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Trento
10 aprile | 06:56

"Cosa accadrebbe se i nostri partner commerciali facessero lo stesso?" L'analisi, in risposta alle proteste di Coldiretti contro "l'invasione del cibo straniero", del professor Marco Mutinelli

Quanto è autosufficiente l'Italia senza importazioni e cosa ne sarebbe della nostra economia se queste venissero abbondantemente ridotte? Il professore ordinario di gestione aziendale dell'Università di Brescia Marco Mutinelli: "Se l’obiettivo è quello di puntare sulla sovranità alimentare, pensiamo alle conseguenze di ciò: significherebbe portare alla chiusura probabilmente la metà delle imprese italiane di trasformazione industriale del settore e costringere molte produzioni ad emigrare all’estero"

TRENTO. “Troppi prodotti stranieri diventano italiani varcando i nostri confini, questo non è più accettabile e vale per tutti i prodotti: vogliamo una giusta trasparenza rispetto a quelle che sono le informazioni che devono essere date ai cittadini e per questo serve l'obbligo di origine a livello europeo”.

 

Queste la linea espressa dal presidente di Coldiretti Ettore Prandini in occasione della mobilitazione organizzata negli ultimi due giorni dall'associazione al Brennero per dire stop all’invasione di cibo straniero (articolo quispesso venduto come nazionale e in cui diecimila agricoltori, con il supporto delle forze dell’ordine, hanno fermato vari tir carichi di prodotti alimentari provenienti dall’estero scoprendo “cosce di maiale danesi dirette a Modena che rischiano di diventare prosciutti italiani, uva indiana spedita a Novara, frutta sudafricana proveniente dalla Moldavia con direzione Sicilia, preparati industriali a base di uova fatti in Polonia e attesi a Verona”.

 

Coldiretti denuncia come, negli ultimi dieci anni, le importazioni di cibo straniero siano aumentate del 60% raggiungendo il valore record di 65 milioni di euro e che questo rappresenti “un vero e proprio attacco al patrimonio agroalimentare italiano”.

 

La protesta, inevitabilmente, fa però emergere un' ulteriore questione: quanto il nostro paese è effettivamente autosufficiente senza importazioni e che ne sarebbe della nostra economia se queste venissero abbondantemente ridotte?

 

Venendo ad uno specifico caso relativo al Trentino Alto Adige, nel 2022 il Wwf di Bolzano – in un'indagine di ben più ampio respiro sulla sostenibilità della produzione dello speck Alto Adige (articolo qui) – aveva evidenziato come "solo lo 0,2% delle carni utilizzate nella sua produzione sia di provenienza regionale, mentre il 99,8% della materia prima arrivi dall’estero”.

 

Ad “alzare la voce” sul tema è ora anche il mondo accademico, con il professore ordinario di gestione aziendale dell'Università di Brescia Marco Mutinelli che a il Dolomiti spiega come “fare di tutta l’erba un fascio e protestare tout court contro le importazioni di prodotti agroalimentari, come è stato fatto, sia del tutto controproducente”.

 

Alla base dell'analisi del docente in merito alla protesta di Coldiretti, spiccano alcune riflessioni che evidenziano, tra le altre cose, come “l'Italia sia un paese con una forte industria di trasformazione e la produzione interna non sia sufficiente” e un interrogativo, alla luce di dati import-export, decisamente ficcante: “Cosa accadrebbe se i nostri partner commerciali si mettessero dall’altra parte dell’autostrada a fare una protesta analoga?”.

 

Mutinelli lancia infine un monito: “Se invece l’obiettivo è quello di puntare sulla sovranità alimentare, e di imporre alle imprese italiane del settore di utilizzare solo prodotti di origine italiana, pensiamo alle conseguenze di ciò: significherebbe probabilmente portare alla chiusura metà delle imprese di trasformazione industriale del settore e costringere molte produzioni ad emigrare all’estero, con un impatto occupazionale devastante”.

 

Di seguito l'intervento completo del professore, ordinario di Gestione Aziendale all'università di Brescia, Marco Mutinelli:

 

 

“Caro Direttore,

 

ho letto con attenzione gli articoli pubblicati da vari quotidiani, tra cui il Dolomiti, in merito alla protesta di Coldiretti al Brennero e francamente sono rimasto basito da una serie di rivendicazioni.

 

La protesta era diretta contro l' “invasione di cibo straniero”, che secondo gli organizzatori finisce quasi inevitabilmente per essere venduto come “made in Italy”.

 

Tra le “scoperte” fatte da Coldiretti, troviamo “cosce di maiale danesi dirette a Modena che rischiano di diventare prosciutti italiani, uva indiana spedita a Novara, frutta sudafricana proveniente dalla Moldavia con direzione Sicilia, preparati industriali a base di uova fatti in Polonia e attesi a Verona, cagliate danesi per fare il formaggio con destinazione Parma, latte austriaco diretto a Brescia, pere dal Belgio dirette a Taranto, cipolle dell’est Europa spedite a Parma, formaggi con nome italiano fatti nel Nord Europa, tulipani olandesi in viaggio per Verona, patate “nordiche” spedite a Crotone, prodotti da forno, carne di maiale e molto altro.

 

Premetto che non sono un esperto del settore agroalimentare nello specifico, ma conosco abbastanza bene il funzionamento dei mercati, delle imprese e del commercio internazionale.

