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Trento
19 settembre | 19:34

Marco Palomba è tornato a casa: il ciclista ha rischiato di morire. Alessandro Petacchi: "Per la sicurezza serve cultura. In Spagna non ti suonano nemmeno"

"Ha visto una "via di fuga" e si è buttato lì per evitare la collisione con l'auto. Chi va in bici sviluppa "cento occhi" e la sua è stata una reazione istintiva". Per la sicurezza serve soprattutto cultura: ""A gennaio siamo stati quattro giorni in ritiro con la squadra in Spagna: sono rimasto impressionato. Non abbiamo sentito un clacson che fosse uno. Nessuno ci ha suonato, nessuno ci ha detto niente, quasi non ci accorgevamo nemmeno della presenza dei mezzi alle nostre spalle. Quando potevano superarci in condizioni di tranquillità lo facevano, altrimenti aspettavano"

LONIGO. Marco Palomba è tornato a casa. E, per fortuna, sta meglio. Solamente la prontezza di riflessi e una buona dose di fortuna, hanno fatto sì che l'incidente stradale di cui è stato vittima il 23enne ciclista vicentino, in forza alla Sc Padovani Polo Cherry Bank, non si trasformasse nell'ennesima tragedia della strada.

 

Cosa è successo? Mentre stava effettuando un allenamento, in un tratto di leggera di discesa, tra Roncà e Montebello, a cavallo tra le province di Verona e Vicenza, all'uscita di una curva si è ritrovato davanti un'auto, che aveva invaso la corsia nella quale Marco stava pedalando.

 

A quel punto il ciclista veneto si è letteralmente "buttato" a destra per evitare quello che sarebbe stato un violentissimo frontale, ha incocciato contro un muretto, volando "oltre" la protezione e procurandosi un trauma cranico e uno pneumotorace. Tutto sommato, visto quanto accaduto, si può parlare di "miracolo".

 

Il team manager della compagine veneta, una realtà storica del panorama ciclistico italiano, con oltre 100 anni di storia, è nientemeno che Alessandro Petacchi, uno dei velocisti più forti di tutti i tempi, capace di vincere - durante la sua lunga e incredibile carriera - qualcosa come 27 tappe al Giro d'Italia, 6 al Tour de France, 20 alla Vuelta, oltre alla Milano - Sanremo nel 2005, la classifica a punti in tutti i grandi Giri e, con 180 successi da "pro", è il quarto ciclista italiano con più vittorie, alle spalle solamente di Francesco Moser, Giuseppe Saronni e Mario Cipollini.

 

"Marco sta meglio - racconta Petacchi a Il Dolomiti -, è stato dimesso ed è tornato a casa. Ha avuto uno pneumotorace ma, fortunatamente, non hanno dovuto applicargli il drenaggio. Chiaramente adesso fatica a stare in piedi, tossisce molto e, per circa un mese, non potrà andare in nessun luogo sopra i 100 metri sul livello del mare e non potrà prendere l'aereo. Nella caduta ha battuto anche la testa, procurandosi un trauma cranico: lui, infatti, non ricordava l'esatta dinamica dell'accaduto e pensava di essere scivolato, quando invece ha "preso" un muretto ed è caduto oltre, compiendo un bel volo. Io l'ho sentito subito dopo la caduta e temevo si fosse rotto qualche vertebra, visto che mi raccontava di provare forte dolore alla schiena. Per fortuna le conseguenze sono state meno gravi di quelle che avrebbero potuto essere".

 

Istintivamente si è "gettato" a destra.

"Ha visto una "via di fuga" e si è buttato lì per evitare la collisione con l'auto. Chi va in bici sviluppa "cento occhi" e la sua è stata una reazione istintiva. E' andata bene, considerato che non ha dovuto sottoporsi ad alcuna operazione. Per fortuna è stato "prontissimo" ad evitare l'impatto".

 

Torniamo a parlare di sicurezza. Per i ciclisti anche un semplice allenamento risulta rischiosissimo. E, tra l'altro, pare che il guidatore dell'auto non si sia fermato.

"Magari non s'è nemmeno accorto. Chi era dietro Marco, che stava svolgendo l'allenamento assieme ad altre persone, non è riuscito a prendere la targa. Di sicuro chi era al volante della macchina ha commesso un errore e quest'errore avrebbe potuto portare a conseguenze pesantissime".

 

Si fa abbastanza per la sicurezza dei ciclisti?

"Adesso, finalmente, è entrata in vigore la norma del "metro e mezzo" da rispettare. Bene così, ma credo si debba lavorare sulla cultura del rispetto: bisogna ricordarsi che il ciclista è sempre l'utente debole della strada ed è molto meno protetto rispetto a chi guida una macchina. Rispetto al passato la situazione è cambiata: quando ero piccolo io c'era meno traffico sulle strade e, soprattutto, meno frenesia. Adesso tutti hanno fretta. E poi, se faccio il paragone con altre nazioni, il raffronto è impietoso".

 

Ci spieghi.

"A gennaio siamo stati quattro giorni in ritiro con la squadra in Spagna. Erano un po' di anni che non mi recavo nella penisola iberica e sono rimasto impressionato. Ci siamo allenati e, in quattro giorni, non abbiamo sentito un clacson che fosse uno. Nessuno ci ha suonato, nessuno ci ha detto niente, quasi non ci accorgevamo nemmeno della presenza dei mezzi alle nostre spalle. Quando potevano superarci in condizioni di tranquillità lo facevano, altrimenti aspettavano. Eravamo noi che, ad un certo punto, ci facevamo da parte per permettere a chi ci stava dietro di sorpassarci. Sono rimasto quasi basito".

 

 

Non tutti i ciclisti, però, rispettano le norme.

"Dilettanti e professionisti sanno come comportarsi, rispettano le regole e gli altri utenti. Però bisogna ammettere che ci sono anche i "ciclisti della domenica", che invece procedono in "gregge" e creano problemi alla circolazione. Ciò non toglie che la strada sia "di tutti", come giustamente afferma Marco Scarponi, il fratello dell'indimenticabile Michele, e che si debba sempre ricordarsi, sarò ripetitivo ma è così, che chi procede in bici è l'utente debole. Servono buonsenso, cultura e rispetto, sia da parte degli automobilisti che di quei ciclisti che pedalano come non dovrebbero"

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