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| 21 apr 2023 | 11:44

Lo zoologo del Parco Adamello Brenta demolisce le argomentazioni di Fugatti: ''Il Life Ursus? Un successo poi la politica ha smesso di agire. 50 orsi? Il numero minimo''

Ieri davanti ai 30 sindaci del Parco Adamello Brenta lo zoologo che ha curato sin dall'inizio il Life Urusu ha spiegato tecnicamente come stanno le cose. “L’orso – ha setto Mustoni - è un animale poco pericoloso, ma che in alcuni casi può diventarlo. I veri tecnici non hanno mai negato la possibilità di un’aggressione all’uomo. Ma ci sono varie misure per prevenire ed evitare i rischi. Più comunicazione c’è su un territorio, meno sono frequenti gli incidenti. La comunicazione in Trentino non è stata incisiva''. Il primo piano di comunicazione risale al 2016 al duo Dallapiccola-Rossi e ancora oggi non è stato attuato

di Redazione

TRENTO. Come il Dolomiti ci abbiamo provato a smentire il presidente Fugatti che da settimane va in giro nelle trasmissioni televisive di tutta Italia a ripetere che il Life Urus è sfuggito di mano, che ci sono troppi orsi e che da progetto originario era previsto un numero di circa 50 esemplari. Per questo, argomenta, ne elimineremo 70 (prima si parlava di cattura ora anche di abbattimento). Ebbene qualche giorno fa abbiamo provato a fare un po' di contro-informazione mostrando a tutti come il presidente Fugatti pur di strumentalizzare politicamente questa terribile vicenda (e ci sta riuscendo a giudicare dalle reazioni dei sindaci trentini) stia insistendo con argomentazioni che non hanno alcun fondamento. 

 

Ieri, finalmente, sul tema si è espresso chiaramente anche Andrea Mustoni, zoologo del Parco Naturale Adamello Brenta e ''padre'' del progetto Life Ursus, che ha descritto ai sindaci dei 30 comuni del Parco come è nato e cosa ha significato lo straordinario progetto di ripopolamento degli orsi sulle Alpi. Un progetto che aveva in 40-60 esemplari non il numero massimo ma minimo per poter dire che gli orsi non erano più a rischio estinzione sulle nostre montagne per un progetto che ha centrato gli obiettivi prefissati, che ha visto gli orsi riprodursi, che è stato un successo internazionale che ha portato lustro e onore al Trentino in tutto il mondo. Che ha avuto una politica che inizialmente ne ha accompagnato il percorso (soprattutto finché è rimasto il ''cappello'' della Ue) con investimenti e impegno e che poi ha abbandonato sempre di più il ''campo'' (con la responsabilità in capo alla Provincia Autonoma) con gli ultimi anni di Giunta Fugatti dove non si è fatto nulla se non interventi a spot e solo al verificarsi di criticità e problemi.

 

Ma se negli anni precedenti politiche di gestione sono tentate (per esempio un piano di comunicazione è stato elaborato nel 2016, con Dallapiccola che faceva anche informazione sui territori con serate informative e di approfondimento ed anche la legge che oggi permette l'abbattimento di Mj5 è stata fatta dal duo Rossi e Dallapiccola) poi è scomparso tutto (addirittura il piano di comunicazione del 2016 non è ancora stato realizzato e la stessa legge utilizzabile dal 2019 dopo l'ok della Corte Costituzionale viene attuata solo oggi per la prima volta). Insomma le responsabilità di questa triste vicenda non sono certo degli orsi e nemmeno dei cittadini: qui c'è una politica inadempiente che ora sta cercando di strumentalizzare lo strumentalizzabile per salvare sé stessa. 

 

“Il progetto Life Ursus – ha spiegato in premessa Mustoni - non è stato un fallimento, come oggi qualcuno sostiene, ma un enorme successo, riconosciuto a livello internazionale. Non è mai accaduto in Italia né prima né dopo che un team di 6-7 tecnici specialisti di fauna selvatica si trovasse a lavorare assieme per un progetto faunistico di questo tipo, seguendo criteri estremamente rigorosi sul piano scientifico e nella massima trasparenza possibile. Life Ursus del quale sono stato coordinatore tecnico, con l’introduzione di 10 esemplari di orso bruno in Trentino, è terminato nel 2004 e quello che è accaduto dopo non è sotto il cappello dei progetti Life intesi come strumenti finanziari dell’Unione Europea; dal 2004 le responsabilità gestionali sono passate in capo alla Provincia autonoma di Trento''.