 

Quando si fa una protesta, bisogna andare diritti all’obiettivo, segnalare eventuali casi di importazioni di cibi contraffatti, mal conservati o vere e proprie truffe in cui aziende vendono come italiani prodotti che italiani non sono. Penso che tutti concordino sul fatto che vogliamo essere informati correttamente sull’origine di ciò che mangiamo ed acquistare prodotti integri e ben conservati, ma fare di tutta l’erba un fascio e protestare tout court contro le importazioni di prodotti agroalimentari, come è stato fatto, è del tutto controproducente.

 

Entriamo nel merito di alcuni prodotti. Si è parlato dei “preoccupanti arrivi di cosce di maiale danesi che rischiano di diventare prosciutti italiani”. Qual è il problema, se non si tratta di prodotti come il Parma o il San Daniele che hanno un disciplinare ben preciso? Sono certo che una parte significativa dei prosciutti cotti italiani sia prodotta con cosce di maiale importate: siamo un paese con una forte industria di trasformazione e la produzione interna non è sufficiente. Portare agli estremi questi ragionamenti imporrebbe di falcidiare l’industria italiana del settore e di cancellare del tutto o quasi le produzioni di speck altoatesino e di bresaola valtellinese (quest’ultima ,come noto, prodotta con carne brasiliana). Un dato: nel 2023 abbiamo importato suini per 225,4 milioni di euro, contro esportazioni del tutto marginali.

 

“Uva indiana spedita a Novara”. Un conto è se, come sembra, le confezioni non rispettassero le normative (e dunque un comportamento che va doverosamente sanzionato); un conto è affermare che vi è il dubbio che le confezioni possano essere cambiate prima della vendita (questo tra l’altro sarebbe almeno un piccolo fatto positivo) e l’uva venga spacciata come italiana, come se i consumatori italiani fossero dei poveri babbei convinti di trovare al supermercato l’uva pugliese o siciliana in aprile. Lo stesso ragionamento può essere applicato alle pere belghe dirette a Taranto.

 

Tra l’altro, ancora alcuni dati: nel 2023 l’Italia ha importato uva per 55,4 milioni di euro a fronte di esportazioni per 825,7 milioni di euro, ovvero 15 volte superiori. Per le pomacee e la frutta a nocciolo, le importazioni sono state pari a 439 milioni di euro. E se i nostri partner commerciali si mettessero dall’altra parte dell’autostrada a fare una protesta analoga?

 

Viene citato il caso dei preparati industriali a base di uova in arrivo dalla Polonia in virtù del fatto che l’Italia è pienamente autosufficiente per il suo fabbisogno nazionale. A parte che non è vero - dato che nel 2023 le importazioni di pollame e prodotti avicoli sono state pari a 137,6 milioni di euro, contro esportazioni per 66,9 milioni - vogliamo porre delle rigide limitazioni al commercio internazionale se per un prodotto esistono delle alternative nazionali? E se gli altri facessero lo stesso, questo che conseguenze avrebbe per un Paese come il nostro che vive di export?

 

“Latte austriaco diretto a Brescia”: qual è il problema, se non viene venduto come latte italiano? Tra l’altro, il latte austriaco è forse velenoso? Questo è oltretutto un settore nel quale l’Italia è molto lontana dall’autosufficienza.

 

“Tulipani olandesi in viaggio per Verona”: e certo, meglio i tulipani di Gorgonzola o di Canicattì, noti in tutto il mondo. Ci mettiamo allora a Ventimiglia a bloccare i fiori di Sanremo diretti verso la Francia? Eccetera eccetera.

 

“Formaggi con nome italiano fatti in Nord Europa”: il problema dell’ “italian sounding” è molto vasto e meriterebbe ben altre riflessioni. Uno spunto: il fenomeno del “Parmesan” negli Stati Uniti e i divieti all’importazione di prodotti italiani ci sarebbero stati se le nostre imprese fossero andate a produrre negli Stati Uniti per il mercato locale, importando parimenti per i consumatori americani più esigenti e sensibili il Parmigiano Reggiano e il Grana Padano? Molto probabilmente no.

 

Tornando al formaggio con nome italiano fatto nel Nord Europa, meglio puntare sull’informazione e sulla consapevolezza dei consumatori, piuttosto che su divieti di ben difficile attuazione. Diverso è il discorso nel caso il formaggio importato sia un “fake DOP”, ma qui entra doverosamente in campo il codice penale.

 

Le affermazioni sopra commentate hanno forte presa populistica sul lettore distratto e meno informato, ma in realtà agli occhi dei lettori più avveduti finiscono per mettere in ridicolo chi le fa e quindi per vanificare gli sforzi di chi vuole invece portare avanti rivendicazioni legittime, che se accolte avrebbero impatto non solo su una categoria produttiva importante, ma sulla salute di tutti noi.

 

Se invece l’obiettivo è quello di puntare sulla “sovranità alimentare” e di imporre alle imprese italiane del settore di utilizzare solo prodotti di origine italiana, pensiamo alle conseguenze di ciò. Significherebbe portare alla chiusura probabilmente la metà delle imprese italiane di trasformazione industriale del settore e costringere molte produzioni ad emigrare all’estero (si pensi alla pasta, dove la produzione nazionale di grano duro copre circa la metà della domanda delle imprese del settore, o alle creme di cacao e nocciole, dove una sola ben nota impresa ne consuma in quantità diverse volte superiore all’intera produzione nazionale) e dunque un impatto occupazionale devastante.

 

Un altro effetto certo sarebbe un aumento fortissimo e generalizzato di tutti i prodotti alimentari in Italia, mentre dubito che i nostri concorrenti esteri starebbero a guardare alla finestra senza penalizzare in maniera simmetrica i prodotti del made in Italy che varcano le nostre frontiere in uscita.

 

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