A Beirut, tra esplosioni e risorse che scarseggiano: dentro l'ospedale che cura i bambini malati di tumore. ''Non ci arrendiamo ma servono finanziamenti''
In un Libano ferito, il cammino di cura di centinaia di piccoli pazienti si trasforma in un'odissea tra sfollamenti forzati e incertezza costante. Trecento bambini in cura, cinquantacinque piccoli profughi e un costo che per un singolo paziente può superare i 250.000 dollari: i numeri del Children’s Cancer Center raccontano una realtà di eccellenza che rifiuta di arrendersi al caos circostante

BEIRUT. Alì ha otto anni. È affetto da Leucemia Linfoblastica Acuta e ha affrontato un lunghissimo e difficile percorso di cura.
Ma abita a Beirut, quindi la parola “difficile” è probabilmente riduttiva. Perché se vivi in un Paese dove c'è la guerra, ti capitano cose come un'esplosione. Ed Alì, mentre si curava, è sopravvissuto anche a quella.
Non può permettersi di giocare come gli altri, non può permettersi di vivere come gli altri.
La sua vita è lontanissima da quella di ogni altro bambino che, come lui, deve affrontare un percorso drammatico. È ancora più complessa, è ancora più dolorosa. E di sicuro un bambino di otto anni non ha fatto nulla per meritare una sfida nella sfida, un dolore nel dolore.
“Proprio mentre si avvicinava alla fine del trattamento, Alì ha avuto una ricaduta. Con l'inizio del conflitto, ha dovuto ricominciare le cure intensive”, come spiegato dal Children’s Cancer Center of Lebanon (CCCL), un’eccellenza che dal 2002 rappresenta l'unico baluardo per circa il 60% dei bambini e adolescenti affetti da cancro in Libano.
Un'eccellenza che “il Dolomiti” aveva avuto la fortuna di osservare da vicino quando, a novembre 2025, ospiti della Missione Bilaterale italiana in Libano, abbiamo visitato il Paese.
Avevamo raccontato di una situazione fragile, drammatica, di una città che vive costantemente sul filo, nella quale sembra sempre che l'equilibrio si possa spezzare da un secondo all'altro.
E infatti, si è spezzato. Quella guerra, che fino a poco prima era “solo” alle porte, è entrata in casa.
Ora c'è la tregua, è vero. Quella tregua che rischia di rompersi in mille pezzi da un secondo all'altro.
Quella che, per ora, fa tirare un sospiro di sollievo. Forse. Le bombe esplodono, le persone muoiono, i palazzi cadono.
E bambini come Alì non smettono di avere bisogno di cure. Oggi Alì continua a lottare in condizioni difficilissime, ricevendo supporto nutrizionale e medico mentre affronta traumi ripetuti che lasceranno strascichi per sempre.
E tristemente, non è l'unico. "La sua storia non è un'eccezione. Riflette ciò che molti dei nostri bambini stanno attraversando: progressi interrotti, continui intoppi e il peso emotivo di vivere sia la malattia che il conflitto", ci hanno raccontato dal Centro nel corso di una lunga intervista.
“Le famiglie fuggono, rimangono senza casa. Ma le cure devono andare avanti – spiegano – Molti sono scappati da un momento all'altro, lottando con i trasporti, i problemi di sicurezza e l'incertezza sul futuro, il tutto mentre cercano di mantenere il percorso terapeutico del proprio figlio. Questa pressione costante influisce sul loro benessere fisico ed emotivo. I bambini sono profondamente colpiti. È difficile. Lo era anche prima, ma ora siamo allo stremo”.
“La situazione, inoltre, è stata difficile da prevedere completamente”, proseguono i vertici del centro.
“Soprattutto se si considerano gli ultimi anni vissuti in Libano, si osserva una situazione più che instabile: a partire dal 2019 abbiamo affrontato una profonda crisi economica seguita da molteplici sfide sovrapposte che hanno colpito significativamente il settore sanitario e la vita dei cittadini e dei nostri pazienti. Nel tempo abbiamo imparato a operare in un ambiente molto instabile e ad adattarci continuamente, il che ci ha resi più resilienti, anche se non necessariamente capaci di anticipare l'esatta portata o la tempistica di ogni singola crisi”.