 

Cosa è avvenuto dopo la fine del progetto, nella fase di gestione? ''Forse - è l’ipotesi di Mustoni - il problema principale è che la situazione è stata gestita nel tentativo di renderla ordinaria nonostante la sua assoluta straordinarietà, che è evidente continui anche nei giorni che stiamo vivendo. Inoltre la presenza dell’orso, con tutte le sue peculiarità è stata forse più sopportata che non curata e promossa''. 

 

L’orso – ha proseguito Mustoni - è un animale poco pericoloso, ma che in alcuni casi può diventarlo. I veri tecnici non hanno mai negato la possibilità di un’aggressione all’uomo. Lo studio di fattibilità posto alla base del Life Ursus e redatto nel 1998, prima dell’inizio del rilascio degli orsi sul territorio trentino, riporta chiaramente anche il fattore di rischio legato alle aggressioni all’uomo. Il documento elenca peraltro anche le misure da osservare per prevenire e limitare tali rischi. Nel 2004 ho pubblicato io stesso un libro in cui si descrivono studi scientifici che sostengono la tesi secondo la quale più comunicazione c’è su un territorio, meno sono frequenti gli incidenti. La comunicazione in Trentino non è stata incisiva, come la stessa Provincia auspicava fin dal 2002. Un Piano della comunicazione è stato elaborato solo nel 2016 e non è ancora stato realizzato nella sua interezza''.

 

Un altro documento di approfondimento tecnico-scientifico, voluto all’epoca dalla Giunta Dellai e realizzato da due importanti docenti universitari, ricco di suggerimenti puntuali su come gestire le diverse situazioni legate alla presenza degli orsi, è rimasto disatteso a giacere nei cassetti. ''Infine - aggiunge Mustoni - lo studio di fattibilità prodotto all’inizio del progetto Life Ursus non parlava di un numero massimo di orsi sul territorio. Ma di un numero minimo, di 40-60 esemplari e di possibilità di sviluppo numerico della popolazione in linea con quanto osservato fino ad oggi.  Lo studio di fattibilità prevedeva anche la possibilità di rimuovere gli esemplari pericolosi di orso. E per me – ha detto ancora Mustoni – rimuoverli vuol dire solo una cosa: abbatterli. Non rinchiuderli in un recinto, una situazione triste a tutti i livelli''.

 

C’è però una differenza fra orsi problematici e orsi pericolosi. I danni provocati dall’orso sono modesti, anche rispetto a quelli prodotti da altre specie selvatiche. Possono essere rifusi. Invece le cose cambiano se parliamo di pericolosità. “Gestire animali selvatici – ha concluso Mustoni - è un lavoro, una professione. Bisogna che ai tecnici venga dato nuovamente il ruolo che spetta loro e che supportino e aiutino con coraggio i politici a fare le scelte più corrette nell’interesse di tutti. Cosa vorremmo, come Parco, che accadesse, da qui in avanti? Innanzitutto che la discussione venisse riportata su binari tecnici, più corretti e lontani dal vociare di questi strani giorni. Dobbiamo farlo andando oltre i populismi e il tifo da stadio. Dobbiamo farlo anche per rispetto ai familiari di Andrea Papi. Ma catturare e trasferire o addirittura abbattere 70 orsi mi sembra non praticabile. Non sono chiuso all’idea di diminuire il numero di orsi sul territorio. Inoltre, la diminuzione degli orsi non può essere intesa come la sola soluzione. Al contrario, devono essere perseguite tutte le strade possibili per diminuire la possibilità che si verifichino incidenti o situazioni sgradevoli. Un lavoro difficile ma fattibile se si curano anche i minimi particolari. Ed è necessario che gli esperti tornino ad avere un ruolo importante. È più oneroso in tutti i sensi correre ai ripari dopo che agire prima”.

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