Minorenni reclutati online da suprematisti e neonazisti. Dal videogioco all'odio reale, l'esperto: "Adescati vengono portati su piattaforme parallele e 'allenati' alla violenza"
Sulle piattaforme di giochi gli adescamenti non si fermano. Nei giorni scorsi un'indagine della polizia sull'estrema destra online ha portato un giovane di 15 anni ad essere arrestato per apologia di terrorismo contro ebrei ed immigrati. Ad inizio anno anche in Trentino Alto Adige un minore era stato scoperto far parte di una rete suprematista e neonazista. A parlarcene è Mauro Berti, docente e già figura di spicco della Polizia Postale e delle Comunicazioni di Trento dove ha ricoperto il ruolo di responsabile dell'Ufficio Indagini Pedofilia

TRENTO. Reclutano in silenzio, mentre si gioca online. Tutto comincia come una partita qualunque. Poi, quasi senza accorgersene, il gioco cambia: la violenza si normalizza. Frasi violente, razzismo, odio che corre nelle chat. Le piattaforme online di gioco sono i luoghi prediletti per trovare nuove “leve” da parte dell’estremismo, in particolare quello di destra.
Da Al Qaeda, lo Stato Islamico, ai gruppi di suprematismo bianco. Le operazioni che sono state condotte dalle forze dell'ordine italiane dimostrano quanto il rischio sia reale.
“Vengono sfruttate in modo estremamente efficace le tecnologie della relazione digitale” ci spiega Mauro Berti già figura di spicco della Polizia Postale e delle Comunicazioni di Trento dove ha ricoperto il ruolo di responsabile dell'Ufficio Indagini Pedofilia, ma anche docente e esperto sui pericoli di internet.
Gli adescamenti online da gruppi terroristici o da suprematisti bianchi sono continui. Lo dimostrano le operazioni che vengono portate avanti su tutto il territorio nazionale da parte delle forze dell'ordine. L'ultima è quella avvenuta nei giorni scorsi con un'indagine della polizia sull'estrema destra online che ha portato un giovane di 15 anni ad essere arrestato per apologia di terrorismo contro ebrei ed immigrati (QUI L'ARTICOLO). Attivo online negli ambienti dell'estrema destra suprematista, "incitava a commettere atti di violenza di matrice xenofoba e antisemita". Aveva sempre 15 anni anche il ragazzo che a Bolzano era stato scoperto ad inizio anno far parte di una rete suprematista e neonazista che secondo l'accusa stava per compiere un attentato.
Un mondo parallelo, quello che esce spesso dalle indagini della polizia. Reti di neo nazisti, e suprematisti bianchi, con il culto per le tecniche di combattimento con l'obiettivo di uno scontro culturale e razziale che non rimane solamente nel mondo online.
Abbiamo quindi cercato di capire, grazie all'aiuto del dottor Berti, cosa succede in quelle piattaforme apparentemente innocue, quali sono i meccanismi che si attivano. "Si normalizza una violenza estrema, spesso a sfondo razziale, e da lì inizia un indottrinamento lento e continuo, in spazi dove manca qualsiasi forma di supervisione” spiega.
Suprematisti bianchi o jihadisti che cercano adepti nelle piattaforme di gaming, i cosiddetti giochi online. Negli scorsi giorni abbiamo avuto il caso di un 15enne che è stato ritenuto responsabile di istigazione a delinquere ed apologia di reati di terrorismo. Situazioni simili hanno toccato il Trentino Alto Adige in passato. E' un fenomeno che sta aumentando?
A mio giudizio non siamo di fronte ad un aumento esponenziale ma contenuto. È vero che le tecnologie della relazione digitale permettono cose incredibili anche in questo campo. La possibilità, per esempio, di entrare in un ambiente frequentato da giovanissimi, questo è il target, che si trovano in situazioni particola della loro maturazione, non percepiscono il pericolo, il disvalore sociale di un determinato comportamento e altre caratteristiche tipiche che una persona adulta, invece, percepisce molto di più. È come buttare una rete da pesca.
E che tipo di “rete” viene buttata?
Quella tipica dell’adescamento, del grooming, di soggetti che passano tanto tempo davanti ad uno schermo. Questo schermo solitamente è rappresentato dalle piattaforme di gioco che sono discretamente innocue come lo sparatutto, perché in parte regolamentate. In queste piattaforme ci sono algoritmi che hanno il compito di mettere in competizione soggetti con caratteristiche similari per rendere più accattivante il gioco e quindi far rimanere davanti allo schermo. Proprio in queste piattaforme si appostano anche i pedofili. È come piazzarsi fuori da una scuola, quando non ci sono controlli. Questo è il mondo della rete.
