Il "Tarta" va in pensione ma per gli studenti d'arte resterà sempre il "presidente"
Paolo Tartarotti, una delle colonne del liceo Vittoria, insegna pittura da quando la scuola in perenne credito di attenzione e spazi era arrampicata in cima a via dei Cappuccini. La tecnica che non può sostituirsi all'anima, i colori che devono esprimere sentimento e personalità. Ma soprattutto i valori, quelli che non si barattano così come gli insegnò il padre Ugo, il partigiano Giorgio. Intere classi in festa nella sua casa "aperta" a Bordala. E una lunga storia tra colleghi amici

TRENTO. "Succursale indipendente, Tartarotti presidente". E adesso che il “Tarta” (il professor Paolo Tartarotti) appende il registro al chiodo? Adesso che va in pensione e forse ancora non se ne rende del tutto conto? Beh, lo slogan coniato “illo tempore” dai suoi studenti resterà. "Succursale indipendente, Tartarotti presidente": magari non sarà più scritto da qualche parte della succursale al Magnete, una delle tre sedi staccate del liceo Vittoria. Ma resterà.
Sì, il liceo delle arti, il Vittoria. Una scuola in progressiva e costante aumento di iscritti. Una scuola superiore (nel dare piena cittadinanza alla creatività) che da decenni vede crescere i propri disagi logistici e nel contempo l’allungamento a dismisura dei nasi dei politici che hanno promesso a più riprese una sistemazione dignitosa e rispettosa. Promesse mai mantenute.
“Succursale indipendente, Tartarotti presidente” resterà un must per una folla di giovani del Vittoria, molti dei quali già adulti. Studenti che dal “Tarta” hanno imparato che non si dipinge senza tecnica ma anche, e soprattutto, che non c’è tecnica che possa sostituire l’anima. Dipingere non è facile ma diventa impossibile se sulla tavolozza non si mescolano, appunto, i colori "interiori".
Quel “Tartarotti presidente” è uno slogan del pro e del contro. Il pro? Un modo d’essere "distintivo": il carattere e l’empatia di un professore che ha sempre inteso le sue classi come esercizio permanente di libertà (e parità). Uno stimolo senza comizi e retoriche a "buttare fuori piuttosto che a tenere dentro".
Insegnando pittura il gioco forse è venuto più facile al “Tarta” (ma forse anche no). Non c’è tratto, anche il più incerto, che non possa aiutare a scovare i pezzetti del puzzle di una personalità. Il contro? Beh, il contro è materia per chi è convinto che i ruoli siano ruoli. Materia per chi pensa che confondere troppo i ruoli (non solo dentro la scuola) non sia un atto rivoluzionario.

Del pro e del contro, tuttavia, a Paolo Tartarotti deve essere importato poco durante una carriera da docente avviata nel paleontologico 1985. Allora l’attuale Liceo Vittoria di via Zambra (scelleratamente spezzettato in quattro sedi) era un istituto d’arte arrampicato in cima a via dei Cappuccini. Lo frequentò una varia umanità creativa, non esattamente in linea con i canoni culturali ed estetici del tempo (ma questo era il "suo bello").
Al “Tarta” pare sia sempre importato – un mantra interiorizzato, scarsamente esternalizzato ma praticato – posizionarsi se non alla pari certamente non “sopra” i suoi studenti.
In una scuola, insomma, possono anche esserci sedi staccate ma non va mai staccata la spina di un rapporto il più possibile onesto tra chi insegna e chi impara. Questa idea forte del valore salvifico dei rapporti il “Tarta” ce lo deve aver avuto scritto in un dna familiare di cui può andare legittimamente fiero. Pur senza imbrodarsi.
Figlio di tale padre il “Tarta”. Figlio del partigiano “Giorgio”, che all’anagrafe era Ugo. Quell’Ugo Tartarotti che nella storia trentina ha lasciato traccia come comunista genuino dalle unghie al capello. Una distanza siderale, la sua, dalla sinistra di adesso: quella che nemmeno ci prova. Per quel padre che combatté nazisti e fascisti, che diresse l’Anpi per una vita, che fu eletto e non visse mai i mandati istituzionali come un furbetto (succede oggi, e succede in ogni partito) non si può avere solo nostalgia.
