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“Vivo in un garage separato dalla mia famiglia”, in Trentino erano 300 gli sfratti pendenti ma nel post-Covid sta esplodendo l’emergenza casa

Il dramma di una famiglia che si è trovata per strada: “Come è capitato a me può capitare a chiunque, ho dovuto scegliere fra dare da mangiare alla mia famiglia o pagare la casa”. Gli attivisti: “C’è un’organizzazione farraginosa il pubblico spende risorse per tenere le famiglie separate e chi si trova in difficoltà economiche viene guardato con sospetto”

Di Tiziano Grottolo - 19 August 2022 - 06:01

TRENTO. Durante il periodo della pandemia, solo in Trentino, erano circa 300 le procedure di sfratto attive e momentaneamente congelate con una serie di provvedimenti del Governo. Dal 2022 però il blocco degli sfratti è scaduto e molte famiglie sono finite sulla strada, in diversi casi si tratta di persone che prima della pandemia non avevano mai avuto bisogno di nessun tipo di aiuto. Eppure nessuno conosce i numeri reali perché persino per le istituzioni è complicato tenere traccia del fenomeno ma si sta parlando di famiglie comuni che per una serie di motivi non sono più riuscite a pagare l’affitto.

 

Come è capitato a me può capitare a chiunque”, racconta Ibrahim (il nome è di fantasia) che da anni vive e lavora in Trentino. “Ho perso il lavoro a causa del Covid e prima che riuscissi ad averne un altro mi sono trovato l’avviso di sfratto, ma come potevo fare? Dovevo scegliere fra dare da mangiare alla mia famiglia o pagare la casa”.

 

Non avendo mai avuto bisogno di aiuto Ibrahim si è trovato catapultato in un mondo che non conosceva, fatto di burocrazia, incomprensioni e lunghe attese. “Non sapevo nemmeno che si potevano chiedere dei contributi per l’affitto e quando mi hanno sfrattato solo dopo ho saputo che avrei potuto rivolgermi agli assistenti sociali”.

 

Uno dei problemi è che manca informazione, molte famiglie non conoscono né i servizi disponibili né i loro diritti. Ibrahim all’inizio di giugno ha lasciato la vecchia casa dopo l’avviso di sfratto ma ci è voluto un po’ di tempo prima di venire a sapere che poteva fare affidamento su alcuni servizi. Ora la famiglia è seguita anche dal Centro sociale Bruno e dall’Assemblea contro il caro vita.

 

“Quando me ne sono andato da casa ho dovuto lasciare alcuni mobili perché non avevo i soldi per pagare il trasloco, avevo 47 euro sul conto, ho raccolto quello che potevo e ci siamo fatti ospitare da alcuni amici”. Nel frattempo Ibrahim era comunque riuscito a trovare un nuovo impiego ma gli affitti a Trento sono proibitivi, inoltre se sei straniero è molto difficile trovare una casa. “Le agenzie spesso non mi rispondevano nemmeno o mi venivano chieste caparre che non avrei mai potuto permettermi”. Alcune agenzie del capoluogo sentite da Il Dolomiti hanno ammesso che molti proprietari non intendono affittare agli stranieri e che quello nella nazionalità “può essere un problema”.

 

Dopo varie peripezie, anche grazie all’aiuto degli attivisti, finalmente il “caso” di Ibrahim è stato preso in carico dai servizi sociali ma anche qui non sono mancati i problemi. Tramite i servizi sociali la moglie e i figli sono stati assegnati all’ostello (poi è stata pagata pure la mensa) ma Ibrahim all’inizio non poteva entrare, addirittura dalla struttura hanno chiesto alla moglie se fosse vittima di violenze da parte del marito. Tutto ciò perché fra i vari enti c’è poca comunicazione.

 

Questa soluzione comunque non è ottimale perché costringe le famiglie a rimanere separate. Per quanto riguarda le spese infatti vengono coperte solo quelle per le donne e i figli, i padri devono arrangiarsi. “Vivo in un garage con le poche cose che ci sono rimaste e in ostello posso andare quando avanzano dei soldi”.

 

Questo è uno degli aspetti più criticati dagli attivisti: “C’è un’organizzazione farraginosa il pubblico spende risorse per tenere le famiglie separate e chi si trova in difficoltà economiche viene guardato con sospetto”. Per questo dal Centro sociale Bruno e dall’Assemblea contro il caro vita arriva la richiesta di affrontare con maggior vigore quella che a tutti gli effetti è un’emergenza casa: “Serve un fondo provinciale per le morosità, bisogna investire per aumentare il numero delle case popolari e incrementare la tassazione sugli appartamenti sfitti”.

 

Secondo gli attivisti in Trentino sono saltati tutta una serie di meccanismi sociali che prima potevano fare da “paracadute” per questo tipo di situazioni. Per Ibrahim fortunatamente sembrerebbe essere arrivata una svolta, tramite il suo nuovo datore di lavoro potrebbe aver trovato una sistemazione ma per pagare la caparra gli servirà un prestito che potrebbe arrivare in parte dalla Caritas e in parte dall’ente pubblico. “Eppure – proseguono gli attivisti – se ci fosse stato un fondo per le morosità non si sarebbe arrivati a questa situazione, il paradosso è che l’ente pubblico avrebbe pure risparmiato soldi. Sappiamo inoltre che Itea ha ben 1.215 alloggi che risultano sfitti perché inagibili, servono sforzi in questo senso per poter aumentare anche gli appartamenti da affidare in via emergenziale”.

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