E come avviene l’adescamento? Quali sono gli approcci?
C’è la consapevolezza che tu sei una persona appetibile. L’operazione è quella di introdurre nuove argomentazioni mentre si gioca per poi spostarsi in piattaforme parallele che hanno caratteristiche molto simili a quelle originali ma vengono modificate. In cosa? Nella violenza, che magari viene indirizzata nei confronti di chi ha il colore della pelle diverso, in modo da rendere plausibile che un bianco possa prendersela con un nero o viceversa. Quindi vengono modificati aspetti che portano a normalizzare un certo tipo di violenza e da lì parte l’indottrinamento lento, costante e continuo e viene fatto in un ambiente dove non c’è una supervisione da parte di nessuno.
Queste piattaforme modificate sono illegali?
La parte illegale è che copiano i modelli originali per avere interazioni simili. Quindi copiano ma vanno a modificare elementi in modo da aumentare il modello di violenza.
Si fa diventare un ambiente normale quello che stai frequentando dove la violenza è estrema spesso contro determinate persone per il colore della pelle, la religione o altro. Pensiamo sempre al terrorismo internazionale, ma in tutto questo c’è, invece, molto estremismo di destra.
Arrivati nella piattaforma parallela qual è il passo successivo?
Si passa all’attività diretta ai singoli soggetti. Messaggi diretti, grooming per arrivare all’affiliazione della persona.
Dobbiamo tenere presente che siamo di fronte a ragazzetti, spesso parlano con gli amici delle loro esperienze ed è questo che li porta ad essere scoperti facendo partire una segnalazione. Le forze dell’ordine non hanno la bacchetta magica, l’80-90% delle attività è fatta grazie alle segnalazioni della gente che si tratti di pedofilia o estremismo.
Queste piattaforme sono italiane?
No assolutamente. Tutto materiale che viene prodotto all’estero. L’aspetto importante è chiedersi su quali server si trovano. Spesso in Cina, alle Bahamas o in Africa dove non c’è un controllo. Il problema non è chi lo produce questo meccanismo ma dove viene collocato perché da lì si legittima quel concetto di territorialità collegato poi alla giurisprudenza.
Le piattaforme digitali collaborano con le forze dell’ordine?
La piattaforma ufficiale del gioco online sicuramente sì. Ma poi c’è lo spostamento in ambienti laterali gestiti per queste specifiche attività colluse col sistema di adescatori. In questo caso la situazione è diversa e non c’è collaborazione.
Da parte delle forze dell’ordine sta diventando sempre più difficile affrontare queste situazioni? In che modo lo si fa?
A livello nazionale già da circa 6-7 anni esiste il centro di controllo del terrorismo internazionale in rete nell’ambito dei compiti della polizia postale. Questo compito viene svolto in diretta collaborazione con le squadre della Digos che riescono a raccogliere molte informazioni tramite i loro organismi centrali. È diventata, quindi, sempre più importante la collaborazione fondamentale e il fare rete.
Stiamo parlando di estremismo di destra italiano? Si riescono ad individuare gli adescatori?
Sicuramente c’è l’estremismo di destra tedesco e austriaco ma a noi interessa quello italiano.
Per quanto riguarda l’individuazione occorre considerare il fatto che se attiriamo degli utenti dalla nostra parte non facciamo alcun reato. A meno che non vi sia apologia. Questa si ha nel momento in cui c’è la formazione e l’indottrinamento.
Moltissimi gruppi sono monitorati, ci sono agenti infiltrati sotto copertura per capire quello che sta accadendo e capire quando proprio ci troviamo davanti al passaggio all’apologia e al reato.
I genitori conoscono questi ambienti informatici e queste piattaforme di giochi?
Lo dico da genitore: abbiamo colpe impressionanti. Io ho iniziato a parlare con i giovani alla fine degli anni ’90 girando per le scuole e non solo. Quei ragazzi oggi sono diventati genitori e non possiamo dire che non conoscono la tecnologia.
Il problema è il cambiamnto che ha subito la famiglia, i genitori sono diventati un po’ pavidi, io li chiamo anche genitori amici, genitori che fanno difficoltà a dire di no e di stare vicino ai loro figli. Così capita che i ragazzi rimangono 6-7 ore al giorno davanti ad uno schermo, si spera che incontrino gente per bene, la speranza è sempre quella.














