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Trento
20 maggio | 18:25

"Se non fosse stata uccisa Alba Chiara avrebbe compiuto 29 anni", il padre Massimo Baroni: "Aiutare una donna vittima di violenza è come farlo con nostra figlia"

Il 31 luglio 2017 Alba Chiara Baroni è stata uccisa a Tenno dal fidanzato, che poi si è tolto la vita. Da allora i suoi genitori cercano di trasformare "il dolore in speranza" ed è nata Alba Chiara Aps, associazione attiva sul territorio con progetti di sensibilizzazione e per aiutare donne e bambini vittime di violenza. Massimo Baroni: "Dentro di noi c'è la voglia di non rinchiuderci in noi stessi e di provare a fare la nostra parte, in modo che quello che è accaduto a nostra figlia non succeda più, anche se purtroppo è un'utopia"

TENNO. Alba Chiara Baroni avrebbe compiuto, il 20 maggio, 29 anni. Invece il 31 luglio 2017 è stata strappata alla vita, a Tenno, dal fidanzato Mattia Stanga di 24 anni, che poi si è tolto la vita. Aveva solo 22 anni e una vita davanti. Una vita di sogni e speranze.

 

Ed è proprio da questi sogni e speranze che i suoi genitori Massimo e Loredana, assieme alla sorella Aurora, hanno cercato di trovare la forza per guardare al domani, cercando di “trasformare il dolore in speranza”.

 

E così, nel 2019, è nato il “Progetto Alba Chiara” con l’obiettivo di raccogliere fondi per aiutare le donne in difficoltà e sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema della violenza di genere.

 

Il progetto si è poi evoluto, ed è nata l’associazione Albachiara Aps, che da anni è operativa sul territorio con progetti di sensibilizzazione, con uno sguardo attento alle nuove generazioni, e per aiutare donne e bambini vittime di violenza.

 

In questi giorni in cui il ricordo inevitabilmente si fa più intenso, Massimo Baroni, il padre di Alba Chiara, racconta a il Dolomiti che questo mercoledì, 22 maggio, alle 18 verrà celebrata una messa in memoria della figlia, nella chiesa di Santa Maria Assunta a Riva del Garda.

 

Lo incontriamo e quella che ne esce è una chiacchierata a 360°, in cui emerge la determinazione e la voglia di guardare al futuro di una famiglia che, seppur nel dolore che mai nulla e nessuno potrà cancellare, trova quotidianamente la forza di aggiungere un piccolo tassello al suo percorso, intrapreso “per contribuire a cambiare una cultura sbagliata”.

 

“In questi giorni siamo particolarmente attivi e, siamo stati invitati all’istituto Enaip di Arco per inaugurare una panchina rossa, contro la violenza sulle donne, che gli studenti hanno voluto dedicare ad Alba Chiara e ad Eleonora Perraro, anch’essa vittima di femminicidio – inizia a raccontare Massimo Baroni – e il giorno del suo compleanno siamo tornati all’istituto per raccontare la storia di nostra figlia. Ma non solo, come da qualche anno a questa parte il prossimo weekend verrà organizzato, dall’ Hockey Club Riva in cui giocava Alba Chiara, il torneo di hockey ‘Bee Happy’ in cui premieremo la miglior giocatrice con un premio dedicato a nostra figlia”.

 

Baroni spiega poi come l’associazione stia organizzando anche gli appuntamenti per la seconda metà dell’anno, tra cui un evento il 31 maggio a Riva del Garda con la linguista Vera Gheno sull’importanza del linguaggio e una mostra “ancora in cantiere” che con ogni probabilità verrà allestita a Nago.

 

Dal presente al passato, Baroni torna poi a parlare del grande dolore provato, e di come sia stato possibile in qualche modo continuare: “Non ho ricette particolari, quando è stata uccisa Alba Chiara ci ho messo due anni a rendermi conto che non c'era più e che la causa era un femminicidio. La nostra fortuna è stata avere accanto persone che ci hanno voluto bene, che ci hanno accompagnato e protetto in una situazione di grande fragilità. In me e mia moglie Loredana è poi scattata la voglia di non rinchiuderci in noi stessi e di provare a fare la nostra parte, in modo che quello che è successo a nostra figlia non succeda più, anche se purtroppo questo sembra un'utopia”.

