 6 mentre allo stato attuale a livello italiano il rapporto è 1 a 12. Un dato al quale bisogna poi aggiungere, si legge nel rapporto, che il 10,8% di chi ha subito violenza presenta danni permanenti a livello fisico oppure psicologico. In generale, il 46% degli infermieri ha subito violenze durante l'esercizio della professione. La priorità nel contrastare gli episodi di violenza, specifica Pedrotti: “E' lavorare sulla prevenzione. Per questo è necessario che le istituzioni promuovano campagne di sensibilizzazione verso questo fenomeno e attivino programmi integrati e multimodali di prevenzione e interventi di gestione che garantiscano una maggiore tutela e sicurezza degli operatori sanitari all'interno del luogo di lavoro. È necessario poi diffondere una politica di tolleranza zero verso atti di violenza nei servizi sanitari, identificare i fattori di rischio per la sicurezza del personale e attivare appropriate strategie formative, organizzative, strutturali e tecnologiche. Solo la sinergia fra istituzioni e l'impegno comune possono migliorare l'approccio al problema e assicurare un ambiente di lavoro sicuro”.

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