Alla nostalgia è preferibile l'ispirazione. Coltivare, anche insegnando e soprattutto insegnando, i valori del partigiano Giorgio: sempre. Ecco, non si sbaglia se si sottolinea come e quanto Paolo, il “Tarta” si è ispirato all’Ugo (Giorgio) tanto nella vita quanto nel lavoro, nella scuola. La sua scuola è stata una scuola in cui l’arte serve a migliorare la vita anche senza necessariamente diventare tutti dei Picasso o dei Van Gogh. Certo, di arte il “Tarta” ne ha insegnata tanta. Per dirla con l’arboriano professor Aristogitone “quarant’anni di duro lavoro…” (ma non durissimo) non sono una bazzecola. Gli anni di scuola, gli anni a scuola, non sono mai uno scherzo. Non lo sono né per chi sta in cattedra né, tantomeno, per chi sta seduto su banchi sempre più scomodi di fronte alle incertezze di un futuro che una volta c’era e che oggi è roba da psicofarmaci.
Ma gli anni di scuola, gli anni a scuola, possono miracolosamente alleggerirsi se si crede nel proprio lavoro, se si costruiscono amicizie solide e realmente collaborative tra colleghi, se degli studenti provi ad occuparti anche quando non ce li hai davanti, se pratichi rispetto e al tempo pretendi rispetto (e perché no, almeno un po’ di dedizione).
Ebbene, il “Tarta” , pur nei suoi modi allegramente gigioneschi, è stato una specie di sintesi di questi concetti. Li ha nascosti sotto la storica barba ma non se li è mai scordati. Una sintesi, la sua, fatta più di spontaneità che di eroismo.
Paolo Tartarotti è stato (e sarà anche in quiescenza) uno dei “docenti pilastro” del Vittoria. Un gruppo di colleghi amici (che i pensionamenti stanno sfoltendo) che hanno dato e daranno oltre quel che è richiesto. Lo hanno fatto fin da dopo la comune Accademia a Firenze, i comuni trascorsi tra scuola, laboratori, mostre, progetti extrascolastici senza l’occhio all’orologio. Pilastri invecchiati (bene) ma solidi perché sanamente ammalati di quella missione creativa, artistica, che forse non salverà il mondo ma sicuramente non lo peggiorerà. Tra loro (ci sarebbe l’elenco, ma se ne scordi uno non è bello) il “Tarta” non è mai stato la locomotiva ma è stato un vagone senza il quale il treno non sarebbe mai stato lo stesso.
“Tartarotti presidente”? Lui ci riderà su anche in pensione, ma c’è da giurarci che un po’ ci crederà a questo ringraziamento che trova giustificazione anche nell’irritualità generosa del figlio di partigiano che s’è invaghito per anni della pittura “sociale” di Guttuso e della scuola romana del secondo dopoguerra per passare più recentemente ad un astrattismo nemmeno troppo astratto. Ai suoi studenti il “Tarta” ha aperto pure casa, secondo non comune tradizione. A Bordala, luogo di famiglia, “decinaia” di quinte classi hanno fatto notte. Di festa. Feste con lui e con la moglie Luana, anch’essa docente di arti pittoriche al Vittoria. Lei è certo un’eroina come tutte le donne/mogli. Ma qui si celebra, non si rovista.
Va in pensione il “Tarta”. Forse si dedicherà una volta di più a respirare, godendo, l’odore dei colori e della carta da disegno poggiate ad arte sul cavalletto. Dipingerà. Inventerà o forse farà altro. Ma al Vittoria, il liceo in credito che insegnando le arti amplifica e dà forma alle sensibilità, il “Tarta” resterà presidente. A vita.












