Vinitaly, nel padiglione trentino mancano i vignaioli: serve un nuovo confronto tra tutte le componenti del comparto vitivinicolo
I vignaioli trentini sono al padiglione 8, tra gli spazi (stipati) della Fivi. Una presenza trentina molto rappresentativa. Tanti i presenti, dai Cesconi e Balter , con Marco Pisoni, De Vigili ai Fontanelle tutti ad accogliere quanti cercano ancora emozioni

VERONA. Ultime ore di un Vinitaly che ostenta brindisi ministeriali (mai registrata una concentrazione così pressante di esponenti politici che impugnano bicchieri come fossero sommelier) e una ressa di visitatori bramosi di vini esclusivi, nonostante l’assaggio si tramuti in un vero ‘bevi e fuggi’.
Una manciata di secondi per decretare se ‘ti piace e basta oppure ti coinvolge.’ Il vino va di corsa. In tutto. Fermiamoci tra le Dolomiti.

Trentino e Alto Adige hanno dimostrato la loro indiscutibile forza enoica. I sudtirolesi in un padiglione stipato, cantine sociali con vignaioli veraci in piena condivisione di spazi. Un gioco di squadra al servizio del territorio. Sempre più vincente. Niente ostentazione di marchi aziendali e predisposizione al confronto. Con la proposta di bianchi iconici, vini d’assoluto pregio, bramati da quanti - i più fortunati - riuscivano a sorseggiare qualche goccio di Appius o TAL, solo per citare due bianchi ( San Michele Appiano, il primo, quello di Canina il secondo ). E in Trentino?
Indiscutibile il fascino dei Trento DOC. Degustazioni a ripetizione delle bollicine di montagna ( con la M minuscola, altrimenti la sede dell’Istituto si dovrebbe collocare nel comune sopra Egna…).
Frequenza ininterrotta anche per Ferrari, Mezzacorona, Cavit, come ottimi riscontri - stando alle loro dichiarazioni - per altre aziende tra le 42 presenti. Gli spazi lasciati liberi dalle cantine che hanno disertato questa edizione sono stati occupati da alcune note cantine extra provinciali. Impattante l’inserimento - tra Pojer&Sandri, Pravis, Cantina sociale di Trento, Pisoni e Endrizzi - della rinomata Schenk, leader nell’imbottigliamento di vini di stampo internazionali, sedi in diversi Paesi europei, una pure ad Ora. Questione di spazio o mancata regia in difesa della tanto ripetitiva parola : identità?
Nel padiglione trentino mancano praticamente tutti i vignaioli. Sono all’8, tra gli spazi (stipati) della FIVI. Una presenza trentina molto rappresentativa. Dai Cesconi e Balter - rispettivamente Lorenzo Cesconi presidente nazionale e Clementina Balter presidente trentino - con Marco Pisoni, De Vigili, Fontanelle e pochi altri, che accolgono i più curiosi, quanti forse cercano ancora emozioni e non si lasciano incantare da mirabolanti descrizioni enologiche. Vignaioli comunque spesso - e sicuramente - dimenticati.
Basta osservare la comunicazione legata alla presenza trentina al Vinitaly. Sui social come tra i video televisivi, spazio alla sfilata di personaggi più politici che della cultura vinaria. E tutti che elogiano quasi esclusivamente gli spumanti.
Sui banconi, a fine giornata, qualcuno espone le bottiglie vuote. Non è questione di statistica. Solo una piccola constatazione: su 96 bottiglie marchiate Mas dei Chini destinate allo smaltimento, solo 4 erano state riempite di vino fermo. Spumante, sempre e solo spumante.
Raramente si chiede e si parla di vino, specialmente dei rossi. Con riscontri a dir poco imbarazzanti. Il Marzemino è praticamente morto. E il Teroldego certo non gode di ottima salute - intesa come richiesta. Lo conferma l’andamento del mercato.
Il tutto e subito, nella scelta di cosa sorseggiare, si tramuta nella fuga dall’intensità dei rossi. Calo nelle vendite di vini con tannini possenti in ogni Paese. Meno 9% in USA - specialmente di Cabernet, Merlot e pure Syrah.
I giovani poi non amano il vino. Consumo a quota 13% con una percentuale ben oltre il 30% di spirit e birra. A ogni latitudine, compreso Nord Europa. La musica non cambia neppure nei nostri confini: tra il 2000 il 2021, in Italia i consumi di bianchi sono cresciuti del 10%, i rosati del 15,4%, mentre il consumo di rosso è crollato del 30,6% secondo un recente studio OIV. Venti anni fa un vino su due consumato nei nostri ristoranti era un rosso, ora la media è uno su tre (36% la media nazionale). Prendiamo in riferimento la grande distribuzione, negli ultimi cinque anni mancano quasi 800mila ettolitri di rossi nel venduto.
Cambiano le tendenze, si cerca il vino più beverino o quello ‘più strano’. Ecco allora certi ‘orange’ o quelli ritenuti ‘naturali’. Qualcuno - anche tra i trentini - s’interroga sui dealcolati. Altri cercano spazio con vermuth - è il caso di Revì .
Stimolanti le miscelazioni alcoliche, con grappa sempre più meditativa. Basta fermarsi da Pilzer e subito si può esplorare una sensorialità certamente …di vina. La richiesta di vini rossi molto austeri è rimasta ai consumatori più maturi. D’età e portafogli. Ma a Verona le cantine più autorevoli (non solo trentine) hanno scelto altre sedi per coinvolgere la clientela.
Vinitaly, ultime ore. Edizione che testimonia comunque l’urgenza - tutta trentina - di rilanciare il confronto tra le variegate componenti del comparto vitivinicolo. Calmierare almeno la contrapposizione tra cantine sociali e altri protagonisti del vino dolomitico. Contrasto che danneggia esclusivamente il vino.