“Negli ultimi mesi abbiamo effettivamente assistito a una graduale escalation, ma ciò che è stato particolarmente impegnativo questa volta è la dimensione regionale più ampia e l'intensità degli sviluppi, che hanno aggiunto un nuovo livello di pressione su una situazione già fragile. Questo ha influenzato l'accesso, la logistica, i finanziamenti e la capacità complessiva di pianificare con certezza”.
Insomma, un disastro. Soprattutto per un centro che salva le vite dei bambini grazie a donazioni e raccolte fondi.
“Abbiamo dovuto cancellare tutte le nostre attività di raccolta fondi sia in Libano che all'estero", spiega il CCCL. Se in passato era stato possibile recuperare fondi attraverso eventi in Paesi come Kuwait, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Arabia Saudita e Bahrain, oggi la crisi ha portato alla cancellazione di molti di questi appuntamenti: "Ci aspettiamo un vuoto finanziario di circa 2,5 milioni di dollari nei prossimi tre mesi. Molti eventi sono stati annullati, specialmente in Paesi che ci hanno sempre sostenuto. Anche dopo la fine della guerra, ci vorrà tempo per riprendersi".
Una sfida che non è solo finanziaria ma strutturale: molti medicinali oncologici, infatti, devono essere ordinati all'estero e pagati in anticipo.
"Se il finanziamento non è disponibile al momento giusto, potremmo non essere in grado di effettuare nuovi ordini abbastanza rapidamente. Molti farmaci dipendono dalle importazioni, che possono risentire dei ritardi nelle spedizioni e dei problemi di approvvigionamento globale". In oncologia, il tempo non è un fattore accessorio ma una condizione di esistenza, perché "ogni ritardo nel trattamento può mettere a rischio la vita di un bambino".
Dal 2002 il CCCL ha sostenuto più di 5.500 bambini e attualmente ne sta seguendo circa 300, il che rappresenta la metà dei piccoli affetti da cancro in Libano.
Questo richiede uno sforzo continuo per garantire che terapie e farmaci siano sempre disponibili. Il costo per il trattamento di un singolo bambino varia tra i 50.000 e i 250.000 dollari, e può essere anche superiore a seconda della complessità e della durata del caso, poiché le cure possono durare da uno a tre anni.
Ma su circa 300 bambini attualmente in cura presso il CCCL, ben 55 sono dovuti fuggire dalle proprie case con i propri cari, affrontando quindi una realtà in cui, tra insicurezza e precarietà, la terapia deve proseguire.
"I bambini mostrano un aumento di ansia, paura o isolamento.
Il loro stato emotivo riflette l'instabilità che li circonda, mentre cercano di far fronte sia alla malattia che allo sconvolgimento in corso".
Guardando al futuro, l'incertezza rimane l'unica costante, ma la determinazione del centro non vacilla.
"È difficile prevedere quanto durerà, ma se la situazione continua, le sfide aumenteranno. L'impatto maggiore sarà sui finanziamenti, che influenzano direttamente la nostra capacità di curare i bambini", avvertono i responsabili.
La ripresa economica e psicologica del Paese richiederà anni, e le famiglie avranno bisogno di un tempo infinito per recuperare la propria stabilità emotiva.
Per questo, l'appello finale è un grido di urgenza che chiama in causa la solidarietà globale: "I nostri team restano pienamente impegnati, ma abbiamo bisogno di un forte sostegno e di solidarietà per continuare a dare loro una reale possibilità di sopravvivere. È necessario un supporto urgente ora, specialmente attraverso finanziamenti immediati, per assicurare che le cure proseguano senza sosta".
Il CCCL ha dunque lanciato la campagna “Cancer Doesn't Wait”. Perché, in un Libano che cerca di non guardare all'abisso, c'è bisogno dell'aiuto di tutti. A questo link si trova la pagina per le donazioni.
Perché siamo in una città che chiede solo di sopravvivere. Una popolazione che fatica ogni giorno ad affrontare il quotidiano. Pagano dei bambini.
Sono bambini innocenti a pagare. Pagano i sogni di Alì.
Alì non sta sognando come gli altri bambini della sua età: il suo unico sogno, ora, è vivere, sopravvivere, ricevere le sue cure in tempo. Perché a Beirut la tregua è solo un respiro trattenuto, ma per chi combatte contro il cancro, quel respiro è l'unica cosa che conta.












