Il racconto de il Dolomiti della vita nella base italiana di Beirut (FOTO e VIDEO) tra tensione, orari precisi e tempi scanditi: quella in Libano è un'esistenza di estremi
La vita alla base italiana di Beirut è difficile da comprendere, così come è complesso capire il Libano, un Paese che vive sul filo del rasoio. Il colonnello Vittorio Gisonni: "La missione militare bilaterale è un piccolo mattoncino che riusciamo a fornire per aumentare la protezione e la sicurezza"

BEIRUT/AMCHIT (Libano). La vita nella base è assurda. Nel senso che non è facilmente comprensibile ne commentabile. Come lo è il Libano, come lo è la sua capitale.

La base di Amchit, sede della Missione militare bilaterale italiana in Libano, dove ci troviamo in questo momento, fa parte in realtà di una più ampia base dell'esercito Libanese (Laf). Non è la base enorme della missione di pace Unifil delle Nazioni Unite, che si trova a Shama, a pochi chilometri dal confine israeliano e nella quale convivono migliaia di militari provenienti da tutto il mondo (1200 circa quelli del solo contingente italiano).

E' una base più piccola, nella quale i militari italiani sono operativi in operazioni di addestramento, supporto civile e militare, di supporto all'esercito libanese. In poche parole, come spiega il comandante della base, colonnello Vittorio Gisonni nell'intervista realizzata all'interno della base stessa, “sono un piccolo mattoncino che riusciamo a fornire per aumentare la protezione e la sicurezza del Paese”.
Che piccolo non è. Beirut vive sul filo del rasoio. Il Libano è coinvolto suo malgrado in conflitti che non lo riguardano, ma che sono vicinissimi. E' vero, i missili non passano sulla testa della popolazione, ma la situazione è ovviamente tesa. La profonda crisi economica che ha colpito il paese a partire dall'inizio del conflitto in Siria, ha messo in ginocchio la popolazione.

E, come raccontato anche nei precedenti articoli (Qui articolo e qui articolo), quella in Libano è un'esistenza vissuta agli estremi: ricchezza assoluta e povertà totale. Circa l'80% della popolazione vive in condizioni di povertà, il valore della lira libanese è crollato drasticamente, si registrano carenze diffuse di beni essenziali come farmaci, elettricità e carburante.

Inoltre, bisogna capire molto bene il contesto: oltre i confini della città di Beirut tutto cambia rispetto alla relativa tranquillità che vive nella base di Amchit.

Dal punto esatto in cui scriviamo, verso sud, il confine israeliano dista 150 chilometri precisi. La cosiddetta “Blue Line” è teatro di scontri a fuoco regolari tra Hezbollah e le forze israeliane. Questi scontri causano ingenti danni alle infrastrutture, il collasso dell'attività agricola e un elevato numero di sfollati interni che si muovono verso nord. È una zona ad alto rischio dove la missione di pace Unifil opera per monitorare il cessate il fuoco, e dove la presenza militare di Hezbollah è preponderante.

Anche qualche decina di chilometri da qui si vive comunque una situazione molto tesa, così come alcune zone di Beirut risultano assolutamente off limits non solo per noi civili, ma anche per i militari italiani. La dilagante povertà e la crisi economica in Libano creano un terreno estremamente fertile per il mantenimento e il rafforzamento dell'influenza di Hezbollah, specialmente a Beirut e nelle aree a maggioranza sciita.

In questo contesto operano i nostri militari. Che qui vivono per tre, sei, dieci mesi. Un anno due. Lontano da casa, dalle famiglie che, come sottolinea il comandante, sono quelle che più subiscono la distanza. Per i militari si crea un piccolo mondo nel mondo, una piccola famiglia dentro la famiglia. Chi resta a casa non può fare altro se non preoccuparsi.

La vita qui scorre secondo orari precisi e tempi scanditi. La sveglia alle sei, la colazione, un po' di palestra. E poi tutte le attività giornaliere che fanno si che i militari italiani siano praticamente sempre al lavoro. Non ci sono week end, non ci sono giorni liberi. Non c'è un momento di pausa. Si dome tutti insieme, in due camerate distinte, poiché una è dedicata alla sola donna presente.

Ogni movimento è deciso con largo anticipo, con orari che devono essere rispettati al secondo.

E' una vita difficile, solitaria ma in compagnia allo stesso tempo. Come ci viene raccontato “non si vede l'ora di andare a casa e poi si piange tantissimo quando si salutano gli amici che hanno condiviso tutto questo con te”.

Perché è questa la vita nella base. Dietro a mura di cinta e cancelli si creano legami indissolubili. E a un certo punto tutto finisce e si viene catapultatati a casa.

E il ritorno è bellissimo, ma complesso. Soprattutto per chi sa che lo “stop” è solo momentaneo che presto o tardi (qualche mese? Un anno?) si prenderà di nuovo un aereo per volare verso luoghi lontani, pericolosi e sconosciuti.