 

E da questa voglia ha preso vita il progetto che, come spiega Baroni, inizialmente era animato dall’intenzione di portare avanti il sogno di Alba Chiara: esporre i suoi quadri, “creando al contempo delle opportunità per le donne vittime di violenza perché, come dice sempre mia moglie Loredana, aiutare una ragazza in difficoltà è come farlo con Alba Chiara".

 

“Quando possiamo entriamo in contatto con le nuove generazioni, perché il nostro futuro sono loro e se vogliamo che la società cambi si deve partire proprio da qui – specifica Massimo Baroni – e negli istituti scolastici in cui ci rechiamo portiamo la nostra testimonianza diretta, ma anche i valori fondanti dell'associazione che nasce con l'idea di voler cambiare una cultura sbagliata”.

 

Negli ultimi anni Massimo e Loredana, attraverso il loro impegno quotidiano, hanno assistito ad una vera e propria “evoluzione” del modo di comunicare e di rapportarsi con il tema della violenza di genere, e l’accento viene posto su un, tragico, momento “spartiacque”: il recente femminicidio di Giulia Cecchettin.

 

“Quando abbiamo iniziato la nostra attività nove partecipanti su dieci, agli eventi, erano di genere femminile ma da quel momento in poi l'affluenza maschile è aumentata considerevolmente – racconta Massimo Baroni –  ed è doveroso sottolineare la grande forza che hanno avuto il padre e la sorella di Giulia nel voler raccontare quello che è successo. L’effetto positivo è che molti uomini si rendono conto del fatto di essere cresciuti nell’alveo di una cultura patriarcale ed io stesso, fino a quel giorno che ci ha cambiato la vita, pensavo che la violenza sulle donne capitasse solo in determinati ambienti. Ho compreso invece come siamo noi uomini, in primis, a doverci porre delle domande e a capire che tra generi non ci devono essere differenze”.

 

Massimo Baroni torna poi sul tema dei giovani, per lui centrale, spiegando che questi sono sempre molto aperti e predisposti a confrontarsi con il tema della violenza di genere e che in tal senso la comunicazione è un aspetto fondamentale: “I giovani che ricevono un'informazione adeguata su quello che purtroppo succede in giro stanno maturando un senso di responsabilità maggiore. Basti pensare a come è stata raccontata la morte di nostra figlia: inizialmente non era stato chiamato femminicidio, bensì omicidio-suicidio, e siamo stati noi nel 2018 con l'apposizione della targa a lei dedicata a sollevare la questione. Si era parlato addirittura di delitto d'amore e passionale, ma in questi casi l'amore e la passione non c'entrano proprio nulla”.

 

Concludendo questa riflessione, la memoria del padre di Alba Chiara cade su un ricordo che molto l’ha colpito, e positivamente: “Parlando di giovani, vi racconto questo: una volta siamo stati invitati in un istituto superiore di Bolzano per portare la nostra testimonianza, e quello che è nato in seguito è veramente straordinario. Gli studenti hanno realizzato uno spettacolo teatrale in cui le ragazze interpretavano i vari ‘volti’ di nostra figlia, mentre i ragazzi si calavano nei panni di colui che l’ha uccisa: l’aspetto che più mi ha colpito è l’immedesimazione di quei giovani, che sicuramente ha lasciato il segno”.

 

Prima di salutare, Massimo Baroni propone una riflessione di ampio respiro sul momento storico che stiamo vivendo: “La cultura che si sta provando a costruire è sicuramente quella corretta, anche se a volte noto ancora delle criticità: quando si racconta un femminicidio si sentono spesso frasi come ‘la loro storia stava finendo’ oppure ‘lei lo stava lasciando’, come se la scelta di porre fine ad una relazione potesse in qualche modo essere connessa al fatto di uccidere una persona".

 

“È fondamentale riflettere a lungo su questi aspetti ed è importantissimo restituire dignità alle vittime di violenza di genere” conclude Massimo Baroni, che specifica: “Quando Alba Chiara fu uccisa ci venne spesso detto che i panni sporchi vanno lavati in casa, perché non è piacevole parlare di queste cose. Invece bisogna, e non finirò mai di rimarcarlo, parlarne: questo è, e sarà sempre, il nostro obiettivo. Nel nome di Alba Chiara”.

 

 

 

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