Alessandro Costacurta, dal grande Milan alla conquista di Miss Italia. “C’erano mentalità vincente e forza del gruppo. Oggi un giovane per diventare bravo deve tenere lontani i genitori dal campo”
“Complimenti alla Dolomiti Bellunesi, peccato per il Volley: ma questa è una bella città di sport”. Saluta così Belluno Alessandro Costacurta, campione di calcio e commentatore sportivo, ospite allo Sport Business Forum. Tra molta ironia e complicità con il pubblico, ha raccontato cosa ha reso lui un campione e grande il suo Milan, ma anche cosa servirebbe di più ai giovani sportivi di oggi

BELLUNO “Complimenti alla Dolomiti Bellunesi, peccato per il Volley: ma questa è una bella città di sport”. Saluta così Belluno Alessandro Costacurta, campione di calcio e commentatore sportivo, ospite allo Sport Business Forum. O meglio Billy, come in realtà non ama farsi chiamare: “il coro dei tifosi del Milan “Billy, Billy, vai vai vai” era forse il più brutto di tutti”. Tra molta ironia e complicità con il pubblico, ha raccontato cosa ha reso lui un campione e grande il suo Milan, ma anche cosa servirebbe di più ai giovani sportivi di oggi.
Anzitutto, gli inizi: un campione diventato calciatore quasi per caso. Partito dalla provincia di Varese, lui giocava a basket e il fratello a calcio. Però la madre non riusciva a portarli ad allenamenti diversi e ha dovuto seguirlo, ma ha capito che il calcio gli piaceva. “Ho iniziato a giocare - ammette - praticamente costretto. Inoltre, quando mi chiedevano quale fosse il mio ruolo, dicevo "libero" intendendo libero di fare quello che volevo: in realtà era il ruolo più pigro della squadra ma mi misero lì, per fortuna. Successivamente ho incontrato allenatori che hanno eliminato il libero e ho iniziato a fare il difensore centrale”.
La svolta nella sua vita è arrivata con la morte improvvisa del padre, quando aveva 17 anni. “Quella mancanza mi ha spinto a impegnarmi ancora di più. Lui mi diceva sempre di avere coraggio e con la sua morte - prosegue - è nata una specie di fuoco dentro. Mi dedicavo all'unica cosa che mi faceva superare la mancanza, cioè allenarmi e, nonostante avessi già da prima il sogno di giocare a San Siro, ho ricevuto una spinta ulteriore”.
Inevitabile allora parlare di quel Milan che è stata un po’ la rivoluzione calcistica del secolo scorso. “Credo che Sacchi sia stato il Leonardo da Vinci del calcio italiano, perché diede un cambio di ritmo a una situazione grave e impostò un calcio fatto di entusiasmo ed energia. Inoltre - spiega - c’era una mentalità vincente dettata dall’avere alle spalle una grande società che non ti fa pensare ad altro che a fare il tuo lavoro. Berlusconi voleva farla diventare la squadra più forte al mondo e ci metteva a disposizione le case, banca Mediolanum, tutto quello che serviva affinché non avessimo altra possibilità che pensare solo al campo. Ti indottrinavano alla professionalità: come potevi sbagliare? Inoltre per vincere servono delle stelle che vogliono fare parte di un gruppo, altrimenti è impossibile. Io ho giocato con 14 palloni d’oro, che hanno sempre mostrato grandissima disponibilità a fare parte di un gruppo perché sapevano che solo attraverso di esso sarebbero emerse le loro qualità: questo fa la differenza”.
In più si allenava la mente. Il Milan di Berlusconi ha infatti introdotto l’approccio psicologico, con la Mind Room che forniva supporto alla squadra e ai singoli giocatori. “San Siro fa paura, è difficile giocarci e ci vuole una forza mentale che non tutti raggiungono. Ho visto i miei compagni crescere molto mentalmente grazie a un lavoro quotidiano. C’è la possibilità di allenare la mente? Difficile rispondere - afferma - tuttavia oggi gli adolescenti hanno grandi fragilità e noi dobbiamo aiutarli il più possibile anche attraverso gli psicologi. Si tratta di un lavoro quotidiano, che deve tenere in considerazione anche, dirò una cosa banale, l'impatto dei social, perché portano via attenzione ed energia. Inoltre è cambiato il rapporto tra padri e figli: oggi, un giovane per diventare bravo deve tenere lontani i genitori dal campo perché molti di loro vogliono tutto troppo in fretta”.
Oggi Costacurta fa l'opinionista calcistico: sfumata l’idea di poter diventare il più grande allenatore del mondo, ma non ha rimpianti. “Pensavo di poterlo diventare e ci ho provato, ma capii che non avevo tutte le qualità necessarie, tra cui una grande passione per stare sempre sul pezzo e studiare. Quanto a fare il commentatore, ho sempre pensato fosse un modo per migliorare come persona e da subito mi è piaciuto perché potevo confrontarmi con persone che mi stimolavano. Ho sempre cercato le sfide: anche quando ho conquistato mia moglie c’era una fila lunga da affrontare. Ho sicuramente anche qualche rimpianto, non solo calcistico. Sono orgoglioso di aver fatto parte di quella società per tanti anni, ma nell'animo mi chiedo cosa sarebbe successo se nel 2022 fossi rimasto a giocare per i MetroStars: rimane il mio grande dubbio, perché sarei stato comunque una persona diversa. Ho vissuto degli episodi tragici, come la perdita di una sorella dell'età di tre anni, ma la mia vita è stata molto piacevole: ho anche conquistato Miss Italia, ma cosa voglio di più? Ho avuto la fortuna di vincere tanto, ma i rimpianti sono legati ad altre cose e non sicuramente a una squadra di calcio” conclude.












